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Archivi tag: aiuto umanitario

Licenza d’uccidere

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che gli Usa abbiano occupato militarmente e colonizzato anche il nostro immaginario è ormai risaputo. Lo dimostra il potere di persuasione, esercitato come un inedito proselitismo su disturbati, frustrati, matti di quartiere, che escono una mattina armati fino ai denti e sparano all’impazzata su passanti, studenti di college, spettatori al cine, clienti di supermercati, sconosciuti insomma, o noti scelti per eseguire vendette private. E che parla, a chi vuol sentire, della potenza oscura di un impero che ha raccontato ed esportato la bontà della guerra, l’agire preventivamente e il reagire massicciamente a potenziali nemici, identificati e indicati all’opinione pubblica per legittimare violenza, sopraffazione, repressione ed una caccia, senza quartiere e senza confini, per “stanarli”. Perché la guerra, anche quella preventiva, è necessaria non solo per la sicurezza ma per difendere il nodo di vita, lo stile americano e occidentale tout court, autorizzando Usa e satelliti per colpire non solo chi li colpisce, non solo chi minaccia di colpirli, ma perfino e legittimamente chi possiede la capacità militare per farlo.

Una guerra così buona  che assume sorprendenti fattezze umanitarie o viene accreditata per l’esportazione di democrazia e per il rafforzamento di civili istituzioni. E che grazie all’offerta di attrezzature acconce e utili consigli per gli acquisti, è davvero a portata di tutti, per giustizie private, rese di conti personali, riscatti emotivi, indennizzi psicologici con spargimento di sangue risarcitorio, con un potenziale propagandistico formidabile, provocando – oggi anche da noi – una moltiplicazione tremenda, una terribile emulazione che libera dai freni inibitori e sbriglia quell’agire aggressivo e violento del torto subito che vuol diventare diritto di esercitarne sugli altri, direttamente o indirettamente colpevoli.

Se poi ad armare la mano c’è qualche prodotto energizzante offerto dal supermercato ideologico contemporaneo, neo-nazismo, xenofobia, razzismo, malintesa professione di fede,  allora la sconfitta, l’insuccesso, l’insoddisfazione si traducono nel  delirante ed epico svolgimento di una missione, di un incarico alto che va oltre la cieca manifestazione di odio degli sterminatori di college e degli stragisti della provincia americana.

Che non siamo una civiltà superiore è dimostrato dall’impotenza dimostrata nell’accettare tali e profonde disuguaglianze, che hanno prodotto un così sanguinoso malessere, nel permettere che si diffondesse tanta umiliazione che la dignità si risveglia nel modo più aberrante, infliggendo mortificazioni sugli altri. E che poteri cresciuti all’ombra e grazie ai finanziamenti e all’appoggio dei detentori della pretesa egemonia sociale e culturale occidentale, finiscano per incarnare riscatto, spirito di vendetta e risarcimento a costo della propria vita stessa, che si possa pensare di contrastare la guerra con altra guerra, di combattere le armi con altre armi.

Non è una civiltà superiore quella che sotto l’albero o nella calza moltiplica  mitra, rivoltelle,   pupazzi da portarsi a letto  diventati minacciosi nemici da combattere con armi micidiali, gli innocenti giochi da tavolo   sostituiti da sofisticati role playing, warmachine, tabletop, consolle di gare bellicose, per imparare da subito l’arte della guerra per i minori, ma che piacciono molto ai grandi, meno attrezzati dei nativi digitali, ma più pericolosi se trasferiscono la competizione e la combattività nella realtà poco ludica della mobilitazione di 1400 soldati da mandare in Iraq, per “libera e autonoma scelta”.

Non è una civiltà superiore quella che fa girare troppe armi, gadget bramati da  piccoli e adulti, “autorizzate” dagli impresari della paura per difendersi dal pericolo del diverso da noi, sdoganate dalla spettacolarizzazione della violenza, benviste dagli apostoli della divinità del mercato che sa quando sia redditizio quel brand per alcune economie nazionali, proposte come irrinunciabili da chi, superata nei fatti la menzogna del nemico esterno alla Orwell, le consiglia per proteggersi da quelli infiltrati tra noi, immigrati, terroristi, oppositori.

