C’è da non crederci, eppure quando tutte le spiegazioni sull’aggressione all’Iran si scontrano contro la realtà di un’operazione fallimentare sotto ogni punto di vista per Washington, bisogna rivolgersi a ciò che potremmo ritenere impossibile. E, in particolare, alle parole di Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo dimessosi qualche giorno fa per i suoi contrasti con Trump, il quale sostiene che il presidente ha accettato di scendere in guerra, non tanto per i possibili ricatti derivanti dai file Epstein, come anche io avevo supposto, ma perché terrorizzato dalla possibilità di essere ucciso qualora non avesse seguito Israele nell’aggressione o qualora, adesso, si ritirasse dal conflitto. Già nei mesi scorsi, le poco convincenti spiegazioni sull’assassinio di Charlie Kirk, dopo che questi aveva abdicato alla linea filosionista, avevano fatto ritenere ad alcuni analisti che si fosse trattato di un avvertimento trasversale al presidente. E in questa chiave di avvertimento è stato interpretato pure l’attentato allo stesso Trump sul quale, come al solito, si è condotta un’inchiesta assai superficiale. Ma ora siamo arrivati al diapason e forse al cuore della vicenda.

In precedenza Kent aveva detto che gli Usa erano nella condizione ideale per poter trattare con l’Iran, il quale sarebbe stato assolutamente disponibile a discutere i livelli di arricchimenti dell’uranio, comunque lontanissimi da quelli necessari a un’arma nucleare, ma una campagna di stampa condotta a tappeto ha convinto l’amministrazione che l’Iran era sul punto di costruire la bomba, come viene sostenuto ormai da trent’anni e che si dovesse imporre all’Iran di cessare del tutto l’arricchimento dell’uranio anche per usi civili. Insomma: “Hanno mandato in corto circuito i negoziati affermando che l’arricchimento equivale al possesso di un’arma nucleare da parte dell’Iran, il che non potrebbe essere più lontano dalla verità”. Il fatto è che la leggenda dell’atomica iraniana può magari essere creduta da un’opinione pubblica del tutto impreparata a valutare questi problemi, ma non dall’amministrazione di un grande Paese che, invece a quanto pare, è formata da dilettanti tenuti al guinzaglio da Tel Aviv con minacce dirette che secondo Kent comprendevano anche minacce di morte, non troppo esplicite, ma concrete e credibili, nei confronti di Trump e dei suoi familiari. Non so davvero se questo possa essere vero, ma due cose sono certe: l’assassinio dei leader è il normale modus operandi dei sionisti e, secondo molti stretti collaboratori, il presidente appariva letteralmente terrorizzato dalle immagini del killeraggio di Kirk. Quindi la tesi, che peraltro proviene da una persona certamente informata dei fatti, come Kent, è plausibile: tanto più che l’assassinio di uno dei più influenti personaggi del trumpismo, uscito dal tunnel sionista, è avvenuto il 10 settembre e poco dopo sono cominciati i preparativi per l’aggressione all’Iran, prima ancora che sul piano militare, con la destabilizzazione della moneta iraniana. Ciò avrebbe dovuto, secondo le convinzioni di Washington, creare malcontento nel Paese e portare a una rivoluzione filo occidentale. Quando questo non è avvenuto si è passati alle maniere forti e, del resto, anche la preparazione militare era in atto da parecchio tempo prima dell’assalto.

Ora supponiamo che tutto ciò sia vero o comunque contenga un nucleo di verità, questo davvero non giustifica Trump, anzi ne aggrava la posizione e la figura perché ne fa un codardo, disposto a sacrificare gli interessi del suo Paese e le vite dei cittadini che dovrebbe difendere, pur di non correre alcun pericolo. È evidente da oltre 4000 mila anni che ogni leader è sottoposto alla possibilità di attentati e tentativi di assassinio e se uno non sa affrontare tali situazioni è meglio che rimanga a fare il palazzinaro e a violentare ragazzine. Il declino occidentale emerge chiaro anche da questo. Così come emerge chiaramente quale sia e dove si trovi la testa del serpente.