Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, in merito al post (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/06/26/roma-giungla/ ) sull’invasione di varie specie animali nelle nostre città, esemplarmente rappresentato dalla non pacifica occupazione di suolo urbano da parte di branchi di cinghiali nella Capitale, mi fa osservare che proprio in una delle zone più interessate dal fenomeno, quella  a ridosso dell’Insugherata, festose famigliole romane hanno divelto le recinzioni che delimitano l’omonima Riserva naturale istituita all’interno della città nel 1997, per far vivere ai ragazzini un’immersione nella natura selvaggia, più avventurosa del giro al Bioparco anche se meno immaginifica dell’irrinunciabile tour a Eurodisney, recando doviziose vettovaglie per le differenti famigliole romane appartenenti alla specie  sus  scrofa, i cui cuccioli smuovono quella commossa tenerezza che non si nega a nessuna bestia quando è allo stadio infantile.

Non c’è da stupirsene. Regna grande confusione sotto il cielo e nell’immaginario collettivo, popolato di lupi Alberto, re Leoni, Dumbo, e via via fino al poliziotto Rex,  custode di un ordine pubblico che per un processo di antropomorfizzazione rende gli animali sempre più simili all’uomo e gli esseri umani sempre più affini alle bestie ma con qualche carattere più ferino e belluino, a cominciare dalla crudeltà inutile, dall’uso della tortura e della “caccia sportiva”, ingiustificati dalla fame.

Inutile dire che anche questo processo  fa parte della commercializzazione di ogni prodotto di madre natura: uomini, risorse, foreste, mari, acqua, minerali.  E animali, anche loro promossi a brand quanto mai fertile, non solo in qualità di attori primari di una narrazione che dovrebbe fare ammenda del protagonismo antropocentrico e di una mitologia da far rabbrividire La Fontaine e Esopo per non parlare di Lorenz, popolata   di esemplari, loro sì,  virtuosi, generosi e coraggiosi che hanno sostituito eroi umani ormai obsoleti.

Ma soprattutto diventati clientela finale di un mercato sempre più fiorente, perfino in tempi di crisi, con un’offerta di migliaia di alimenti che hanno messo in ombra i papponi, la scodella di latte e il risone, per far posto a croccantini e bocconcini, di  dentifrici per le loro gengive sensibili, di digestivi contro la gastrite da stress, di collari  mirati al distanziamento sociale, di passatempi ludici cui si sono aggiunti farmaci, medicinali e integratori che fanno dei migliori amici dell’uomo la loro imitazione in forma di eterni malati, da vaccinare, monitorare, sottoporre a analisi costose e accertamenti, intesi a scoprire comunque una qualche patologia che va seguita da cliniche veterinarie, dove combinare la permanente del barboncino, la opportuna castrazione di mici, con le unghie french nail del pechinese e qualche opportuna seduta di analisi per animali da compagnia nevrotici e complessati.

Non occorre aver letto il risvolto di copertina dei sacri testi della Scuola di Francoforte, per dedurne che questo processo che possa dipendere da un sentimento analogo alla cattiva coscienza dei colonizzatori, trasferita sulla natura e i suoi abitanti, perché è vero che il dominio, lo sfruttamento, la sopraffazione anche futile, inutilmente crudele nei secoli sono stati esercitati su tutti gli “animali”, umani e non.

E si sa che la violenza esercitata sulle “bestie” avrebbe anche un non indifferente effetto secondario, ribadire la superiorità umana che si distingue grazie alla “ragionevolezza”, alla tutela della  dignità espressa grazie al rifiuto della cieca obbedienza ai comandi di un padrone. Valori che oggi smentiamo di continuo con i nostri comportamenti e con il prestarci come topolini da laboratorio in nome delle sorti progressive della scienza e a sacrificarci per essa, proprio come le cavie nei laboratori sperimentali ma anche le caprette o i vitellini dai quali gli aruspici traevano i segni divini.

E se è meglio, per riflettere sul rapporto tra uomo, natura e ambiente non farsi soggiogare dal pensiero riduzionista, meglio ancora  sarebbe salvare la specificità dell’uomo rispetto all’animale, non solo sottraendoci alla tentazione, non a caso nata e coltivata negli Usa, di spiegare il comportamento individuale e sociale in base a programmi e codici rigidi, come nella sociobiologia, ma mettendo al centro della condizione speciale dell’animale-uomo il rapporto tra libertà e necessità,  che l’alienazione, l’estraniazione dall’ambiente e quindi il suo sfruttamento intensivo ben oltre il bisogno, ci fanno dimenticare nella parossistica ricerca dell’emancipazione dalla miseria, ma, pare, non dalla servitù..

Ogni giorno contribuiamo così a consolidare il simulacro dell’uomo come  l’idolo a cui si sacrifica tutto: rapporto con la natura, con i propri simili, come sta succedendo proprio in questa fase,  e con se stessi, in modo che possa dominare tutto quello che ha intorno e anche dentro di sé, un risultato che si sta ottenendo legittimando l’abiura a diritti e libertà, la rinuncia punitiva a bisogni, desideri e aspirazioni, che non devono essere concessi a chi non li merita, collegati come sono a una responsabilità e a dei doveri disegnati e designati dall’alto secondo paradigmi stabiliti da chi per censo, rendita, nascita, affiliazione appartiene a una oligarchia legittimata alla violenza sugli altri proprio come l’umano la esercita sull’animale.

Sì, perché cosa c’è di più violento di volerlo far assomigliare a noi, col cappottino firmato, in gabbia perché ci faccia compagnia cantando o ripetendo i nostri versi (Roma è piena di pappagalli coloratissimi scappati dalle voliere dei Parioli e della Cassia), impennacchiato per suscitare invidia, trasportato  in un contesto estraneo dove vive una prigionia crudele per animare i giardini dei mafiosi di Miami o degli arricchiti del comasco che hanno sostituito il criceto con l’iguana, oppure nell’incaricarlo di diventare simbolo di una resistenza cui abbiamo rinunciato, come il lupo autorizzato a mangiarsi le pecore marsicane da quando è diventato  un eroe dell’etolologia letteraria,  in veste di ribelle  amico e affine al brigante.

E intanto i ragazzini davanti a Focus o a forza di ricerchine per gli invalsi sanno tutto del lemure, della socialità dei capibara, ma pensano che il maiale sia un animale talmente esotico che non trova posto nel bioparco cittadino, che il tonno nasca in scatola  e così tenero che lo tagli col grissino, che il pollo all’origine sia già trafitto da uno spiedo e contento di rendersi utile con contorno di patate. E che i cinghiali abbiano diritto a una libertà che il futuro sta negando alle loro generazioni.