napolitano-e-scalfariAnna Lombroso per il Simplicissimus

Personalmente preferisco quelli che giocano a carte o lanciano sapientemente le bocce nel centro anziani, e si danno sulla voce perché sospettano che l’altro bari, ai due esimi e augusti vecchi, ormai nello stato di venerati maestri  e pomposamente fieri di esserlo, seduti sui loro troni di velluto a darsi ragione e compiacersi l’uno dell’atro come nessuno solito stronzo oserebbe mai fare.

Oggi auspicherei una sdegnata insurrezione dei reduci e superstiti del liberalismo italiano, quello non ancora soggetto all’aberrante mutazione in liberismo o peggio in neo liberismo, alla visione della reciproca agiografica celebrazione di Napolitano e Scalfari, nella cornice dell’ospizio più sibaritico d’Italia,  non a caso sede nel passato di monarchia e dispotismi assoluti.

Si perché la conclamata rivendicazione del condiviso approdo dei due acrobati al pensiero liberale, porto sicuro e inevitabile quanto il riconoscersi – ma non la smetteranno mai di parlare anche a nome mio e vostro? – nella comune matrice cristiana, dovrebbe suonare offensiva come un abuso a chi guarda con senso di appartenenza a quel filone ideale, al suo contributo alla moderna democrazia, al sofferto dilemma della libertà vissuto da Gobetti, Croce, Einaudi, Abbagnano, Bobbio.

Eh si, dovrebbero ribellarsi per questa ennesima funambolica manomissione della storia e della verità ad opera di due vecchi satrapi che si tengono bordone, non ultimi nell’opera di amalgama artificiale, che si chiami pacificazione, larghe intese, salute pubblica, ma che ha l’intento auto assolutorio e rassicurante di persuadere che siamo tutti nella stessa barca, servi e  padroni, che tutti siamo uguali, Anpi e Casa Pound, che tutti hanno torti e ragioni, fratelli Cervi e ragazzini di Salò, che tutte le ideologie sono condannabili, a detrimento delle idee e dei valori, per stabilire il primato dell’azione, anche cattiva, purché dinamica, moderna, aggregante. Così i due ci vogliono convincere che è normale arrivare a iscriversi al Pci, non più clandestino, anzi alla vigilia dell’intesa con Badoglio, “grazie” alla militanza nel Guf, dove giovani intelletti appassionati d’arte, discutono di teatro, letteratura e perfino di comunismo, incuranti che si tratta dell’agorà di un regime criminale, assassino, codardo e infame, corrotto e razzista. Accreditandone, a differenza di chi in seguito ne prese le distanze, un ruolo di palestra della critica, per giustificarne l’adesione nel 1943, quando cioè i misfatti del fascismo erano rivelati, quando le vittime non erano più centinaia di oppositori ma milioni di morti in una guerra vigliacca e pazza.

Qualcuno, di questi tempi succede spesso, dirà che sono particolari, che è legittimo cambiare opinione, che bisogna guardare con distacco alla storia, per non essere vittime di pregiudizi e  preconcetti. Non è così, la negazione di responsabilità, la rimozione di scelte sbagliate sono indicatori implacabili di una indole, di uno scarso rispetto per il passato che non può non condizionare il futuro, sia esso abbattimento di una edificio di diritti e garanzie che si chiama Costituzione o imposizione di un presidenzialismo corrosivo della democrazia, o la promozione dispotica di premier tecnici e non, a dispetto delle regole della rappresentanza.

Sarebbe stato più corretta una rivendicazione di affiliazione alla corrente neo liberista infatti, nel riconoscimento comune e condiviso dell’egemonia di quel pragmatismo, di quell’inevitabile “realismo” che ha fatto accettare i carri armati nei paesi satellite, come il consociativismo. Ma che soprattutto ha spezzato le ali del pensiero, della testimonianza,   della missione e dell’incarico ricevuto,  del più grande partito della sinistra, che ha rinunciato all’utopia come a una vergogna, alla speranza  come a un vizio, alla libertà come una a romanticheria, alla dignità come a un reperto, a interpretarci e rappresentarci come a un onere insopportabile.