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Ilva, contratto di morte

300007-metropolis_productionstill_300dpi_09Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Corte europea dei diritti dell’uomo  è un organo giurisdizionale internazionale, istituito nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali per assicurarne l’applicazione e il rispetto. Ma, a differenza della Corte di Giustizia, non si tratta di una istituzione dell’Unione Europea.

Sarà per questo che ogni tanto si prende la libertà di esprimersi su crimini e oltraggi compiuti dai 47 stati firmatari in nome dell’ubbidienza all’Europa che lo chiede per via di valori e radici comuni: profitto, sfruttamento, repressione e sopraffazione a difesa del nostro stile di vita e della nostra civiltà superiore da mantenere vittoriosa anche rispetto al terzo mondo interno.

Sarà per questo che la condanna della Corte all’Italia per non aver protetto  i cittadini di Taranto che vivono nelle aree colpite dalle emissioni tossiche dell’impianto dell’ex Ilva, è stata accolta con risentito sconcerto.

Ma come? i governi di furbetti che si sono succeduti hanno perfezionato  la sòla per la Arcelor Mittal che si è comprata la mela marcia sia pure a prezzo stracciato.

Ma come? Adesso si deve subire l’insensata intimidazione che ci costringe a fare il muso duro ben oltre gli obblighi di “vigilanza” che assolviamo con la dinamica attitudine alla semplificazione e alla lotta alla burocrazia, caposaldo dell’ideologia imperante, magari a  cancellare l’immunità penale prevista dai decreti “Salvailva” (se n’è perso il conto alcuni dei quali dichiaratamente incostituzionali ma che hanno permesso impunità e la prosecuzione delle attività con tutti i loro effetti sulla salute e l’ambiente) e perfino a rivedere i tempi di allineamento all’Autorizzazione integrata ambientale, due misure che potrebbero portare alla risoluzione del contratto con la volonterosa azienda che ha acquisito il prodotto reso più appetibile da qualche omaggio aggiuntivo.

Ma come? Dobbiamo subire ancora una volta le pressioni dei parrucconi di Strasburgo oltre che di quelli della Corte costituzionale che ha avuto la sfrontatezza di accusarci di essere più attenti alle ragioni del  profitto che a quelle della salute, in occasione del ricorso contro i decreti presentato per via della morte di un operaio dell’altoforno, caduto “in servizio” per la produttività e lo sviluppo.

Ma come? sembrano dire: sono mai possibili una legalità e una legittimità senza guadagno per chi investe, per chi dà lavoro, per chi ha degli obblighi e delle responsabilità  creando profitto per  sé dal quale discende benessere diffuso per tutti?

In fondo è un dovere sociale quello di cedere alle “ragioni della ragionevolezza” che impone di scegliere tra posto e quel cielo pulito che piace alle anime belle, di optare per il salario che permette di curarsi per eventuali effetti collaterali del progresso. Effetti che non riguardano solo chi si ammala e muore a Taranto, perché intanto si fa il bagno e si pescano i ricci a Torre Lapillo, si coltiva l’uva per il primitivo a Salice Salentino, si produce il primo sale nelle masserie di Veglie. Adesso salterà su qualcuno a dire che le vittime se lo meritano, che hanno votato i complici del delitto, quelli delle trivelle e della centrale di Avetrana. E come se allora come oggi – e come ha denunciato la Corte – non fosse pervicacemente interdetto l’accesso alle informazioni sull’impatto di opere e attività, anche per via di legge a guardare gli equilibrismi recenti per circoscrivere il diritto di conoscere e sapere nell’iter della procedura di Via. e come se in passato come oggi ci fosse stato e ci fosse una opzione elettorale capace di garantire indipendenza dei diktat padronali che l’hanno sempre avuta vinta altrove e là, come dimostra il processo nel quale un’altra corte deve esprimersi in merito alle responsabilità di proprietari, dirigenti, manager, amministratori, soggetti di vigilanza accusati per il reato di ambiente svenduto ma che dovrebbero essere condannati per crimini reiterati contro l’umanità, visto che hanno dimostrato di non voler interrompere la catena di morte fin dal 2008, quando la  “legge di interpretazione autentica” (Legge n. 8/2009)  che recepisce il protocollo d’intesa fra Regione, governo, Ilva e sindacati  offre una “interpretazione” della “legge antidiossina” 44/2008, rendendola «una normativa assolutamente inefficace a contenere l’inquinamento dell’Ilva», una scatola vuota nella quale l’azienda può infilare i numeri che vuole, effettuando i controlli solo in tre fasi durante l’anno,  rinunciando  al campionamento continuo,  permettendo che i fumi potessero essere diluiti e falsando così i valori di diossina eventualmente riscontrati. E fin dal 2012 quando il decreto SalvaIlva di allora mise una pietra tombale sul lavoro di indagine effettuato dalla Gip Todisco e  impose la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato, violando  ben 17 articoli della Costituzione e parecchi altri del Codice penale.