Così si è creato un mercato parallelo, che ricorda quello dei prodotti di marca taroccati che si sospetta sai alimentato dalle griffe stesse, così di aggirare leggi, restrizioni, controlli. E mentre il direttore dell’associazione degli industriali del comparto chiede legislazioni omogenee per non “penalizzare produttori e consumatori, evitando inutili restrizioni e burocratizzazioni” si scopre che le armi usate per gli attentati di Parigi provengono dalla fiorente  rete commerciale balcanica, detentrice, pare, dell’egemonia del settore, che l’attentatore di Monaco, che aveva un regolare porto d’armi, ha colpito con una pistola molto diffusa nel mercato nero delle refurtive, rimediata su una piattaforma del deep web  o procurata attraverso un intermediario malavitoso, che in Germania  è in continuo aumento la richiesta di licenze, malgrado la legge che regola il settore sia stata rivista dopo le due stragi in due scuole, che sempre là dove le regole sono più severe che altrove, circolano 5, 7 milioni di armi “legali” ma almeno 40 milioni di prodotti clandestini e che è il Belgio, e chi l’avrebbe detto, il crocevia del traffico opaco e illegale.

Come in un orrifico gioco virtuale, la barbarie che stiamo attraversando e cui stiamo contribuendo ipotizza che a ognuno di noi corrisponda un altro noi, speculare e che punta una pistola. Ma il duello non si risolve armandoci, stando a vedere chi spara per primo, ma deponendo le armi prima che sia troppo tardi. Prima che vincano quelli che stanno in quelle fortezze inattaccabili, ben difese, risparmiate da terroristi, matti, disturbati, chissà come mai.

 

 

 

 

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Londra caccia gli italiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È bastato dire “mettetevi nei loro panni”, “provate a presentarvi dove nessuno vi vuole”, che eccoci serviti: il ministro dell’Interno  inglese Theresa May in un editoriale sul Sunday Times interpreta in salsa britannica la libertà di movimento nell’Ue, come dire fermiamo quelli che pretendono di venire qui e approfittare del nostro Welfare, delle nostre garanzie, dei nostri diritti senza avere un contratto in tasca.  Non sappiamo se la dichiarazione della May sia un auspicio o l’annuncio di un vera e propria limitazione della libera circolazione dei cittadini compresi o primi tra tutti  i 57mila cittadini italiani arrivati in Gran Bretagna tra marzo 2014 e lo stesso mese del 2015, una percentuale non piccola dei 330 mila nuovi  immigrati  che hanno guardato con speranza le bianche scogliere di Dover o preferibilmente i corridoi degli aeroporti   londinesi.

Hanno già un soprannome “benefit cheaters”,truffatori del welfare, sospettati, si sa gli italiani sono così, di esercitare un turismo dei diritti mordi e fuggi,  senza contratto e senza voglia di lavorare, installandosi in domicili di fortuna per esigere gli assegni di disoccupazione, farsi curare i denti usufruendo del sistema sanitario inglese e approfittando degli aiuti che il governo mette a diposizione di famiglie indigenti. Tutto il mondo è paese e abbiamo già visto gli slogan:  manca solo “aiutiamoli a casa loro”, ma invece c’è “Put british workers first” e “British jobs for british workers”, inalberati sui cartelli dei manifestanti per il Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue,   che sollecitano l’imposizione accelerata di quel limite all’immigrazione di 100 mila unità l’anno,  come l’esecutivo si era impegnato a fare in campagna elettorale.

Per ora possono stare tranquille le anime belle, ma troppo sensibili, che lamentano l’esibizione nei social network delle immagini raccapriccianti di vite nude ormai morte che galleggiano nello stesso Mediterraneo delle loro vacanze, graffiando la liscia lavagna delle loro coscienze letargiche con il gessetto della vergogna,  possono stare tranquilli quelli che se ne sentono turbati come da una provocazione inutile e irrispettosa, un’offesa alla privacy, dicono, di chi, è bene ricordarlo, non ha un nome, probabilmente non ha più nessuno che li riconosca da quell’immagine e che li pianga, non ha nemmeno un numero se non quello progressivo della lunga lista redatta dall’Europa matrigna che non si sottrae mai ad anguste contabilità, oltraggiose per le esistenze che dalla sua aritmetica sono condannate a miseria e disuguaglianza.

Si, possono stare tranquilli – ma solo per un po’. Per un po’ siamo sicuri che non vedremo mamme italiane alzare i loro figli disperatamente per sottrarli alle onde, per un po’ non vedremo ragionieri di Lambrate stipati in Tir, per un po’ non vedremo freschi reduci da master alla Bocconi seviziati dagli scafisti e nemmeno pizzaioli sorrentini lasciati a crepare di sete e fame sulle bianche scogliere.

