aleppo_siriaSono stati davvero usati i gas in Siria? Sebbene sulle bugie in preparazione di una guerra o di azioni militari si potrebbero scrivere decine di volumi, nonostante la rivelazioni tramite wikileaks del verminaio che è la politica estera, nonostante le recenti e clamorose bugie su Irak e Afganistan, ogni volta ci si casca, ogni volta l’informazione finge che le notizie di fonte imperiale (perché in qualche modo un impero c’è sempre) siano degne di fede. E benché le immagini dei morti e dei feriti siano in totale contrasto  con l’uso di gas, benché le ambigue testimonianze siano poco credibili e contraddittorie (vedi qui), benché non si sappia da chi siano stati usati eventualmente i gas, se da Assad, dai Jaidisti o da entrambi, l’orrore funziona sempre come deterrente per la ragione. Il cinismo del potere gioca sempre sul nostro timore di essere considerati cinici.

Da giorni mi domando quale sia la radicale differenza (ammesso e non concesso che sia vero ovviamente) tra i 1300 morti rivendicati dai ribelli e i centomila della guerra civile, tra il respirare gas nervino o essere colpiti da un proiettile o da una bomba convenzionale o dal napalm, quale sia l’umanesimo sottostante a queste distinzioni. Probabilmente l’idea nasce da una sorta di pregiudizio cavalleresco ripescato durante l’ignobile carnaio della prima guerra mondiale, ma che quando non si è visti cede alla praticità della strage: li abbiamo usati noi in Etiopia, li hanno usati gli americani in Vietnam (defolianti a parte), li usarono i tedeschi per sterminare gli ebrei, ma stranamente non nelle azioni belliche, confermando in qualche modo una “certa idea della guerra” che esiste solo nelle ipocrisie immaginarie della sola igiene del mondo.

Comunque sia c’è da capire cosa abbia indotto gli Usa a mettere in piedi questo teatrino o a sfruttarlo come pretesto di un intervento dopo anni di noncuranza verso una guerra civile di incredibile violenza. Per rientrare in qualche modo in gioco tra un regime ormai sostenuto da Russia e Iran e i ribelli convertitisi al jaidismo, un esito scontato dopo le disastrose guerre dei Bush.  Ma anche per riaffermare il ruolo della superpotenza americana come suprema e benevola istanza e nasconderne il declino. Il fatto che si parli di azioni dimostrative (naturalmente “chirurgiche”) e si eviti di usare la parola guerra che certo farebbe esplodere la polveriera dell’area, è significativo: gli Usa non sono più in grado di badare a tutti i fronti: non possono contenere la Cina, cercare di controllare l’Asia centrale, sedare il medioriente, cercare di tenere le fila dei balcani. Da una parte con gli errori a ripetizione commessi negli ultimi vent’anni si sono giocati le chiavi dell’intervento politico, come dimostra in maniera palmare l’Egitto, dall’altra non possono permettersi nemmeno interventi militari a ripetizione, non comunque con quell’abbondanza di mezzi che permette di avere relativamente poche vittime e dunque di contenere in patria le conseguenze politiche.

Insomma la vicenda siriana, con tutte le sue ombre, rese ancor più scure dalla defezione della Gran Bretagna, non rappresenta affatto una prova di forza, ma di estrema debolezza, il tentativo di rientrare da protagonisti e da poliziotti in un teatro che sembra germinare nuovi e più gravi problemi ad ogni azione di forza. La necessità di apparire indispensabili. Obama dunque deve fare qualcosa, anche se non sa bene cosa e con quali conseguenze, qualcosa che probabilmente non vorrebbe nemmeno fare perché la progettata azione siriana corre nel solco di quella storia americana bianca che è ormai in rapido declino da ogni punto di vista, compreso quello demografico. Qualcosa che ormai è indispensabile solo all’imperialismo finanziario.