C’è poco da stupirsi: ci sarà ancora qualcuno che afferma che i tarantini sanno  e hanno ceduto al ricatto: posto o salute, che sono consapevoli di avere l’acciaio nel dna e di trasmetterlo ai figli, che è naturale che  i bambini del quartiere Tamburi abbiano un quoziente intellettivo inferiore alla media dei coetanei e apprendano con maggiore difficoltà, che in fabbrica si crepa di altoforno ma fuori si hanno patologie cardiovascolari e tumorali, che negli ospedali cittadini si ricoverano in gran numero i malati di Ilva, come da anni informa la Gazzetta del Mezzogiorno consultabile e che non è certo un organo clandestino degli anarco insurrezionalisti.

Ci sarà e c’è ancora qualcuno a sostenere che, come per i dieci anni precedenti, non si poteva fare altrimenti, che era impossibile ribellarsi al ricatto occupazionale mettendo per strada 10 mila famiglie, che era impossibile tornare indietro e cancellare quella clausola di immunità penale garantita dal governo Renzi e poi Gentiloni e che aveva persuaso della bontà della transazione il volonteroso acquirente, che era impossibile tornare indietro e imporre obblighi e vincoli sulle bonifiche. Che era impossibile tornare indietro e il ricatto occupazionale, che era impossibile costringere a effettuare le azioni di bonifica sulle bonifiche e quelle di riqualificazione, che era impossibile sottrarre la città al destino industriale che non era suo e le era stato intimato. Che era impossibile salvarla dal mostro nutrito a forza nel suo organismo che la teneva in vita e la consuma fino a ucciderla, da quando i problemi del Sud sono stati affrontati con la logica del colonialismo assistenziale, trasformandola da “capitale dell’acciaio”, a “Beirut italiana” come scrisse a suo tempo un sociologo immaginifico.

Si susseguono i governi dell’impossibile, quelli che dimostrano l’impraticabilità di fare l’interesse dei cittadini perché è ineluttabile fare invece quello dei padroni, quelli che dopo aver promesso tanti No, vogliono convincerci che per il bene comune è arrivato il momento del ragionevole Si incondizionato, pena sanzioni, multe, figuracce internazionali, costi quel che costi, anche rimetterci la salute e la vita, la nostra.

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Ilva, i magnati del magna magna

IlvaPurtroppo temo che la vicenda dell’ Ilva di Taranto finisca in una grande sceneggiata, in una sorta di palio storico fra di Maio che convoca al tavolo delle trattative per il miglioramento delle condizioni di vendita tutte le 62 parti interessate mentre sale la protesta dell’Arcelor Mittal, dei sindacati  e dei politicanti locali che non ne vogliono sapere di avere testimoni della ghigliottina che sta per cadere sull’occupazione, accontentandosi dei soliti repellenti vaniloqui da quattro soldi e tristi polemichette da bar aizzate dal sindaco fellone. Ma le speranze che la mossa di Di Maio sia un modo indiretto per scoraggiare lo squalo indo – franco – americano a cui finora si debbono 100 mila licenziamenti nel campo dell’acciaio a partire dal 2005 oltre alla chiusura di una trentina di stabilimenti, sono davvero scarse nel momento in cui i governi italiani, compreso l’ultimo hanno rinunciato a qualsiasi prospettiva di nazionalizzazione parziale, ma permanente dell’impianto. Uno scandalo per i neo liberisti di casa nostra, ma in realtà la logica in cui agisce Mittal, il magnate indiano che vuole acquisire l’Ilva, il quale nel Paese di origine deve invece venire a patti col governo che ha la supervisione finale nella produzione di acciaio e dove molte fonderie sono a partecipazione pubblica.

