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Ricordando Tina Merlin

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dicono che quelli che non erano già a letto, fossero tutti davanti alla televisione alle ore 22,39: quando crolla la montagna e arriva quell’onda che stravolge il paesaggio, lo rende irriconoscibile se non per la memoria di quelli che restano, nelle case lambite dal mostruoso fiume d’acqua e pietre, o lontani perché era facile che si fosse lontani a lavorare in quel 1963 di miracolo economico disuguale, chè pare che a essere equa sia stata solo la livella. E nemmeno quella, perché a Longarone, nelle frazioni di Erto, solo sfiorato e graziato, a Casso, in quelle  valli del Vajont e del Piave, a crepare sotto l’acqua sono stati solo poveracci, quelli che avevano guardato venir su quella diga come una minaccia prepotente, un affronto alla loro terra, ricavata dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni, il sigillo su un ricatto di quelli che  sei predestinato a subire perchè sei già sommerso: o così o così, o vendi e non è più tuo o non è più tuo lo stesso, perché tanto ti espropriamo.

Erano a letto o davanti alla Tv, sul finire dei programmi in bianco e nero, magari nella saletta del bar in piazza. Ma la Tina era nervosa, pareva che se la sentisse .. era tre anni che se la sentiva addosso quella paura inesplicabile, il peso di quell’acqua che poteva venir giù come un diluvio, come una Apocalisse. E dire che lei alla paura era abituata. Alle umiliazioni no, a quelle non riusciva a abituarsi, come ai soprusi. Da sette anni scriveva della Sade, il colosso che voleva deviare fiumi, buttare cemento e cemento sui campi e sui declivi dolci o impervi, tirar su quella diga, incurante di quello che dicevano i vecchi nati là. Sono superstizioni, dicevano i suoi ingegneri che andavano là a far finta di fare i rilievi e intanto facevano offerte e minacciavano espropri, per costruire diversi bacini idroelettrici, a Pieve di Cadore, ad Arsié, a Forno di Zoldo e nella Valle del Mis. Sono i vecchi che fermano il progresso, dicevano.

Ma Tina credeva a quei vecchi e ai giovani e alle donne, che poi anche loro avevano chiamato gli ingegneri e quelli, che non erano mica vecchi, avevano detto che il rischio c’era, eccome. Il parere dei tecnici e degli scienziati aveva confermato le loro paure: era pura follia costruire un bacino su quella  terra argillosa.  Queste cose i contadini le sapevano da sempre, tanto che  costituirono un “Consorzio per la difesa della valle ertana” al quale aderirono 136 capi famiglia. Era stato allora che la Tina aveva scritto quell’articolo per il quale la processarono, accusata di “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”.

Quella notte del 9 ottobre, dopo l’onda, la Tina pensa: magari fossero state false, magari fossi veramente riuscita a turbarlo l’ordine della Sade, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili!

Tra la denuncia e il processo aveva scritto altri pezzi. E furono probabilmente quelli che contribuirono a farla assolvere: aveva denunciato che sul monte Toc si erano prodotte fenditure e successivamente una frana era precipitata giù dalla montagna. Aveva parlato del pericolo di nuovi smottamenti e crolli, di una massa di 50 milioni di metri cubi che minacciava di piombare a valle. Aveva sbagliato solo per difetto. I montanari di Erto si erano presentati al processo davanti ai giudici di Milano in qualità di testi. “Qui ci sono le prove. Se non ci credete venite voi stessi a vedere. Signori giudici, fate qualcosa perché non succeda il peggio”.

Il Tribunale fece il possibile. Sentenziò che i fatti denunciati erano veri, che il pericolo c’era. Ma chi considerava un articolo sull’Unità più pericoloso di una frana grossa come una montagna restò inerte. Chi doveva trarre le conseguenze della sentenza non mosse un dito, anzi autorizzò la Sade a costruire la diga mortale.

Dopo l’onda a Roma dissero che nessuno sapeva, che le denunce non erano mai arrivate a destinazione. Che era una catastrofe imprevedibile. Ma che i contadini, qualche tecnico, una donnina bruna e svelta invece avevano previsto, eccome.

Mio padre l’aveva descritta sempre così, bruna e svelta. E bella, ridente e spettinata, con quei capelli forti e ribelli che cominciò a tagliare perché erano “più comodi”. Se la ricordava da ragazzina perché suo fratello era stato ammazzato dai tedeschi e lei a sedici anni era già partigiana: aveva lasciato Milano dove faceva la serva, diceva lei, per la libertà anche quella di non essere più serva e la dignità, che di servi e padroni che ti umiliano non dovrebbero essercene più finita quella maledetta guerra.

E me la ricordo anche io, quando mi disse che il nostro mestiere era bello solo se lo facevi con coraggio, perché altrimenti era come fare l’impiegata delle poste, “a timbrare lettere che non hai scritto”. Lei all’Unità c’era entrata per un articolo che aveva mandato a un concorso. E il premio era stato correre in giro, in bicicletta, poi con una macchinetta, a volte guidata da qualche compagna, che le loro zingarate erano quelle, andare a vedere come stava la gente di quei posti poveri e maltrattati.

Scriveva bene, Tina, di getto, con una irruenza intrepida. Una volta vene a casa, doveva scrivere qualcosa con mio papà, discutevano, parlavano a voce alta anche se erano d’accordo. Poi lei, “alzati”, disse mettendosi alla macchina olivetti, “ti sarà anca più bravo, un poeta,  ma mi son più svelta, so’ na donna e noialtre donne semo più pratiche”.

Pratica, indomita, arrabbiata. Con gli editori che pubblicarono dopo anni e anni il suo libro, con il partito che si dimenticava troppo spesso dei contadini, coi contadini che si dimenticavano di ribellarsi, col giornale che non faceva più certe battaglie.

Chissà la Tina Merlin come sarebbe arrabbiata oggi, con noi.

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