Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque si sia recato in Israele in una successione di anni segnati da un’escalation della politica colonialista e della repressione segregazionista, può aver trovato una spiegazione per l’accondiscendenza di  larga parte della popolazione alla politica del governo e per la riprovazione riservata ai dissidenti che, è doveroso ricordarlo, sono più numerosi e audaci che nel nostro democratico paese che delega l’antifascismo al Pd, alle sardine e al profeta con busta paga di Amazon.

Si cominciava nel taxi diretto all’American Colony hotel (già la destinazione non era gradita all’autista, puzzava lontano un miglio di vicinanza culturale  oltre che logistica con il nemico in casa): la radio era sempre a tutto volume e se ti lamentavi la risposta sempre uguale: era necessario e doveroso essere sempre collegati in caso di chiamata alle armi o di allarme.

Ogni visita nei siti storici, archeologici e nei “luoghi santi” era preceduta da accurate perquisizioni, le stesse con tanto di interrogatori “poliziotto buono/poliziotto cattivo” che precedevano la partenza dall’aeroporto e che consistevano anche nella generosa spremitura di tubetti di dentifricio o crema solare potenziali ricettacoli di composti esplosivi.

Gli amici residenti che incontravi  erano solleciti a spiegarti che tutto questo faceva parte di un necessario e imprescindibile sistema di sorveglianza attiva che coinvolgeva tutti i cittadini e che aveva contribuito a evitare o a limitare la portata funesta di attacchi e attentati.

Il caso Israele è esemplare della sindrome dell’isolamento e della solitudine, alimentata in anni e anni nei quali si è accompagnata al mito di una specialità etnica, storica o antropologica, comune a molti popoli, e che affligge una società che si sente virtuosa, circondata e provocata da vicini, che soffrendo del ritardo cui si sono condannati, diventano ostili e minacciosi. E che va di pari passo con quella dell’assedio, incoraggiata per creare unità e coesione e che,  fisiologicamente quando non ci sono anticorpi democratici, sconfina dall’autodifesa nell’intimidazione, nella prepotenza e della repressione come deterrente  per “avvertire” e scoraggiare,  anche nel caso il pericolo sia interno, ancora più insidioso e inafferrabile.

Si tratta di una spiegazione non di un’attenuante e non lo è nemmeno se applichiamo questo paradigma interpretativo alla condizione che stiamo subendo e alla quale la maggioranza del Paese si sta sottomettendo.

In questo caso il nemico è invisibile, subdolo, quasi incontrastabile, serpeggia, infiltra, di insinua, avvelena e  contagia, richiede misure straordinarie, autorità speciali e la militarizzazione del territorio, induce sospetto e diffidenza, raccomanda vigilanza e il mantenimento della distanza di sicurezza.

Richiede attestati di fedeltà alla causa della comune difesa e criminalizza e punisce i colpevoli di altro tradimento, senza mascherina e senza vaccini, soprattutto se si tratta di disertori sanitari, si prepara a imporre salvacondotti e forse richiederà forze speciali addette al controllo, non bastando più la delazione e le soffiate incrociate.

Ma è bene ricordare che la “cultura” dell’assedio è un carattere della condizione “occidentale” già da un bel po’. Ci fanno percepire la minaccia grazie a una svariata declinazione di rischi, dal 2001 quello del terrorismo, dal 2008 quello dell’instabilità e della povertà, dal 2014 quello della Jihad della porta accanto, da un decennio quello delle invasioni bibliche, oggi quello del contagio.

Paradossalmente si guarda sempre all’incidente, all’esplosione e non a quello che ha creato le condizione perché venisse accesa dal fato la miccia dell’ordigno: così si rimuovono le responsabilità di imperialismo e colonialismo e la pressione delle tremende disuguaglianze che generano malessere,  si omettono la correità in imprese belliche che di traducono in morte, fame, miseria, furto e dissipazione di risorse e l’acquiescenza di governi e parlamenti che hanno  partecipato del disegno criminale della circolazione di capitali e dell’instaurazione del regime finanziario.

E oggi sembra uno sterile esercizio guardare dietro alla narrazione pandemica, per dare un senso politico e civile ai dubbi e alla collera per i lutti, per l’imposizione di disposizione punitive e lesive di diritti e libertà che si aggiungono alla cancellazione dello stato sociale, della sicurezza e dell’assistenza sanitaria, mentre è in corso la chiamata alle armi per una mobilitazione generale perenne.

Anche in questo caso a essere in pericolo sarebbe l’occidente con la sua civiltà superiore, con i suoi stili di vita, da tutelare ben più di prerogative e diritti, cui attentano le tensioni prodotte dal movimento incontrollato di grandi numeri di popolazione, dai fermenti di carattere etnico o religioso, del possesso e del traffico armi di distruzione di massa, e poi dal traffico di droga e  di esseri umani, dalla cybercriminalità, dalla pedopornografia, dalla criminalità organizzata che infiltra il sistema economico “sano”.

Inutile osservare che si tratta degli ordinari e naturali effetti prodotti da quel sistema che ci chiede di impegnarci con sacrificio penitenziale per contrastarli e governarli quando non sono più funzionali alla sua crescita: la ricetta si applica a tutti i contesti, con la rinuncia a tutto quello che si traduce in conoscenza, consapevolezza, sviluppo culturale, piacere, che pare si possano godere solo grazie alla rivoluzione digitale, alla socialità, alle relazioni affettive, anche quelle diventate privilegio esclusivo delle élite sanificate, all’espressione e realizzazione di talenti e vocazioni, da quando istruzione e formazione li scoraggiano per lasciar spazio all’addestramento del capitale umano.

Adesso siamo vicini al passaggio da società assediata a società sicura.

Non sciogliendo nessuno dei nodi e non sanando nessuno dei danni che ha permesso venissero prodotti, si instaura un regime di ordine pubblico poliziesco,   censorio, fiscale,  sanitario e “morale”, inteso a reprimere la disobbedienza, la critica, criminalizzando e punendo chi minaccia di rompere un’unità difensiva da tutelare anche con la militarizzazione (oggi la stampa ufficiale esulta per i successi vaccinali del Generale a fronte, cito, del “nulla precedente”), per opporre un fronte  monolitico ai rischi che vengono da nemici esterni e interni:  attacchi terroristici, traffici illegali, speculazioni finanziarie, invasioni, germi, virus, pipistrelli e perfino le fake news, tutte quelle informazioni cioè che potrebbero indurre pensiero antagonista o semplicemente il dubbio, diventato reato perseguibile.

Chiusi e assediati nella Fortezza Bastiani che guarda il deserto dei Tartari, ci fanno credere di risparmiarci  dalla paura più grande, quella di morire, consegnandoci a una più grande ancora, quella di vivere.