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Il bon ton della violenza

Jourdain-Moliere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome sono sì, in collera, ma non sono posseduta da insani pregiudizi e da invidia nei confronti di quei bei faccini puliti, di quelle agili menti così impegnate nel sociale da chiamare lavoro anche l’andare in palestra e il prodigarsi nel volontariato, come hanno dichiarato i leader in dialoghi edificanti condotti da intervistatori toccati dalla loro gentilezza, alternata in regime di par condicio con beceri urlanti a pari merito di Auditel, ecco mi sento di dare qualche consiglio alle Sardine, ufficializzate dal quotidiano comunista con la S maiuscola, e che per qualche ora hanno patito quella censura in rete che esigono ragionevolmente per siti di beceri buzzurri, che, tanto per dire, io conosco bene per essere periodicamente oscurata, ma che dovrebbero chiedere a gran voce per chi calunnia e minaccia, protetto da prerogative di intoccabilità e in rigor di legge.

E infatti raccomando loro, come recita il proverbio, di guardarsi soprattutto dagli amici, dai fan, dalle majorette che li stanno promuovendo a movimento capace di incantare le masse, che grazie alla loro gentile carezza si trasformerebbero da lupi in agnelli, magari pure quelli con la A maiuscola per affinità di nascita, cerchia sociale, interessi per le cose divertenti, protezione della stampa cocchiera e di influenti padrini.

Per esempio,  proprio ieri un blog molto frequentato li appaia ad altro fermento che sarebbe stato capace di convertire i movimenti disordinati e dolenti dei milanesi in dinamismo creativo e partecipazione democratica. Scrive lo spericolato Christian Rocca direttore dell’Inkiesta, che le  Sardine sarebbero ” il modello civile e popolare contro demagoghi e babbei di destra e di sinistra”,  proprio come le madamine e soprattutto  come la Milano che scese in piazza contro i no Expo nel 2015.

E continua imperterrito sostenendo che il loro prototipo risale alla mobilitazione spontanea del 2 maggio 2015, a Milano, quando decine di migliaia di persone guidate dall’ex sindaco Giuliano Pisapia scesero istintivamente in strada per rimediare ai soprusi e alle violenze dei populisti no Expo e per difendere con orgoglio lo sviluppo e il progresso della propria città. La nuova Milano di cui tanto si discute in queste settimane, spesso in modo grottesco, è nata esattamente nel giorno di quella rivolta-civile-contro-la-rivolta-populista che è riuscita a disinnescare i ciarlatani, i mangiatori di fuoco e gli scappati di casa che dilagano altrove. Eccola, per esempio, una cosa che Milano ha restituito al paese”.

Non teme il ridicolo insomma l’avventato opinionista che più che un augurio lancia una minaccia, che fiancheggia come un Maroni o un Calderoli qualsiasi, per non parlare del nemico n.1, una indiscussa superiorità democratica e civile della Capitale Morale, ricicciando, come sempre in tempi di carestia, l’ineffabile Pisapia, sponsor sobriamente allupato della grande kermesse Expo, che sostenne con gli occhi foderati di prosciutto come si addice davanti a una “greppia” sull’alimentazione, fingendo di non vedere quali crimini si consumavano, economici, amministrativi, ambientali, penali, compresi quelli ai danni del buonsenso.

Borghese gentiluomo, dolcemente ritroso, teneramente inconsapevole anche quando si scopre qualche piccola ingenerosità nell’assegnazione di un alloggio alla sua signora, come la definirebbero i cumenda, Pisapia, uomo per tutte le stagioni di uno schieramento che con fierezza ha rinnegato l’appartenenza a una tradizione e a un mandato di difesa e rappresentanza degli sfruttati e che lo estrae dalla naftalina a ogni primaria, meriterebbe però il posto d’onore, da contendersi con quello attuale, di miglior sindaco neoliberista di Milano, superando Albertini e la Moratti, ai quali la parola riformista fa aggricciare la pelle, almeno quanto a me per l’abuso che se ne fa.

Intrisa di quei valori che proprio oggi magnifica come da mandato il rettore della Bocconi in attesa di Mattarella indicandoli nella  “milanesità, nella profondità, nell’autoreferenzialità positiva che ha portato questo ateneo a osare prima degli altri, a provare strade nuove e in alcuni casi a indicare una via bocconiana” – che è facile immaginare porti dopo Monti a Draghi, bocconiano ad honorem malgrado la macchia di essersi laureato con Caffè –  la carriera di amministratore di Pisapia comincia con una efficace campagna di accreditamento che convince gli elettori sulla possibile rottura con il passato, sulla discontinuità  con le scelte urbanistiche dell’amministrazione di Letizia Moratti. Quelle migliaia di persone in piazza  saranno poi invece delusi da quel Piano di Governo del Territorio, e da quel Piano delle Regole, che confermano la tenuta di un processo decisionale non partecipato (anticipatore delle farse odierne della consultazione tarocca dei cittadini sulle “rigenerazioni”) e che ha lasciato e lascerà spazio inalterato alla finanza immobiliare.

