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Era meglio regalargli il trenino elettrico

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Più affine a un corteo, con relativa ostensione di santo o reliquia locali durante il funerale di un boss, che alla visita pastorale di un notabile democristiano ai tempi di Lauro, il pellegrinaggio del divo pop ormai stonato, ha fatto tappa nella  chiesa paleocristiana di Pompei, all’insaputa peraltro della Curia tratta in inganno da una subdola richiesta di mettere a disposizione la parrocchia in occasione della Borsa mediterranea per il turismo archeologico, celebrazione anche quella inadatta alla location, ma certamente meno inappropriata dell’omelia di Renzi davanti a un prestigioso parterre di fedelissimi – è proprio il caso di dirlo –  guidato da De Luca.

Pochi giorni prima sempre lui si era recato in una scuola di Pescara -invitato da una dirigente beneficata dalla sua riforma? dove si è intrattenuto con un nugolo di ragazzini cui lo accomuna una giocosa e infantile indole alla marachella,  oltre che una scarsa inclinazione allo studio. E  pare che abbia usato con loro le stesse parole impiegate nel dicembre scorso quando minacciò gli italiani di “prenderli per mano per cambiare il futuro”.

Pare sia stato dissuaso dal somministrare parole di speranza ai degenti di qualche nosocomio, magari a Siena dove ai tagli alle prestazioni si è aggiunto proprio ieri il crollo di un controsoffitto in testa ai malati. O forse non ne abbiamo avuto notizia, perché sarà parso troppo perfino per quella corte di devoti leccaculo che lo accompagna per elargirci poi delicati resoconti del suo tour.

Mai avevamo assistito a tale  spudorata esibizione di tracotanza da parte di un perdente, molto fischiato ma incrollabile nel cercare un superstite consenso tra vecchi famigli, tra sciagurati che ancora sperano nell’arrivo di una mancetta,  tra maggiorenti minori. Nemmeno quando altri cinghiali, altri squali  si dibattevano seppur colpiti a morte, menando botte e fendenti.

Macché, l’irriducibile continua a sproloquiare, in un delirio di rinfacci, avvertimenti trasversali e intimidazioni camorriste,  mettendoci la sua faccia di tolla come da copione e la sua ineffabile prosopopea: instancabile produttore di  bugie,  preferibilmente erogate via twitter, deplora chi fa battaglia politica coi fake, timoniere di un equipaggio di impresentabili si mette a impartire lezioni di antimafia elettorale, uscere in livera di banche criminali si atteggia a ombudsman in difesa di risparmiatori truffati.

È ormai una sagoma, soprattutto quando ci invita a schierarci al suo fianco contro gli infami populismi.

Proprio lui che di quella colpa più vergognosa si è macchiato fin dagli esordi: facendo man bassa del disincanto e della sfiducia, del rancore, della smania di risarcimento, della frustrazione sociale per sommergere con la sua retorica da imbonitore televisivo o di venditore di telefonini i superstiti valori democratici, proponendo l’impiego rottamatore della vendetta e della rottura di antichi patti generazionali. Il ragazzotto prodigio un prodigio l’ha compiuto accreditandosi come altro rispetto al grillismo, al lepenismo, al salvinismo: operazione che gli è riuscita perché il suo vuoto poteva essere di volta in volta riempito da tutto e dal contrario di tutto, lui perfetto cliente in fola in attesa del nuovo smartphone, lui  che quando si presenta alle camere si rivolge solo alle telecamere, lui che finge di umiliare la casta per costituire un suo ceto personale che cancelli stati intermedi e rappresentanza, lui, insomma.

Sempre lui, che interpreta il perfetto paradosso di un populismo senza popolo, a cominciare dalle sue origini caratterizzate da opachi addentellati con la politica e l’affarismo locale, dalle sue arrampicate di piccolo arrivista di provincia che aspira a frequentare Ad e manager, broker e banchieri, autori di romanzacci e salumieri di grido, lui che interpreta il Mister Smith a Washington, blandendo tutti i candidati per accaparrarsi un posto a tavola nel prosieguo. Sempre  lui che sogna di trasformare la sua Leopolda in Davos o Cernobbio, lui che a  fronte della totale accondiscendenza ai diktat imperiali, offre al popolo, nemmeno a tutto, una carità di 80 euro.

Sempre lui che non si arrende all’amara sorpresa che al suo “populismo dall’alto” il popolo non crede.

