Anna Lombroso per il Simplicissimus

La notizia fanta – horror di oggi riguarda la futura Metropolis che verrà eretta in Honduras, con qualche anno di anticipo sul 2026 di Fritz Lang, ma con caratteristiche affini: disuguaglianze sempre più accentuate, sfavillanti grattacieli dove vivono gli industriali, i manager, i finanzieri, i ricchi e un sottosuolo dove si muovono come sorci impazziti di paura e sottomissione, i poveri.
Ci informa il Corriere della sera che la Mkg, una società immobiliare americana ha firmato un’intesa con il governo dell’Honduras per l’edificazione di una città “privata” con una sua legge quadro costituzionale, dove varranno, ma con le necessarie eccezioni dovute all’efficienza e al pragmatismo, le norme nazionali, dove i cittadini godranno del diritto di voto per il parlamento nazionale, ma ordine pubblico come regole fiscali ed economiche saranno invece completamente gestiti in proprio, senza interferenze, governati da un consiglio di amministrazione di nove saggi “indipendenti” e di accertata competenza.

La città senza Stato, senza politici, con poche tasse e tutte locali sorgerà sulla costa e le autorità scommettono che il laboratorio richiamerà oltre che pingui investimenti, molti aspiranti cittadini “ideali” attratti dalle promesse della Mkg: 5.000 posti diretti e 15.000 indiretti per la costruzione. E poi altri se ne aggiungeranno quando l’esperimento che non ha ancora un nome, “diventerà un centro urbano come gli altri”, con case, ospedali, ristoranti, scuole, industrie tutti rigorosamente privati, grazie alla mobilitazione di opime risorse internazionali (la Corea del Sud è già pronta a metterci 8 miliardi di dollari), in modo che, proclama il visionario mecenate della nuova “città del sole”, Mr. Strong Ad della Mkg, “si ponga la parola fine alla povertà”.

Povero Honduras e poveri noi, perché abbiamo un ceto dirigente e un governo che sembrano fisiologicamente inclini a smantellare Pienza o magari trasferirla pietra su pietra a Las Vegas o in Dubai, per piazzare al suo posto la copia esatta della sperimentazione honduregna. Le premesse ci sono e le hanno già collaudate su scala nazionale: privatizzazione dei beni comuni e dei servizi sociali, pareggio di bilancio per esautorare stato e cittadini. E ci provano sempre con le carceri a pagamento, le polizie a pagamento e c’è da immaginare che stiano fantasticando come novelli Moro anche su una Utopia con i tribunali e i giudici a pagamento in modo da porre fine alle spiacevoli ingerenze ed esuberanze che paralizzano e penalizzano il libero estrinsecarsi del mercato e della oligarchia che esprime e lo tutela.

Come in Honduras presto si augureranno di replicare il felice esperimento. E qualcosa dovranno trovare i governi tecnocratici che in così tanti Paesi sembrano costituire una soluzione. Sono le città il teatro delle più tremende disuguaglianze: è l’Istat a dire che in dieci anni in Italia c’è stato «un aumento vertiginoso» del numero delle famiglie che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni provvisorie, che rischiano di diventare perenni. Nel 2011 sono 71.101, a fronte delle 23.336 del 2001 e a ottobre scorso, data di riferimento del censimento, le baracche risultavano triplicate.
E la terra sta per diventare il pianeta degli slums, tormentato, violento, rissoso, tanto che l’urbanistica finisce per prestarsi a diventare la scienza del controllo sociale, con finalità poliziesche di ordine pubblico. Tutti lo sanno: le Nazioni Unite nel rapporto The Challenge of Slums. Global Report on Human Settlements (2003), denunciarono che attualmente vivono negli slum quasi un miliardo di persone (una ogni sei, un abitante di città su tre) ritenendo che questo numero potesse raddoppiare entro il 2030 e mettendo in guardia da una crescente “urbanization of poverty”, un incremento della cittadinanza nei cartoni. Perfino la Banca Mondiale si e’ più volte pronunciata: “La povertà urbana diventerà il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo” , peccato che la cura venisse identificata negli stessi germi patogeni: “ commercio internazionale e globalizzazione, nella maggior parte dei casi funzionano”.

Dagli anni Settanta a oggi gli slum da Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal, dove rappresentavano il 90% della condizione urbana, si sono estesi via via a Bombay, Città del Messico, Dhaka poi Lagos, il Cairo, Karachi, Kinshasa-Brazzaville, São Paulo, Shanghai e Delhi, “contagiando” le nostre metropoli, ormai scenario delle disuguaglianze più feroci.
Tutti lo sanno, ma le misure sono più inique e mortali dei mali, con la progettazione di città nelle quali si contrappongono ardite strutture d’ acciaio come fortezze inespugnabili a bidonville, quartieri effimeri e avvelenati, terribilmente offensivi per i pochi risparmiati da esodi biblici provocati dalle guerre, dalle calamità cosiddette “naturali”, dagli sconvolgimenti umani e ambientali, quelle frotte disperate di nuovi immigrati e neo clandestini, germinati tra noi, vicini che non incrociamo più in ascensori, desaparecidos vittime della precarietà, della infame modernità liberista, della rapace, cruenta e originale iniquità.
Adesso la soluzione è nella cittadella a pagamento difesa da guardianie, vigilantes, dispositivi bellici, castelli senza ponte levatoio dove tutto quello che si può pagare affranca dalla miseria e dalla inciviltà che ne deriva, ma non risparmia dalla barbarie e dalla disumanità dell’ingiustizia.