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L’operazione è riuscita, il paziente è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Scommettiamo che è successo anche a voi e molte volte di rimanere in attesa nell’anticamera del vostro medico di base (quando le Usl sono diventate aziende si è intervenuti anche per aggiornare la dizione : medico di famiglia) a sfogliare rotocalchi di due anni prima con la rivelazione di morti, divorzi e  nascite che erano sfuggite al vostro controllo, o riviste specializzate in reflusso, emorroidi, pruriti.

È che l’indugio era doveroso: a passare saltando la fila era stato l’informatore scientifico, altra spericolata acrobazia linguistica adottata per dare dignità al commesso viaggiatore, al rappresentante di commercio di farmaci, pozioni, unguenti e preparati, molto gradito a molti clinici quindi meritevole di attenzione e rispetto.

In anni passati avevamo saputo il perché ma col tempo ci eravamo assuefatti a quelle rivelazioni che denunciavano la rete di generalizzata corruzione esercitata dalle ditte farmaceutiche, tanto che molti pare godessero  della possibilità di usufruire dei campioni gratuiti generosamente elargiti insieme a gite organizzate, computer e dispositivi medici.

Una inchiesta del 2003 che aveva coinvolto una delle major conclusa  con l’assoluzione dei medici indagati per le regalie ricevute   fu accolta con sollievo perché restituiva la reputazione ai camici bianchi, ma resta ancora aperto il capitolo che racconta della collezione di accuse di corruzione imputate alle grandi aziende distributrici di mazzette, favori, crociere in cambio dell’accreditamento di antiasmatici.

Da anni facevamo finta di non sapere che protocolli e piani terapeutici adottati e applicati in corpore vili, cioè noi, erano preconfezionati e comunque condizionati dalle case produttrici così come avevamo fatto il callo all’eclissi della diagnostica e dunque all’obbligo, se potevamo permettercelo per costi e tempi d’attesa biblici, di effettuare analisi, test, indagini, raggi, tac, risonanze per venire a capo di un disturbo, un’allergia, un dolorino, tutti accertamenti che esercitavano una pressione forte sull’attività delle Asl e degli ospedali, non garantendo la qualità delle prestazioni e la loro tempestività e favorendo così il business dei laboratori privati come unica alternativa.

Ormai c’eravamo abituaui a non scandalizzarci e gli effetti si vedono oggi.

E difatti in questi otto mesi non ci siamo  scandalizzati che non sia stato pensato e adottato nessun provvedimento per rafforzare  il presidio dei medici di base sul territorio mettendoli in grado di intervenire sul nascere di una malattia, invece di aspettare che si sviluppi  per conferire il malato ormai grave a intasare gli ospedali.

Non ci siamo scandalizzati quando ci siamo rivolti al nostro Mmg (medico di medicina generale) che aveva ricevuto indicazione di non visitarci, non venire a domicilio, di venir meno al giuramento di Ippocrate e alle regole deontologiche, indirizzandoci ai numeri verdi, ai centri anticovid delle aziende sanitarie, a interlocutori variamente fantasmatici e inafferrabili.

Non ci siamo scandalizzati quando illustri virologi, infettivologi e clinici hanno colpevolizzato gli il gregge degli impauriti che assediano i pronto soccorso, quando, ormai lo ripetono quotidianamente, la maggior parte dei pazienti potrebbe essere curata e potrebbe guarire stando a casa e quando  delle Usca (le propagandate unità speciali per la continuità assistenziale), definite strategiche e essenziali, non c’è più traccia e che il cortocircuito di competenze e responsabilità rimpallate tra medici di base, pronto soccorso e centri per i tamponi sia ormai in procinto di deflagrare all’arrivo delle influenze stagionali.

Non ci siamo scandalizzati quando una volta stabilito sia pure a mezza bocca che le persone con sintomi non gravi devono essere trattate a domicilio, non si abbia nessuna informazione se ai medici di base siano state dati protocolli sanitari da seguire con le indicazioni dei farmaci da prescrivere, del piano terapeutico da applicare, o se ancora una volta ci si affidi all’arbitraria discrezionalità, ai consigli per gli acquisti degli informatori, alla buona volontà dei singoli che dovrebbero districarsi nella massa rozza e imperscrutabile   di dati offerti in rete.

Non ci siamo scandalizzati che non si sia promosso uno screening a tappeto al momento debito, che i tamponi, dei quali deve essere accertata definitivamente l’efficacia e l’attendibilità, anche senza incaricare i veterinari come vorrebbe Zaia, vengano affidati  all’esercito grazie a un accordo tra Salute e Difesa, che grazie all’impegno dei fratelli De Rege Fontana-Gallera  chi non vuole sottoporsi a frustranti attesa  li paghi oltre 90 euro in una struttura privata e che in Regioni che rivendicano efficienza quelli semigratuiti  in una struttura pubblica comporti almeno mezza giornata di attesa al drive in.