Ma già adesso questa notizia potrebbe essere l’utile occasione per interrogarsi a proposito di tanti ragionevoli e giudiziosi distinguo che si continuano a fare anche in alte sfere, perché le disuguaglianze sono come le matrioske: dentro una ce ne può essere un’altra e poi un’altra ancora, così che si creano gerarchie della disperazione e del  merito a trovare salvezza che non sono quelle tradizionali, prima le donne e i bambini, no, sono prima quelli che fuggono dalle guerre, possibilmente etniche, interne, comunque incivili, poi quelli che scampano alle guerre “umanitarie” cui abbiamo contribuito, poi quelli dell’esodo per motivi ambientali, per fame, per sete, infine, quelli che scappano perché hanno l’ambizione, si direbbe riprovevole, a concedersi una speranza, un futuro senza fame, senza sete, senza schiavitù. Come se fame, sete, non fossero conseguenze  delle guerre predatrici di potenze che hanno sfruttato risorse e territori, come se fame, sete, non si estendessero come un contagio e inquinassero le vite di chi sente da lontano il rombo dei cannoni e lo scoppio delle bombe, ma ne patisce da vicino gli effetti, primo tra tutti la paura, con l’incertezza, la minaccia di un coinvolgimento, la contiguità con la morte.

Ma si sa è l’Europa che ce lo chiede, ci chiede di viaggiare su un doppio binario di civiltà intanto trasformando, ma si sa che viviamo un formidabile stravolgimento semantico, un fenomeno epocale, un esodo che sconvolgerà per sempre i confini della geografia politica e dell’etica, in una crisi umanitaria, un incidente “naturale” che va affrontato diversificando  l’esercizio di umanità secondo l’occhiuta ed esosa discriminazione attuata dalla Signora Merkel, prima i siriani vittime di una guerra vera, col marchio doc, poi si vedrà, come se le carestie, le violenze, il terrore non fossero atti,  eventi, accadimenti bellici.

Si possiamo stare tranquilli per un po’, finché quelli che cercano qualcosa di meglio di un Paese governato da imbelli, corrotti, incapaci, addestrati all’ubbidienza a quell’impero feroce, potranno andarsene in classe turistica, in traghetto, in alta velocità, col gruzzoletto che papà e mamma e i nonni hanno conservato per loro, grazie a quei “fondamentali” sani  che ci hanno tenuto apparentemente in piedi per un po’ anche quando eravamo già in ginocchio. Ma il gruzzoletto finisce, potremmo tornare dalle Samsonite alle valige di cartone legate con lo spago, alle quarantene come indesiderabili. Ah no, indesiderabili lo siamo già, sarebbe ora di accorgersene e invece di partire restare qua prima che cadano le bombe a far cadere il regime.


Zitti e giochiamo a battaglia navale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi, prima della fase dell’aiuto umanitario creativo, condotto da eterni ragazzini sempre in vena di giocare a battaglia navale, alcuni autorevoli commentatori di professione raccomandavano il silenzio della pietas, e quelli più pedagogici il silenzio della vergogna.

Sbagliato. È come quando magari gli stessi dicono che non ci sono più destra e sinistra, concetti arcaici e ideologismi superati, e che quindi è inutile sgolarsi sulla necessità di schierarsi a testimoniare e rappresentare  ancora  come nell’800 le ragioni degli oppressi, diventate dinamiche partite Iva.

Il fatto è che invece la destra c’è eccome, sempre più potente e poliedrica, forte dei suoi capisaldi antichi e rinnovata dall’adesione all’imperialismo finanziario, che tanto i padroni, le loro dinastie e la loro fede sono immutabili. E grida, bercia, mena cazzotti, zittisce, solleva da incarichi e fa sprofondare piloni, ricorda perfino la resistenza per cancellare le sue conquiste e, nel caso in questione, si esprime eccome, suscitando e dando voce al peggio degli italiani brava gente: i rom rubano, tra i profughi si celano terroristi che scelgono le vacanze avventurose preferendole a comodi voli, sia pure low cost, mettono gli immigrati in luxury hotel, gli stranieri i portano via il lavoro, magari anche quello gratis all’Expo, hanno facilitazioni nell’accesso ai servizi, negate ai nostri connazionali, portano l’ebola, la Tbc, la scabbia, le loro donne si prostituiscono in regime di concorrenza sleale con le Olgettine, trafficano e spacciano, magari proprio la nostra droga della nostra mafia, entrano nelle case a rapinarci con ancora e più sorprendente destrezza delle cordate del Consorzio Venezia Nuova o di tanti consiglieri regionali, sono troppi, se ne prendessero un po’ ziaaltri partner europei, che ne so l’Olanda, la Svezia, la Francia, in Regno Unito, che in fondo dovrebbero redimersi del loro passato coloniale, mentre Graziani è andato in Abissinia in gita, tanto che è doveroso intitolargli un monumento.