Una cosa è certa:  che la Arcelor Mittal, nel  contesto attuale non ha alcun bisogno di acquisire l’Ilva di Taranto visto che la sua capacità di 114 milioni di tonnellate l’anno supera di un 20 per cento la sua effettiva produzione;  che la parte del leone la fa l’India stessa dove il boom automobilistico fa crescere la domanda di lamierati  portando il Paese al secondo posto dopo la Cina in questo particolare settore; che in Europa la produzione principale è quella di acciai speciali mentre quella a minor valore aggiunto è già ampiamente coperta; che la società è eticamente e ambientalmente sospetta tanto da essere stata denunciata dai governo del Senegal e del Sudafrica per essere venuta meno ai patti stabiliti, perdendo entrambe le volte davanti ai tribunali internazionali di arbitrato; che anche in Europa ha perso una causa per l’emissione di gas serra, per non parlare della neve nera prodotta dai suoi stabilimenti in Kazakistan; che la società ha una decina di miliardi di debito e una bassa redditività; che ha annunciato proprio l’anno scorso un vasto piano di “razionalizzazione” della produzione, il che significa in soldoni licenziamenti e passaggio a prodotti a più alto valore aggiunto in stabilimenti più piccoli; che ha recentemente acquisito il principale gruppo produttivo di acciaio in Ucraina (col licenziamento di 20 mila persone). Tutto questo è una garanzia: quella che gli impegni di aumento della produzione e mantenimento dell’occupazione a Taranto sono purissima carta straccia. Ad Arcelor Mittal l’acquisizione dell’Ilva serve solo a togliersi dai piedi un potenziale e temibile concorrente qualora l’acciaieria venga acquisita da un altro gruppo, una tattica del resto molto comune nella nostra disgraziata contemporaneità nella quale spesso l’acquisizione corrisponde alla sparizione e alla cannibalizzazione degli impianti per concentrare la produzione in meno siti e sbarazzarsi dei competitori.

Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma queste cose le sanno un po’ tutti e lo sapevano anche quando hanno scelto sulla base di inconoscibili criteri che forse si tradurranno fra  qualche tempo in edilizia residenziale di lusso, la strada dell’Arcelor Mittal, la meno adatta a garantire  la resurrezione dell’Ilva e la respirabilità dell’aria. Gli esuberi di 4200 lavoratori sulla quale sembra giocarsi la faccenda oltre che la credibilità della parte italiana è in realtà solo la punta dell’iceberg, perché l’azienda riassumerà man mano 10 mila lavoratori da qui al 2023 cancellando qualsiasi anzianità e con salari umilianti, facendo pagare all’erario italiano la cassa integrazione per chi non ha ancora il posto, ma poi avrà libertà di ricorrere a questo strumento in qualsiasi momento per mettere in panchina i lavoratori già assunti e potrà anche licenziare quanta gente vuole: basta pagare 150 mila euro a testa, una cifra che di certo non rappresenta un problema per un gruppo che ha acquisito la più grande acciaieria del continente per 1  miliardo e 800 milioni  di fatto una svendita che presenta però alcune stranezze. La somma sarà infatti pagata in tranche da 180 milioni l’anno sotto forma di canoni d’affitto ad anticipo dell’acquisto, affitto la cui durata minima è di due anni. Lascio ai lettori giudicare il senso di questo inquietante accordo.

Però attenzione ciò che conta è anche il contesto complessivo in cui tutto questo avviene: per ottenere il via libera dall’Antitrust europeo (una roba da ragazzi che si risolve con qualche dazione) Mittal si è impegnata a liberarsi della Magona  di Piombino e della rete distributiva in Italia, dunque il numero dei disoccupati nel complesso sarà più alto. Ma alla fine – questo è il problema cruciale – se il giorno dopo la sigla degli accordi definitivi la Arcelor Mittal non volesse onorare i patti, cosa che è accaduta già parecchie volte con questa azienda, cosa può fare l’Italia? Proprio nulla al massimo proporre una causa dalla quale ricavare ben che vada un centinaio di milioni.

Ecco perché sarebbe stato utile, visto come si è svolto il calvario dell’Ilva, liberarsi dal rancido prosciutto ideologico sugli occhi e pretendere che lo stato conservasse una robusta partecipazione nell’acciaieria. L’ Europa non avrebbe voluto?  Ma andiamo, qualsiasi governo che si rispetti avrebbe potuto tirare fuori i numerosi precedenti in Francia o le manovre sottobanco in Germania e inchiodare i decisori alle loro futili contraddizioni. Non avrebbe voluto la Arcelor? Bene qualcun altro avrebbe accettato anche perché fino a quando l’acciaieria non sarà a regime, dunque non prima di 5 anni, il grosso delle spese le paga lo stato coglione, mentre se e quando ( ma è una speranza remotissima) vi fossero i primi utili tutto andrà nelle mani del magnate indiano. Questi sono i fatti, ma gli uomini che vedo agire sono formiche rispetto alla sfida per dare alla fabbrica un avvenire più sicuro e al contempo anche quella per infrangere le mefitiche concrezioni del pensiero unico.


