ttAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quando tira un calcio col piede calzato degli stivaletti col tacco, armati di speroni d’argento, per spalancare le porte basculanti del saloon, cala il silenzio tra i giocatori, tacciono le ragazze, sta zitto anche il solito ubriacone, si nasconde il pianista e il barman bisbiglia solo: cosa ti servo? E d’altra parte quando arriva il fuorilegge  le strade si svuotano, i pavidi cittadini si nascondono nelle case e quelli che hanno rapinato con lui le banche e assaltato le diligenze hanno più paura ancora, di lui,  ma anche di perdere l’occasione di rapinare altri postali, di svuotare altre casseforti, delle sue pistole, ma anche che penda una taglia sulle loro teste o si prepari la corda. Il fatto è che tra  sceriffi corrotti,  banditi meno  arditi e meno implacabili, Sartana l’ha sempre vinta, i buoni stanno nascosti, qualcuno anzi spera che rotoli qualche pepita dal sacco appeso al cavallo dei cattivi e è proprio buio a mezzogiorno, quel mezzogiorno di fuoco.

Non ha nemmeno avuto bisogno di dire la legge sono io, perché lui le leggi se le è fatte. Non gli basta la promessa tardiva di un’amnistia per i fuorilegge, la cui effige è appesa in giro con su scritto wanted.  È basso, ha le gambe storte, quando scende da cavallo è ridicolo eppure tutti gli ubbidiscono, andandogli dietro mentre attraversa la città, o stando nascosti nelle case. Così lui spara in aria, spara le sue minacce e spara la grande bugia: sono tutti con me, quelli con cui ho svaligiate le banche, quelli cui ho buttato qualche monetina, quelli che sperano di fare altrettanto, quelli che vogliono entrare nella mia banda e quelli che hanno con la loro mi hanno accompagnato nelle mie scorrerie.

Eppure mica è vero che tutti i minatori chiamati dalla febbre dell’oro, tutti i cow boy, tutte le giurie  stavano con lui, con il condannato, il pregiudicato, il bandito. Bastava fare quello che si fa appunto coi banditi, coi condannati, coi pregiudicati, coi criminali, senza aspettare i cacciatori di taglie, bastava metterlo in galera, o chiuderlo in casa a intrecciare cestini. Ma altri gangster di altre bande, o aspiranti tali,  avevano paura del precedente, hanno paura che sia pure con osceno ritardo si possa aspirare a ripristinare la   legalità, finora oggetto di contese e interpretazioni arbitrarie, hanno paura che lui parli, hanno paura del vuoto che si creerebbe con l’eclissi del piccolo cesare e che non sanno riempire per ignavia, incompetenza, inadeguatezza. E d’altra parte con lui erano stati sempre gli altri potenti, gli altri spregiudicati pregiudicati o in via di esserlo, gli altri imprenditori all’inseguimento dei soldi facili, i giornalisti, anche senza la visiera nera delle gazzette locali, le gerarchie ecclesiatiche. Era la sua maggioranza, non poi  così cospicua, ma influente. E dire che da Tocqueville in poi è risapute che se la maggioranza lede i principi e le regole della democrazia, è lecito rivederne le regole, la consistenza  e la giustizia delle sue decisioni.  E dire che da quando si era usciti dalla barbarie vigeva il principio che la maggioranza numerica, quando c’è, non significa essere in uno stato di diritto assoluta, ma  rappresenta invece una provvisoria prevalenza che conferma una duplice responsabilità, quella per la maggioranza di dimostrare   la validità delle sue scelte e per la minoranza, di insistere per far valere ragioni migliori e più giuste, che non siano quelle della pistola o del ricatto.

Ma pare che tutte le bande si assomiglino, che tutti i banditi siano uguali e allora è ora di uscire dalle case che se qualcuno perdona Sartana, noi no, noi no.