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L’era del “turismo unico”

fernsehturmProbabilmente chi è andato a Berlino non ha potuto sottrarsi al fascino futurista e modernista della torre televisiva, quella con la celebre sfera a tre quarti dell’altezza e quasi certamente sarà salito sulla terrazza panoramica. Qualcuno magari ha anche pranzato nel ristorante girevole a 207 metri di altezza, il primo nel mondo e già orbitante prima delle imitazioni di New York, Sydney, Pechino o Pyongyang. Epppure la quasi totalità di queste persone non sa letteralmente ciò che vede, considera tutto questo come un simbolo della rinascità della città dopo la caduta del muro e tra i più ideologizzati rappresenta la potenza del capitalismo che si erge vincitore sopra i grandi condomini dell’era comunista oggi ristrutturati e modernizzati con i grandi cartelloni pubblicitari che vi campeggiano sopra come nidi di cicogna del mercato.

Questo è uno degli effetti alienanti del “turismo unico” che ha sostituito il viaggiare e che consiste in una bolla di omologazione nella quale il cambiare di luogo è solo un dato sui registri delle compagnie aeree, una tacca sulla pistola fumante del consumo e dei desideranti: infatti quasi nessuno sa e nemmeno potrebbe immaginarlo nel contesto immaginario in cui vive, che quella torre di Berlino è stata costruita in pieno regime comunista dal 1965 al ’67 e costituì un tale smacco per la modernità dell’ovest che in occidente si è cominciato a vederne delle immagini solo dopo la caduta del muro o altrimenti in prospettive così lontane da renderne la localizzazione in Alexander Platz (famosa per un celebre romanzo di Alfred Döblin), cioè a Berlino Est, praticamente impossibile. Paradossalmente tutte le città tedesche di qualche importanza si sono dotate a cominciare dagli anni ’90 di torri più o meno simili anche se regolarmente più brutte, che sono ormai il clou del loro skyline piuttosto povero a causa delle distruzioni della guerra: insomma l’elemento simbolico prevalente della Germania ordo liberista è in realtà un manufatto dell’era comunista.

In compenso però abbiamo miti fasulli tutti occidentali come la route 66 che attraversa desolate campagne, nel complesso non vale tutta insieme o meglio ciò che ne resta 50 chilometri di via Emilia, ma sul cui fascino tutti debbono obbligatoriamente giurare, così come su quella piazzetta chiamata Times Square a suo tempo costellata di sordidi locali di guardoni oggi rimpannucciata, ma rimanendo una insignificante piazzetta dell’immaginario a la carte. Insomma il gioco della definizione di un mondo è a tutto campo, non risparmia nulla né nell’assertività, né nella memoria storica, mentre tutto finisce per trasformarsi in soldi e speculazione.  Non si tratta solo della narrazione propriamente  detta, ma anche dei “topoi” cioè dei luoghi e delle immagini che v engono sistemati secondo quanto ordina il pensiero unico. Certo è straordinario come un’ideologia imperniata sull’individualismo atomistico, nemica dello stato e di ogni forma di potere pubblico, pronta a negare l’esistenza stessa della società se non come rapporto tra singoli a cui si lascia in eredità il lasisseza faire, sia sfociato in un totalitarismo soffice che non lascia stare nemmeno l’ architettura, deciso a negare memoria e futuro, che alla fine si rivela concretamente come una forma di sociopatia.

 

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