In quel dies irae i giovani hanno votato No all’81% (secondo l’indagine Quorum), condannando i supporter della riforma epocale a tornare nell’ambito della biasimata e detestata egemonia dell’establishment, i poveri hanno dimostrato che non si accontentano della beneficenza una tantum, che la geografia del malessere, sud in testa, non si accontenta dei suoi stilemi sull’equità.

In quel dies irae gli è stato rivelato che abbiamo capito in tanti che la malattia della democrazia non è una patologia senile, di un sistema politico che invecchia senza crescere, malato di troppa partecipazione, affetto dal carico eccessivo di troppi diritti, a cominciare da quello di voto, e dalla schiera di nuovo pretendenti a una cittadinanza  consunta  e limitata, sofferente per la pretesa di controlli dal basso che si esprimono ostacolando libera iniziativa e imprenditorialità spregiudicata,

I fischi e gli sberleffi che hanno accompagnato il suo tragitto che ci si augura si concluda nella gogna e poi nell’oblio, devono dimostrargli che quel dies irae non è un giorno della memoria del riscatto e della collera, ma solo l’inizio.

 

 

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Caro bugiardo, quanto ci costi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamane mentre attraversavo Piazza San Clemente, là dove le leggende metropolitane narrano che si trovi l’accogliente quartierino di una personalità molto discussa, mi sono imbattuta in due rappresentanti – peraltro ben riconoscibili dal look Miami Vice: occhiali specchiati, abbronzatura artificiale, mise nera e stivaletti- di una delle caste più inviolate e inviolabili della capitale, quella dei noleggi con conducente, promossi inopinatamente a servizio pubblico, con tutti i “diritti” delle corporazioni, corsie preferenziali, penetrazione nelle Ztl,  ma nessun dovere. I due confrontavano i salari, compresi di ritenute e gratifiche. Ed ecco che la frase compiaciuta di uno dei figuri mi ha folgorata: ah, io in più c’ho pure gli 80 euro di Renzi.

Abbiamo una strada impervia noi che speriamo nel riscatto della verità dal culto della menzogna, divinità idolatrata anche dalle vittime sacrificali, persuase della bontà dell’accondiscendenza e della virtù della dabbenaggine  rispetto  all’assunzione di responsabilità, alla facoltà di scelta, alla ribellione. La bugia è un ingrediente immancabile nelle ricette dei potenti e un’arma particolarmente efficace nella lotta di classe che conducono contro di noi e alla coesione sociale, alla solidarietà, al sogno che i proletari di tutto il mondo si uniscano, se è gioco facile ormai nutrire l’inimicizia, la diffidenza, il rancore, grazie alla conversione di diritti e garanzie in elargizioni discrezionali e divisive, cime nel caso della sapiente somministrazione ad intermittenza delle prerogative dell’articolo 18, dipendenti pubblici, elettorato d’elezione del partito unico, si, dipendenti privati, no. E se l’elemosina erogata con i nostri soldi, in modo che l’obolo infilato in tasca come regalia generosa, esca dalla stessa tasca sotto forma di necessaria tassazione, di doveroso contributo, diventa un dono munifico di Renzi, cui l’autista riconosce splendida prodigalità e offre imperitura gratitudine.

C’è da avere paura che presto i pensionati di oggi e quelli improbabili di domani siano riconoscenti di ricevere quella che è una retribuzione differita, prepagata in anni e anni di lavoro con sacrificio e fiducia che dia la possibilità di una età matura serena e dignitosa, come fosse una concessione che ci si deve meritare, attraverso obbedienza anche nel seggio, soggezione a diktat persuasivi di banchieri senza scrupoli, contribuzioni volontari a sistemi paralleli e a assicurazioni pelose, in modo da dimostrare religiosa osservanza al dio mercato.

Complici i media, l’occultamento e la manipolazione della verità sono diventati sempre di più sistema di governo. Così si distrae il pubblico pagante con intermezzi e scenette, grazie all’ostensione di fatti irrilevanti, si esaltano o inventano pericoli e minacce, soprattutto quelle “esterne”, per eludere quelli “interni” e veri, si alimenta la paura di nemici, tali in misura della loro estraneità o differenza da noi, per distoglierci da chi sta commettendo dei crimini contro di loro e di noi, si nascondono fatti, dati, informazioni, nomi perché   il segreto sia ad uso dei potenti, privilegio inviolabile a loro difesa come la privacy e come d’altra parte tutti i diritti,  ambiti oggetto ormai delle stesse disuguaglianze perverse che caratterizzano il sistema sociale e economico.