Non ci siamo scandalizzati che – se gli ospedali devono essere riservati alla cura dei soggetti che presentano complicazioni serie e che richiedono assistenza ventilatoria, sia in forma intensiva che sub-intensiva – dei 3500 posti in più promessi dal commissario Arcuri da aggiungere ai 5.179 preesistenti ne siano stati procurati  solo 1.259, ovvero poco più di un terzo, laddove comunque l’Italia sia al di sotto della media europea con una disponibilità dei posti letto in terapia intensiva pari a 12,5 ogni 100.000 abitanti, che è meno della metà della Germania.

Non ci siamo scandalizzati che le Regioni sia pure dotate dei macchinari e dei dispositivi necessari non abbiano organizzato i reparti specializzati  per via della carenza  di personale sanitario originata dai tagli esercitati negli ultimi anni sicché il rapporto in Italia tra anestesisti-rianimatori e posti letto di terapia intensiva era di 2,5 unità, con un rapporto così  basso, da mettere a rischio la gestione, l’assistenza e la cura, come ha ribadito la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva che denuncia come già in condizioni normali  in condizioni normali, manchino all’appello 4000 anestesisti.

E d’altra parte non ci eravamo scandalizzati quando nel 2018 e ancora prima le associazioni di clinici pneumologi avevano lanciato l’allarme in modo da rispondere adeguatamente all’aumento di incidenza e prevalenza delle malattie respiratorie croniche a livello mondiale, per via di fattori legati all’inquinamento e alla trasmissione incontrollabile di patologie, con una più corretta ed adeguata programmazione dei posti letto di Pneumologia negli ospedali e con l’attivazione di Unità di Terapia Semi-Intensiva Respiratoria, “in grado di poter dare le giuste risposte terapeutiche a pazienti affetti da patologie respiratorie acute e/o croniche severe che affollano i Pronto Soccorso, oltre a liberare posti di pazienti meno critici dalle Rianimazioni, soprattutto in presenza del ripetersi di epidemie influenzali”.

Non ci siamo scandalizzati quando alla legittima derisione per un commissario, a suo dire drogato dai burattinai di un oscuro complotto, ha ammesso di non sapere che rientrava sulle sue funzioni la predisposizione di un piano di emergenza regionale, non ha corrisposto la esibizione dei piani accuratamente realizzati da suoi omologhi, nemmeno quando si è saputo che forse ne esisteva uno nazionale troppo inquietante per essere diffuso, mentre al tempo stesso si propalavano messaggi apocalittici e millenaristi, nemmeno quando il format cui riferirsi nel caso di crisi, il  Piano Nazionale per le emergenze di tipo epidemico pare risalga a un bel po’ di anni fa.. e si vede.

Dobbiamo invece cominciare a scandalizzarci quando ancora una volta si risponde agli eretici, quelli che osano criticare l’azione dei governi, nazionale e locali, subito arruolati nell’armata Brancaleone dei Pappalardo e dei terrapiattisti, che in questi mesi, non era possibile riparare i danni fatti in 30 anni:  solo negli ultimi dieci si sono avuti tagli alla sanità per 36 miliardi.

Reazione che sarebbe plausibile se non provenisse da chi non chieda di rinnovare ciecamente l’atto di fede nelle ricette dell’austerità offerte a caro prezzo dall’Europa, da chi non trova di meglio che obbedire ai richiami confindustriali, imponendo lockdown generali, locali quanto basta, soft o light a seconda delle gerarchie dell’essenzialità, da chi prevede gerarchie e graduatorie anche nel rispetto dell’unico diritto garantito quello alla salute, in modo che non si muoia di Covid, ma, come denunciano i cardiologi da un pezzo, di infarti, attribuibili alla mancanza di controlli, o di cancro, come sostiene l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, perché sono sospese o rinviate le chemioterapie e la prevenzione già prima ridotta è diventata un lusso e un capriccio per pochi meritevoli.

Risposta che dopo otto mesi e più diventa una presa per i fondelli quando  la salvezza è affidata ai vaccini sui quali viene indirizzato ogni sforzo, ogni decisione, ogni investimento, mentre è stato disincentivato qualsiasi impegno per l’individuazione di cure efficaci, dopo che erano state proibite le autopsie e delegittimate sperimentazioni sul campo da parte di medici poco avvezzi alla frequenza di studi televisivi.

Come si diceva una volta, quando almeno aveva cittadinanza un po’ di amara ironia, sappiamo che l’operazione è riuscita, ma il Paese è morto.  


Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


Indignazione via sms

downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi è mai piaciuta la sociologia tramite verbo dei tassisti, soste prolungate in sale d’attesa del dentista, in sostituzione di quelle vecchie domestiche agorà degli scompartimenti ferroviari di un tempo, prima delle frecce rosse.

Ma devo ricredermi: ieri un negozio Tim del centro della Capitale, allestito come una Asl coi numeretti e lunghe file di dolenti a causa di cellulari mal funzionanti, contratti capestro e così via, era proprio un laboratorio di indagine sull’identità nazionale contemporanea, sui differenti standard di sopportazione o di esercizio di sopraffazione e soprusi, delle sconcertanti priorità e delle sorprendenti gerarchie attribuite a bisogni e diritti.

E infatti la diversificata clientela convenuta a subire inefficienze, incomprensibili vessazioni da Comma 22, inspiegabili taglieggiamenti, di quelli scritti in corpo due a margine di corposi contratti, esternava uno sdegno, una combattiva insofferenza fino all’ammutinamento, dispiegati contro commessi e tecnici, parafulmini, per non dire scudi umani di una delle più nefande, inette e parassitarie aziende italiane.

Eh si, perché, ripetevano tutti gli indignados di Via del corso, gli anarco insurrezionalisti dell’iphone, con quel che si paga! E poi, mica si può stare senza smartphone con tutte le app, tablet di nuova generazione!

E giù gomitate per sorpassare altri in attesa, diverbi, rabbia. Insomma quel sacrosanto repertorio di contestazione che non vediamo manifestarsi in occasione di sei mesi di attesa per una Tac, di ore e ore passate in un pronto soccorso, dei tradizionali 50 minuti che trascorrono prima dell’arrivo dei carabinieri in caso di incidente o di furto, dell’intervallo secolare tra la richiesta di un documento e il suo configurarsi sotto forma di foglio formato 4 per 4, che dopo tanto parlare di banda larga e semplificazione, siamo sempre vittime dei giochi di potere nel regno delle carte bollate. Nemmeno nella media di 15 anni di durata di cause. E neppure sotto il sole di Via Labicana, alle fermate senza pensilina di bus e tram, afflitti da quella che pomposi cartelli appesi agli “appositi sostegni” dei mezzi pubblici definiscono la necessaria “razionalizzazione” del trasporto romano.

Chiunque abbia scorso le cronache in città sa che sotto questo nome si cela il taglio del 20 % che il Comune ha deciso di effettuare sui mezzi pubblici. Come osservava ieri il Simplicissimus il tubolario del ceto politico ricorre a questi simpatici eufemismi, a rappresentazioni mediatiche, a un circuito di equivoche ipocrisie condivise, per imbonire cittadini che preferiscono non sapere, per manipolare vittime volontarie che optano per delega e ubbidienza. Si semplifica per aggirare vigilanza, controlli, regole, si riforma perché tutto resti uguale, anzi peggio, si valorizza, svendendo, liquidando avvilendo, come si fa in quello che una volta era il lontano Terzo Mondo, quando valorizzazione delle risorse significava espropriazione, taglio di foreste per hamburger e parquet sulle nostre tavole e sui nostri pavimenti, si razionalizza per tagliare servizi, garanzie, prerogative, quelle che sorreggevano stato sociale e dignità di cittadinanza.

C’è da chiedersi che cosa susciti coraggio, dignità, lesa e risvegliata, in un negozio Tim e in consumatori e non in un ospedale e in utenti e non in un ufficio pubblico e in cittadini e non davanti al Mose, leggendo dell’Expo o della Tav mentre si viaggia nei carri bestiame dei pendolari. Deve essere stata esercitata un persuasione davvero perverso se ci siamo fatti colonizzare la testa dall’ideologia del “mercati”, dalla supremazia del “privato” convertendo l’accesso a prestazioni pagate da ognuno di noi in elargizioni, se il consumatore ha più diritti del cittadino, se riteniamo abbiano più valore i soldi sepsi in prodotti di quelli investiti in servizi e beni comuni, se ci hanno convinti che il lavoro, le garanzie, siano concessioni giustamente arbitrarie, addirittura immeritate, se non ce le conquistiamo pagando un prezzo altissimo in denaro, tutele, certezze, rinunce, assoggettamento ai ricatti, accettazione dell’occultamento della ricchezza da parte di pochi, dell’estendersi e incrudelirsi della povertà di molti, come della corruzione diffusa, come per un destino inevitabile e indiscutibile.

E se ci accontentiamo di balocchi che diventano subito vecchi e della collera da bambini cui si è rotto il giocattolo.

 


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