L’imboscata e le minacce dei barbari

iran-usa-funerali-soleimaniCi vuole una bella dose di ingenuità per pensare che l’assassinio di Soleimani sia stato frutto di una decisione di Trump, anche se è questo che il mainstream globalista con i suoi soldatini giornalisti dà per scontato. In realtà questo atto di terrorismo vero e proprio mette in così grande difficoltà la Casa Bianca proprio a ridosso della campagna elettorale che si può facilmente sospettare un trappolone del partito della guerra alleato con Israele. E in effetti le mosse della presidenza nei giorni precedenti l’attacco inducono a pensare che Trump si sia trovato di fronte al fatto compiuto – resogli noto  da Mike Pompeo e dai generali solo il 29 dicembre – o quanto meno di fronte a un piano di assassinio ad uno stadio così avanzato di preparazione  e costruito attraverso i canali diplomatici ufficiali con l’invito di Soleimani a Bagdad, (vedi nota) , al quale non poteva più dire di no, pena l’accusa di essere amico dei nemici dell’America. Del resto il presidente da buon realista, ama gli accerchiamenti e i lenti strangolamenti, non i colpi alla giugulare come i sui avversari “idealisti”, però adesso si trova di fronte a un conflitto che non può rinnegare, ma che nello stesso tempo non può nemmeno alimentare fino allo scontro militare diretto visto che l’Iran può colpire tutta la zona petrolifera e lo stretto di Ormuz causando danni letali all’economia mondiale.

Al Trump messo all’angolo ed espressione dell’America profonda appartiene invece in toto l’abietta minaccia di distruggere i siti archeologi persiani i quali ovviamente appartengono a tutta l’umanità, cosa che svela meglio di qualunque altra , la mistificazione attorno a una cultura che incuba in ogni sua espressione la violenza pur rappresentandosi come esemplare ed eccezionale. Non si tratta affatto di un’antinomia, anzi di un correlato oggettivo: tutte le espressioni di violenza abbisognano di una giustificazione virtuosa per la loro prepotenza oltre che di una sorta di escatologia del bene finale. Ma nei momenti di crisi tutta la sovrastruttura di ipocrisia su cui questa dialettica si arrampica, crolla lasciando trasparire la realtà che si nasconde sotto il trompe l’oeil. E questo accade in maniera ancor più acuta e drammatica al cuore di un sistema fondato sulla disuguaglianza che si presenta come egualitario e dunque esercita quotidianamente il proprio infingimento pretendendo di estenderlo a tutto il pianeta. Così si arriva al punto di minacciare cose come la distruzione dei siti archeologici che al tempo della distruzione dei Buddha di Bamiyan a parte dei Talebani  costituirono una delle giustificazioni per l’invasione dell’Afganistan, oltreché uno dei massimi scandali prodotto dall’integralismo mussulmano. Ma la minaccia archeologica dimostra che non c’è alcuna lotta al terrorismo, ma si combattono tra loro due forme di terrorismo e  di integralismo che finiscono per somigliarsi.

Del resto basti pensare che dopo aver invaso e distrutto l’Irak con il pretesto di “armi di distruzione di massa” che non esistevano affatto, allo scopo di controllare tutta l’area mediorientale e il suo petrolio , ora gli americani vorrebbero ritirarsi, così come vuole il parlamento iracheno  facendo pagare a Bagdad i miliardi dollari che sono costate le basi militari statunitensi. Sarebbe ancora una volta ingenuo pensare che Trump sia impazzito assieme al suo antagonista, lo stato profondo guerrafondaio: questa è solo la  consolazioni di chi mette la testa sotto la sabbia perché ciò che accade non è che l’approdo finale di una logica imperialista incarognita dallo scacco che è stata costretta a subire: quello in Siria e l’amara sorpresa della inaspettata resistenza della Cina alla guerra commerciale che gli Usa stanno perdendo. Anzi di fronte a una strategia che si è rivelata perdente nel momento in cui ha ravvicinato e legato due potenziali avversari come Cina e Russia ottenendo per giunta l’effetto di aumentare l’export cinese in Usa del 20 per cento e di perdere 200 miliardi di entrate con le sanzioni alla Russia. Adesso parla la rabbia per la constatazione che l’assassinio di Soleimani ha avuto un effetto molto diverso da quello che si aspettavano le Yaya sister dei segreti di Washington: quello di unire ancora di più  il paese  contro tutto ciò che l’America rappresenta, di rafforzare anziché indebolire il regime e di estendere l’indignazione anche all’Irak. 

Lo avrebbe compreso anche un bambino, ma si sa che la rabbia fa commettere errori catastrofici e svela la propria natura molto meglio che sul lettino dello psicanalista.

Nota Da fonti ufficiali irachene si è appreso che l’imboscata è stata organizzata attraverso canali diplomatici, attirando Soleimani in Iraq per ricevere un’offerta di sanzioni ridotte dal presidente Trump.  Qassem Soleimani è atterrato in Iraq per incontrare il primo ministro Adel Mahdi, il quale avrebbe dovuto essere latore di un messaggio per l’Iran da parte della Casa Bianca, mentre è stato ucciso non appena sceso dall’aereo: la nota diplomatica del segretario di Stato Michael Pompeo all’inviato iraniano, Soleimani, era, in effetti, un’imboscata.

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