Addio Ilva: il bacio mortale di Mittal

Possiamo tranquillamente dare l’addio all’Ilva. La speranza di veder rifiorire il grande complesso di Taranto tramonta definitivamente con la sempre più vicina vendita all’Arcelor Mittal, l’affossatore della siderurgia europea, che la Ue ha sconsideratamente lasciato in balia di qualunque pescecane. Qualcuno, disinformato o pagato dalla disinformatia nazionale, osa persino vaneggiare di una ristrutturazione del complesso in modo da renderlo una fabbrica normale e non una sorta di Bopal italiana. Ma sono illusioni da quattro soldi: i veleni dell’Ilva ce li terremo tutti per il poco tempo che la fabbrica continuerà a funzionare.

Come dovrebbe essere noto, Mittal, tycoon indiano la cui fortuna nasce dalla svendita delle acciaierie dell’ex impero sovietico e poi cresciuto grazie ai capitali finanziari anglo statunitensi che detengono il controllo reale della omonima multinazionale, è a capo di una di quelle nefande corporation che vive della massimizzazione dei profitti nel breve periodo (“l’orizzonte delle imprese di Mittal è il singolo trimestre” come denuncia il parlamentare europeo Lambert)  e nell’acquisizione di aziende che vengono depredate di clienti e commesse per poi spostare la produzione dove più conviene o in alternativa abbassare drasticamente salari e manodopera. E’ storia: la Mittal nel 2006 acquisì la più grande azienda dell’acciaio in Europa, la  Arcelor basata in Francia, per poi abbandonare a se stessi gli altiforni di Liegi, Grandange, Charleroi e Florange oltre a numerosi stabilimenti di lavorazione, nonostante le promesse, i giuramenti di ammodernare e salvare ambiente e occupazione: l’unico scopo era quello di acquisire il marchio e i relativi clienti per poi far produrre l’acciaio altrove. Un altrove che spesso acquisisce le forme di città ormai fantasma nell’est europeo, in Bosnia, Repubblica Ceka, Polonia, Ucraina, per non parlare del Kazakistan, dell’Ucraina o della stessa India. Ed è da notare che l’operazione truffaldina riuscì grazie all’appoggio di Chirac e di Junker, allora primo ministro lussemburhese.

E non solo loro: la Arcelor fece una furiosa resistenza all’acquisizione ostile della Mittal, ma Washington intervenne pesantemente a tirare i fili attraverso Goldman Sachs quando il colosso europeo pensò a una fusione con la russa Severstal, mettendo in pericolo gli equilibri che piacciono, come si è visto, alle amministrazioni americane: solo con questi “aiutini” ( a cui partecipò anche la Thissen Krupp tedesca e la complice italiana di Goldman, ovvero Banca Intesa) la Mittal di gran lunga inferiore come tecnologia, anzi votata alle produzioni di bassa qualità e anche meno capitalizzata riuscì ad acquisire la rivale.

Tutto molto furbo, molto contemporaneo, molto competitivo, molto multinazionale. Mi piacerebbe dire emblematico sia del liberismo che della subalternità europea oltre che dei giochi nazionali che si svolgono delle dietro il velame  dell’unione continentale. E quindi si dovrebbe supporre che grazie al suo cinismo, la Arcelor Mittal  sia una floridissima azienda. Invece ha circa venti miliardi di debiti, vale a dire più della sua capitalizzazione in borsa ed è stata via via degradata dalle società di rating. Eppure il consumo di acciaio su scala mondiale è cresciuto nonostante la crisi a causa della richiesta gigantesca dei Paesi emergenti, mentre il prezzo è salito solo di una frazione della quantità per due ragioni collegate: la produzione di acciaio nei Paesi in via di sviluppo è ancora molto frazionata e localizzata, dunque molto concorrenziale, mentre nei Paesi dove si potrebbero vendere i prodotti a maggior valore aggiunto, il crollo della domanda aggregata, dovuto allo sbaraccamento dei diritti del lavoro e dunque all’abbassamento dei salari, ha penalizzato le vendite. E i disoccupati creati dalla stessa Mittal sono una goccia che si aggiunge a tutto questo. Di fatto si tratta di un’azienda in rapido declino che accompagna quello ormai in coma di un modello basato sulla redditività a breve termine, che guarda solo ai profitti immediati degli azionisti e nemmeno per sbaglio all’interesse collettivo che è poi la fonte primaria della domanda.