Sarà Pisapia a lanciare l’accordo di programma con Fs per il riutilizzo degli scali ferroviari, sulla falsariga di progetti analoghi, ex Fiera/Citylife ed ex Centro Direzionale/Porta Nuova, con analoghi effetti di densità speculativa nel quadro di una nuova Milano da bere,  che è riuscita nell’impresa di espellere fuori dalle mura oltre mezzo milione di milanesi, di stravolgere il tessuto abitativo per far posto a uffici di banche, multinazionali, a un commercio con l’ostensione dei prodotti che mostrano le vetrine di Dubai e Miami, humus e frutto della totale finanziarizzazione dell’economia e della società, e che ha i suoi monumenti sorti sulle rovine prodotte da quella che è stata definita una jüngeriana tempesta d’acciaio e cemento, mentre è tuttora priva di un depuratore ed è regolarmente per via dei fiumi Lambro, Seveso e Olona mai regimentati, tutelati e disinquinati.

Diventata la prima in Europa per consumo di suolo, trasformata nella capitale della cazzuola, grazie a costruzioni tirate su per iniziativa liberista e irregolare di imprese, istituti di credito, presidenza della Regione che chiede autonomia per proseguire nella sua folle megalomania incrociata con l’esigenza di appagare l’avidità costruttiva, non discusse e non controllate in alcun Consiglio pubblico, dove, in perfetta coerenza con i fasti bulimici degli sceiccati e degli emirati, molto presenti in città, si elevano grattacieli che specchiano sulle loro pareti di cristallo il volto osceno e irriguardoso del modernismo, si accredita per essere anche la città simbolo della gentrificazione, la sostituzione antropologica, edilizia e sociale degli abitanti e degli alloggi che via via hanno costituito il tessuto urbano, con avventizi, residenti temporanei ospitati nelle geografie del terziario e che vede nella “valorizzazione” dell’ex Citta degli Studi attraverso la messa a disposizione di quel patrimonio al libero mercato.

Chi volesse interpretare e rappresentare lo scontento dei cittadini espropriati, cacciati, dissanguati, ma spinti a sentirsi talmente intoccati dall’umiliazione e esenti dalla colpa di conoscere come unica forma di disubbidienza, l’evasione fiscale, dovrebbe prima di tutto contrastare chi la violenza l’ha esercitata in forma istituzionale, nel rispetto di leggi forgiate e adottate per favorire interessi privati, anche quando mostra una faccia pulita, modi garbati, abiti impeccabili e applica le regole del bon ton allo slogan del marchese del Grillo.


Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


Pesce azzurro

azz Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avevo giurato a me stessa di non cadere più nella rete delle sardine e degli Omega 3,  in attesa di vederle sfilare con i loro bei faccini innocenti,  puliti, educate come fossero finte (lo scrive Myrta Merlino che le ha invitate in felice avvicendamento con Sgarbi e la Mussolini,  in estasi quanto Giuliano Ferrara e gli house organ  aziendali, Repubblica in testa) in qualità di bifidus activo alla Leopolda per dare ulteriore voce a fermenti sul territorio che peraltro hanno rappresentanza bipartisan in Parlamento e fiancheggiatori al governo a differenza di altri movimenti, quelli degli innumerevoli No.

Quei No, compresi quelli a un referendum vinto ma già dimenticato, che prima o poi troverà nuova vita vista l’immortalità politica e ideologica dei promotori, colpevoli invece di essere contro Salvini, è ovvio, ma anche contro il sistema che interpreta alla pari con chi vuole la Tav, ha  ridotto Taranto a città martire, ha salvato banche criminali, ha assassina Venezia e lo sta facendo anche con Ravenna che sta per ospitare una piazza anfibia, ha svenduto la Sardegna alla Nato e la Sicilia al Muos, ha siglato accordi empi  finalizzati al neo colonialismo ma affettuosamente assimilati alla “cooperazione”, ha riconferma l’acquisto di armamenti farlocchi e poi geme per le invasioni di chi fugge dalle guerre e dalle carestie indotte dai predoni occidentali, quelli che non vogliono la secessione dei ricchi, in testa proprio l’Emilia, acquario di allevamento della specie ittica più amata dagli italiani,  e che non hanno mai registrato consenso in rete e nei giornali che li hanno collocati nelle sfere dello sterile insurrezionalismo, quanto i loro espliciti o sommersi sponsor.