Zitti? Proprio no, invece è il momento di stare da una parte, quella della coesione sociale e dell’amicizia, quindi del nostro stesso interesse, della verità contro le menzogne convenzionali proferite ogni giorno come baluardo in difesa del neo colonialismo che agisce fuori e dentro i confini contro il terzo mondo, quello esterno e quello che hanno creato tra noi.  E dell’antifascismo, perché non occorre stringere alleanze con Casa Pound per esser  fascisti nei pensieri, negli atti, nelle convinzioni e nella propaganda, zittendo la critica, promuovendo disuguaglianza e disparità, favorendo la stessa immutabile corruzione che armò gli assassini di Matteotti, forgiando una gerarchia dell’accettazione degli altri da noi, distinguendo tra buoni – quelli che fanno utili per il caporalato, che cambiano i pannoloni, che spazzano i nostri uffici, preferibilmente invisibili,  preferibilmente spaventati, preferibilmente ricattati, né più né meno come vorrebbero diventassimo tutti, condannati alla schiavitù senza diritti, senza certezze, senza cure, senza istruzione – e cattivi, predestinati alla trasgressione in quanto macchiati all’origine del peccato di clandestinità, molesti perché reclamano riconoscimento di uno status che li sottragga alla condizione di vite nude, di numeri  senza identità, senza nome, senza terra, nemmeno quella del cimitero, se cascano da una impalcatura o bruciano dentro a una fabbrica illegale.

Zitti? Proprio no, perché è giusto e doveroso  far sentire la propria voce per piegare la vergogna originata da colpe condivise, ma anche quella ispirata da crimini di altri, in modo che si trasformi in responsabilità, nei confronti di noi stessi, della dignità di persone, di quelli che verranno dopo di noi, ai quali dovremo rendere conto del misfatto compiuto anche a loro danno futuro, nei confronti di ambiente, territorio e risorse saccheggiate da predoni d’esportazione, che si domandano se la pretesa uguaglianza incoraggiata dal progresso debba inesorabilmente schiacciare le loro vite verso il basso, per renderli iniquamente uguali a operai del Bangladesh,  secondo la corsa all’appiattimento verso il peggio avviata dalla cupola dell’economia criminale, che vorranno sapere perché da che mondo è mondo la via della pace debba passare per le armi, comprate e vendite, indirizzate o subite, perché la diplomazia sia solo l’anticamera delle azioni militari, perfino in nazioni che da miti sono diventate solo succubi e che vogliono dimostrare di essere qualcosa di più di un’espressione geografica mettendosi in testa l’elmetto, comprando caccia taroccati, in funzione di solerti attendenti.

Zitti? Proprio no: ai tanti che in questi giorni da chi come me esige “soluzioni” per via di quel primato del pragmatismo che sostituisce idee, visioni e progetti come piace a questi dinamici maggiordomi dei soliti padroni, ai tanti che fanno finta di non vedere che qualsiasi nostra soluzione, qualsiasi nostra opinione è destinata al buio dell’eclissi di partecipazione e democrazia senza speranza, prodotta da quelli che dovrebbero invece rappresentarle, che paghiamo, che hanno una delega per operare nell’interesse comune, di cittadini e di ospiti, ai tanti si deve rispondere che le soluzioni tecniche devono essere originate e suggerite da principi,  quelli fondamentali del rispetto di diritti sanciti dalla costituzione, quello d’asilo, quello del rispetto della vita umana, quelli tutelati dallo stato di diritto, che dovrebbero essere sempre vigenti dentro di noi, anche se umiliati e calpestati.

E quello di responsabilità, secondo il quale dovremmo garantire uguale trattamento a chi vuole sottrarsi da  fame, violenza, paura, sia arrivato qui con un fortunoso  viaggio per mare o sia sceso degli inferi della miseria con un viaggio interno attraverso l’emarginazione, la disoccupazione, lo sfruttamento, clochard diventati improvvisamente una priorità per la Lega, profughi sans papier e sans dents diventati potenziali pericoli pubblici, spesso invece in transito verso altre mete meno ostili e meno impoverite e costretti a un soggiorno obbligato.

Perché altrimenti, se non scegliamo se stare con l’umanità e la dignità di persone, tutte le soluzioni tecniche vanno bene, bombardare i barconi, attuare il respingimento all’origine, in modo che la disperazione riprenda il cammino da dove è venuta, investire in lager in modo da suscitar la carità pelosa delle “quote” di partner poco disponibili, adottare l’esclusione come sistema di gestione della crisi, dagli esiti incerti, per scoraggiare gli arrivi, cambiare la legislazione in modo da potersi svincolare dagli obblighi umanitari, quelli che, con l’ausilio delle tecnologie preferibilmente impiegate a “scopo bellico”  dovrebbero invece istituire canali e misure di protezione, come quella prima accoglienza vicina alle aree di crisi per la quale esistono tutte le condizioni salvo la volontà politica.

Perché altrimenti se non scegliamo di stare con l’umanità e la dignità di persone, l’astensione si ritorcerà contro di noi, condannati a essere stranieri in ogni luogo,  probabile sale della terra.


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