Abbiamo concesso loro l’abuso delle parole, manterranno questo potere grazie alla limitazione delle libertà di espressione, la riduzione dell’istruzione a infarinature adatte a formare servitori flessibili, la conversione della lingua in gergo manageriale e commerciale. Abbiamo concesso loro fiducia – e uso il noi perché sospetto che, magari per aver scelto di stare appartatati in una  colpevole astenia, la colpa sia collettiva – e credito come ne è stato concesso alle illusioni di benessere e accumulazione offerte dal gioco d’azzardo finanziario. Abbiamo concesso loro, grazie a una informazione supina, di mentire senza essere smentiti, di ingannarci senza  essere sbugiardati, di fregiarsi delle medaglie dei loro crimini.

Abbiamo dato troppo per essere davvero innocenti.

 

 


Il bluff di Renzi a tutto piano

o-RENZI-facebookHo già invitato a guardarsi dal prendere sotto gamba la campagna antitasse di Renzi: per quanto incredibile, per quanto populista e ingannevole possa essere, per quanto negativi nel computo algebrico dei più e dei meno possa rivelarsi per l’economa nazionale, rischia di avere il medesimo effetto degli 80 euro presso un’opinione pubblica ormai dedita all’accattonaggio di illusioni.

Proprio per questo mi sento di dire che l’insistenza del premier su questa linea non solo rivela la volontà di incamerare il centro destra nel suo progetto di partito della nazione, ma si presenta anche come un atto di disperazione: l’incapacità di produrre programmi coerenti e razionali per il Paese, l’assenza totale di una qualunque politica che non sia quella dettata da Bruxelles, non lasciano altro spazio al recupero di consenso, se non l’uso di queste macchinazioni retoriche che intrappolano i cittadini nel labirinto tra allettamenti e depressione e li spingono alla guerra tra poveri.

Questa volta Renzi è stato apparentemente più furbo e certamente più cinico: ha dato una durata triennale alla partita di giro nel quale consiste il piano antitasse, il patto con gli italiani e tutta questa paccottiglia copiata e  ammuffita, in maniera che il gioco di prendesi con una mano quanto anzi molto più di ciò che viene dato, considerando l’inevitabile taglio ai servizi con l’altra o semplicemente di cambiare nome alle imposte, come accadrà con l’Imu, possa arrivare fino alle elezioni 2018 e condizionarle con la promessa di una riduzione dell’Irpef, naturalmente a favore dei ricchi, con piccola elemosina per i poveri che a quel punto sarà già stata mangiata parecchie volte dall’aumento delle accise e probabilmente dal’aumento dell’Iva che a questo punto potrebbe essere decisa direttamente da Bruxelles. Dall’altra lo ha legato a un vero e proprio ricatto sulle cosiddette riforme in maniera da lasciarsi un pertugio d’uscita casomai fosse impossibile realizzare anche i primi numeri di questo gioco di illusionismo. Ma la fragilità parolaia di questo piano uscito come un coniglio dal cilindro è troppo facilmente visibile attraverso la trama  effimera e volta a nascondere col rumore di fuochi di artificio il declino dell’esperimento Renzi, con tutte le conseguenze del caso.  E infatti ciò che alla fine risalta di tale piano, per molti versi sgangherato è che dovrebbe riportare il Pd al 40 per cento. Unica rpospettiva che gli interessi per frenare le forze centrifughe.
L’immersione totale nella logica e nel trucco del politicante la si desume da ciò che gronda dopo questo bagno nella piscina di mastro Berlusconi e lascia spazio alla diffidenza persino in un’estate calda ed estenuata, tanto che il 70% degli italiani non si fida delle sue praole. Domani potrebbe portare anche a uno scontro con Padoan che è poi il tutore di Renzi, il conte zio della situazione che le fregnacce le lascia al nipote e non manca mai l’occasione di ricordargli a chi deve la poltrona di premier non eletto.
Così nel tentativo di rilanciare un’immagine appannata e resa ancor più sgradevole dopo la vicenda greca Renzi ha mostrato tanta debolezza da giocarsi tutta la posta con carte che non sono ancora entrate  rendendo visibile il bluff. Se qualcuno fosse così astuto da prendere sul serio la mossa senza limitarsi a scuotere le spalle, così coraggioso da aumentare la posta con un serio piano di riforma fiscale e di redistribuzione del reddito e forte di questo andasse a vedere il punto, per il guappo di Rignano sarebbe la
fine. Certo bisogna che vi siano serietà, coraggio e intelligenza

e Renzi sa che sono introvabili. Dopotutto se abbiamo un premier né serio, né intelligente, né coraggioso una ragione ci sarà.


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