Una falsa nera per una falsa campagna

Il cosiddetto deep state è alla disperazione: nonostante tutto, nonostante la gestione apocalittica della pandemia risultata una specie di boomerang e poi l’inizio di guerra civile innescata con il Black lives matter grazie a un quarto di miliardo di dollari giunti dai soliti noti, l’abissale vantaggio che separava il suo candidato, ovvero il guerrafondaio rimbecillito Biden, da Trump si sta colmando. E questo proprio dopo aver messo a segno quello che sembrava un colpo magistrale: designare come vicepresidente una donna dalla pelle scura, la ex procuratrice e oggi senatrice  Kamala Harris, praticamente per saldare i palazzi del potere alla piazza in questa sfida  elettorale. Ma si tratta in sostanza una specie di doppio o triplo raggiro perché la Harris è “abbronzata” in quanto per metà di origine indiana, ed è ben noto che gli indiani sono scuri, ma sono ariani,  infatti è da quelle parti che si è andata a pescare la svastica ed è sempre lì che  i nazisti inviavano spedizioni per trovare la culla originaria della stirpe; solo il padre un creolo giamaicano molto chiaro può vantare qualche goccia di sangue nero, purtroppo però in tutti i sensi: come egli stesso ha orgogliosamente affermato, discende dallo schiavista Hamilton Brown. E non solo: come docente di economia alla Stanford University ha fatto parte della prima forza d’urto del neo liberismo. Insomma la vicepresidente in pectore dei democratici ha ben poco a che fare con gli afro americani, che infatti incarcerava con frequenza e con severità, sia per discendenza che per status sociale e per ambiente intellettuale, visto che ambedue i genitori erano, benestanti e di destra. Se poi Kamala stessa  o qualche suo elettore in pectore è vittima di questo equivoco lo si deve solo alla cultura ossessiva e grossolana degli Usa.

Non è colpa mia se occorre sempre mettere i puntini sulle ” i ” per contrastare le narrazioni truffaldine e quindi non darò molta importanza al fatto che la Harris sia già stata pesantemente sanzionata in passato dalla commissione etica di San Francisco per aver violato la legge sul finanziamento delle campagne elettorali: come lei ha replicato  “la leadership non è il fatto di essere perfetti, ma assunzione di responsabilità” Non badate molto al significato che potrebbe suonare contraddittorio, “responsabilità” in America è un mantra che si mette anche nel caffè per meglio essere irresponsabili, ma si tratta in fondo di cose veniali. Più grave è ciò che è venuto fuori l’anno scorso quando Kamala si presentò candidata alle primarie democratiche: Lara Bazelon,  professoressa di diritto e direttrice dei programmi  di giustizia minorile e giustizia razziale presso la University of San Francisco, scrisse sul New York Times un articolo devastante sulla Harris, sostenendo che era una falsa democratica: non si opponeva alla pena di morte, non aveva tentato di rimediare a clamorosi errori processuali che tenevano gente innocente in galera e ogni volta che arrivava il momento di fare una scelta di politica progressista si asteneva, in particolare su una legge che permetteva di punire persino con la detenzione i genitori di studenti che saltavano la scuola. L’accusa era: Harris non è un’eroina anti sistema, fa parte del sistema e ne approva gli aspetti più deteriori e repressivi. Adesso sembra tutto messo sotto il tappeto, ma non è ancora il peggio perché la Harris nelle sue prime interviste si è subito dimostrata una talebana della lotta politica, se possiamo chiamare così la battaglia fra due fazioni del capitalismo e spesso ha fatto intendere che o vince Biden oppure il Paese sarà messo a ferro e fuoco: “Non si fermeranno e tutti attenti perché non si fermeranno, non si fermeranno prima del giorno delle elezioni a novembre e non si fermeranno dopo il giorno delle elezioni “. Condendo queste minacce con l’idiozia che Putin starebbe tentando di impedire l’elezione di Biden.

Forse una fetta di elettori incerti si è cominciata a chiedere quanto sia saggio consegnare le chiavi della Casa Bianca a un gruppo di individui pronti ad affondare il paese che desiderano così tanto governare. In effetti , specie in alcuni stati governati dai democratici è stata stridentissima la contraddizione fra restrizioni draconiane per la “pandemia” tra virgolette e il permesso medico ai manifestanti violenti ammassati per strada. Ma soprattutto la gente comincia ad indignarsi sul silenzio dell’informazione maistream sulle violenze e sui suoi protagonisti. Se fino a qualche settimana fa i sondaggi erano alterati dal fatto che molti non osavano manifestare la loro scelta su Trump continuando su questo passo potrebbero essere i democratici a vergognarsi.

 

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One response to “Una falsa nera per una falsa campagna

  • andrea z.

    I pacifisti anti-establishment di ieri sono gli Antifa addestrati alla guerra urbana di oggi, le femministe e gli omosessuali di ieri sono gli ultrà dell’ideologia di genere di oggi, mentre chi ieri adulava Martin Luther King, pastore protestante e fautore della nonviolenza, oggi pende dalle labbra di un altro King, Shaun, che predica la distruzione del cristianesimo ed è parte di un collettivo che sta esacerbando le già tese relazioni fra bianchi e neri e dal cui ventre stanno nascendo fenomeni come la Not Fucking Around Coalition, un’organizzazione paramilitare di suprematisti neri i cui membri attraversano le strade dell’America alla ricerca dello scontro con i nazionalisti bianchi.
    https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri/il-giorno-piu-lungo/

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