ecco le radici della crisiNon vorrei essere nei panni della Confcommercio che deve registrare il fallimento del “modello” economico sbrindellato e tempestato di prassi “impure” che ha sempre appoggiato, ma nello stesso tempo non può nemmeno rinnegarlo. Certo ha ragione quando dice che il 2014 non sarà l’anno della ripresa, come sanno tutti quelli che non credono alle fiabe e ha ancor più ragione quando dice che gli esercenti sono stremati. E’ verissimo, ma lo è soprattutto perché non ci sono più soldi da spendere, perché l’austerità ha affossato quella spesa pubblica e quel welfare che per molti anni tra gli autonomi ha fatto da alibi e da contraltare morale all’evasione. Ed è molto dura scoprire che dopo aver promosso pizzicagnoli e cartolai (mestieri peraltro più che decorosi) a imprenditori, scopre che in realtà la trasformazione è stata nominalistica e che i “piccoli” sono anch’essi vittime designate.

Così stretta fra Scilla e Cariddi, cerca una grottesca via d’uscita e addossa tutta la colpa delle vacche magre alla contraffazione e all’abusivismo che toglierebbero 17 miliardi dalle tasche degli esercenti. Insomma sarebbe colpa dei venditori di tappeti, di borse mal griffate, di kebab o di ombrelli del celeste impero e rolex fasulli se il commercio va a remengo. Come se la massaia o il precario comprassero le imitazioni invece degli originali da migliaia di euro per sbaglio, ingannati dai quei furbacchioni del Pakistan, dell’Africa sub sahariana o dai cinesi. No, li comprano perché si possono permettere solo le imitazioni a pochi soldi  e lo stesso vale per qualsiasi altra cosa, panino compreso: l’unica vera via d’uscita sarebbe che le imitazioni le vendessero anche i negozi normali e che magari bar imparassero a fare il kebab o il food street, come avviene in tutto in resto del mondo. Ammesso e non concesso che produrre oggetti costosissimi facendole produrre a prezzi irrisori non sia in sé una contraffazione.

Ma a seguito di queste assurdità, la Confcommercio  si lascia tentare dal grottesco: “Siamo in una situazione di allarme rosso e chiediamo, dunque, tolleranza zero contro ogni forma di illegalità”. Certo che scappa da ridere:  a chiedere legalità e tolleranza zero sono proprio quelli che fino a ieri non ne volevano sapere per ovvi e conosciuti motivi. E che di certo non la chiedono sulle ricevute fiscali, ma sui tappetini di venditori di borse. Siamo proprio un Paese alla frutta, soprattutto perché questo argomento delle falsificazioni e dell’abusivismo tenta di nascondere il crollo di un sistema anomalo, su cui si è costruita un’intera economia e che è vissuto di nel ventre di vacca del demo berlusconismo. Un sistema che, per inciso, ha bypassato, grazie alle elusioni ed evasioni, proprio quella libera competizione alla quale sono sacrificate miliardi di parole e zero fatti. E’ anche per questo che le organizzazioni di categoria non se la sentono nemmeno di chiedere apertamente aiuto allo stato, come sarebbe anche ovvio e giusto per superare il brutto momento con nuove politiche fiscali e legislative, una difesa contro l’economia parassitaria delle rendite edili che tuttavia implicherebbero maggiori controlli. Così come non se la sentono di riconoscere lo status di vittime potenziali delle ideologie perseguite con tanta svagata pervicacia.