Naturalmente questo contesto esclude che la Arcelor – Mittal faccia qualche investimento che possa mettere a rischio i profitti immediati: non ne ha mai fatti da nessuna parte accontentandosi dello sfruttamento selvaggio della manodopera finché dura. Quindi per bene che vada l’Ilva rimarrà una fabbrica di veleni, anche peggio di ora, fino a che la sua produzione non sarà spostata altrove e il complesso diventerà nient’altro che un guscio vuoto.  Certo è sorprendente che tutti i recenti esempi di questo modus operandi, non contino nulla, che Junker, forse non disinteressato promotore dell’operazione Arcelor, sia diventato presidente della commissione Ue, che i governi italiani del tutto implicati in un modello ormai in putrefazione, cerchino di liberarsi in questo modo del problema Ilva. E’ ovvio che vendere il complesso di Taranto a una simile multinazionale, se non in un quadro che veda la partecipazione azionaria anche dello stato, significa continuare ad avvelenare la città più di prima in vista di una chiusura morbida e mediata, con l’unico vantaggio di allontanare la politica compiacente dall’epicentro del disastro.

Del resto essa per prima è divenuta portatrice dei valori Mittal, secondo cui licenziando, razionalizzando, avvelenando, sottopagando, si ottengano risultati straordinari: alla fine c’è sempre il buio in fondo al tunnel.


L’Ilva e i pescecani della Mittaleuropa

ARCELORMITTALCom’è noto la Mittal formalmente indiana, ma di fatto anglo statunitense (e anche caaraibica visto che molti fondi della famiglia Mittal si trovano nei paradisi fiscali)  è interessata ad acquisire l’Ilva di Taranto non tanto per aggiornare le tecnologie, recuperare produttività e salvare l’ambiente avvelenato, quanto per acquisirne le commesse per poi lasciare la carcassa intatta. Antonia Battaglia, protagonista per la lotta con l’industria dei veleni e uscita dalla lista Spinelli per l’inclusione nella medesima dei complici del disastro, ricorda che la Mittal acquisì la più grande azienda dell’acciaio in Europa, la  Arcelor basata in Francia, per poi abbandonare a se stessi gli altiforni di Liegi, Grandange e Florange oltre a numerosi stabilimenti di lavorazione, nonostante le promesse i giuramenti di ammodernare e salvare l’ambiente: l’unico scopo era quello di acquisire il marchio e i relativi clienti per poi far produrre l’acciaio altrove. Un altrove che spesso acquisisce le forme di città ormai fantasma nell’est europeo, in Bosnia, Repubblica Ceka, Polonia.

Del resto la Arcelor fece una furiosa resistenza all’acquisizione ostile della Mittal, ma Washington intervenne pesantemente a tirare i fili attraverso Goldman Sachs quando il colosso europeo pensò a una fusione con la russa Severstal: solo con questi “aiutini” ( a cui partecipò anche la Thissen Krupp tedesca e la complice italiana di Goldman, ovvero Banca Intesa) la Mittal inferiore sia come tecnologia che come capitalizzazione alla Arcelor avrebbe potuto acquisire la rivale.

Tutto molto furbo, molto contemporaneo, molto competitivo, molto multinazionale. Mi piacerebbe dire emblematico sia del liberismo che della subalternità europea oltre che dei giochi nazionali che si svolgono delle dietro le coperture dell’unione continentale. E quindi si dovrebbe supporre che grazie al suo cinismo, la Arcelor Mittal  sia una floridissima azienda. Invece ha circa venti miliardi di debiti, vale a dire più della sua capitalizzazione in borsa ed è stata degradata dalle società di rating. Eppure il consumo di acciaio su scala mondiale è cresciuto nonostante la crisi a causa della richiesta gigantesca dei Paesi emergenti, mentre il prezzo è salito solo di una frazione della quantità per due ragioni collegate: la produzione di acciaio nei Paesi in via di sviluppo è ancora molto frazionata e localizzata, dunque molto concorrenziale, mentre nei Paesi dove si potrebbero vendere i prodotti a maggior valore aggiunto, il crollo della domanda aggregata dovuto allo sbaraccamento dei diritti del lavoro e dunque all’abbassamento dei salari, ha penalizzato le vendite. E i disoccupati creati dalla stessa Mittal sono una goccia che si aggiunge a tutto questo.

Quindi non solo bisognerebbe guardarsi dallo svendere l’Ilva a una simile multinazionale, se non in un quadro che veda la partecipazione azionaria anche dello stato, ma bisogna anche guardarsi da chi pensa che chiudendo, licenziando, razionalizzando, avvelenando, sottopagando, si ottengano risultati straordinari: alla fine c’è sempre il buio in fondo al tunnel.


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