Nel loro Manifesto riportato da Repubblica manco fosse la lettera della signora Berlusconi a ribadire una linea editoriale improntata a una certa emotività, venuta meno in occasione dei processi per i morti di amianto, non si fa menzione tra le passioni: amiamo le cose divertenti, hanno scritto, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto, la fedeltà all’Europa, forse per la paura di riempire troppo il vuoto di pensiero che ha decretato il loro successo, alla quale c’è da immaginare appartengano con lo stesso trasporto che si riserva a una fede incrollabile e che caratterizza le generazioni dell’Erasmus, delle start up, dei lavoretti alla spina che illudono di essere indipendenti dia padroni quando si ha la libertà di organizzarsi la consegna delle pizze secondo le regole del neo caporalato.

Qualcuno ha scritto in margine al mio post (https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/20/i-beccafichi/ ), che  dobbiamo accontentarci perché questi giovani che proclamano di credere ancora “ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”,  si battono con audacia “contro la destra che non vogliamo”, secondo una Interpretazione estensiva degli slogan di questo rave party su scala nazionale.

E’ opportuno dargli corda insomma perchè le sardine  rivendicano di non essere né di destra né di sinistra, la stessa colpa che fino a ieri veniva addossata fino a poco tempo fa ai 5Stelle,  confermando l’impressione che oggi non esista una sinistra che ragiona, agisce, lotta solo perché non c’è una destra buona e desiderabile, così come invece ci sarebbe una Lega cattiva, Salvini, e una buona che vuole le stesse cose del Pd, di Italia Viva, di Forza Italia, pure della Meloni e quindi si colloca nel contesto democratico, unanimemente schierato in favore delle politiche imperiali comprensive della svendita del Paese  in nome del contrasto alla bieca pretesa di sovranità, avanzata da una marmaglia ignorante, avara, egoista composta, me lo hanno ricordato proprio le cheerleader dei fighetti, da artigiani che non fanno la fattura, professionisti impoveriti e rabbiosi, impiegati un tempo garantiti dallo stipendio fisso e ora ridotti a classe disagiata.

È proprio vera quella definizione del populismo secondo la quale viene chiamato così il malessere della plebe quando non sopporta più le malefatte e i crimini degli oligarchi, delle élite, dell’establishment, comprensivo dei ceti che non si arrendono a essere stati declassati e vomitano la loro bile  di schifiltosi e schizzinosi contro il volgo ignorante, rozzo, xenofobo, per riconfermare una superiorità alla quale hanno rinunciato, preferendo adeguarsi, obbedire, appiattirsi nella tana calda e comoda dello status quo più comoda dell’immaginare e realizzare una alternativa.

Così è unanime la condanna del populismo messa in scena nei suoi luoghi deputati, le piazze e la rete, che si vorrebbero sottrarre all’altra speculare occupazione, anche quella promossa dalla stampa ufficiale e dalle televisioni impegnate a rispettare la par condicio invitando sardine e squali, cozze e piranha, e che ci regalano il delicato sentimento di nostalgia della Balena bianca ma anche del qualunquismo di Giannini.

E infatti se è vero che quella che è diventata una deplorata parolaccia sta a indicare la retrocessione della lotta di classe a blocco sociale indifferenziato e grezzo assunta quando ha perso identità e coscienza, è proprio quella memoria sepolta, quella origine soffocata che mette una gran paura a chi non vuole il risveglio e il riscatto, una rivoluzione cittadina che ricostruisce le condizioni di una reale partecipazione democratica al processo decisionale, la possibilità di una reale redistribuzione del reddito che metta a rischio il totalitarismo economico, del quale il fascismo è la declinazione sempre attiva,  e rovesci il tavolo, con una potenza sovversiva.

Qualcuno ce l’ha quella potenza, e mette spavento, se perfino Erri De Luca viene trattato  da mandante morale del terrorismo, mentre la madamine  Si Tav riempiono la piazza di Torino, se Corbyn e Sanders che sarebbero stati un tempo guardati come innocui riformisti, che spargono un po’ di Mozart sul capitalismo per addolcirlo, paiono gagliardi rivoluzionari, se nessuno dà la parola ai giovani che combattono per le loro città, ai senzatetto cui i sindaci progressisti sanno solo togliere luce e acqua, ai ragazzi dell’inferno di Quirra che contestano la conversione della loro terra in poligono di tiro e di test per armi che ammazzano ancora prima di essere vendute ai signori della guerra, agli stranieri che alzano la testa per combattere il caporalato legalizzato cui sono negate le piazze, le panchine e i posti in autobus, nell’acquario  e nel nostro “migliore dei mondi possibili”.


I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


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