Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono laica e quindi poco sensibile a certi accenti e non avevo interpretato e compreso una delle cifre del governo salvifico, quella penitenziale. Per farci conseguire una crescita, peraltro immeritata, dobbiamo espiare beni, privilegi, certezze, garanzie e diritti. E spese dissipate. Poco importa chi abbia commessa la colpa di sperpero, che sbrigativamente saremmo inclini ad attribuire a banche innamorate della turbofinanza, a enti locali e pubblici dediti a corruzione o affetti da grave incompetenza, a imprenditori con una esplicita predilezione per investimenti nel gioco d’azzardo finanziario, più che in innovazione, tecnologia, ricerca. Dobbiamo espiare tutti, dice il Presidente del Consiglio: non abbiamo colpito solo i ceti deboli, ce la prendiamo anche coi poteri forti. Dopo il “ma anche”, dopo il “ghe pensi mi”, la loro è per ora la politica dell’”intanto”, intanto i poteri forti sono taxi e farmacie, poi si vedrà ci vuole tempo, intanto istituiamo il tribunale delle imprese, poi metteremo mano anche ai cittadini e alle cause di serie B, intanto l’articolo 18 per licenziare meglio, dopo, ma proprio dopo, ci occuperemo di assunzioni, tanto dopo che forse ci metteranno 2 anni e 11 mesi.

17 anni di berlusconismo, che il suo successore nella continuità vuol far pagare anche a me, mi hanno resa diffidente. Per via dei contenuti si, ma anche della forma. Quella spocchia: i taxi? Si guardando dalla finestra ho visto che c’era animazione intorno a questo tema. Quel chiamarsi per nome tra ministri – dò la parola a Antonio, su questo risponde Andrea, a questo provvede Elsa appena ha finito di soffiarsi il naso – che ricorda una merenda in villa dopo i consigli di facoltà. Quella sobria spudoratezza sulle “ragazzate”di qualcuno, quello sprezzo disinvolto a proposito delle dichiarazioni dei redditi dei riccastri al governo e la leggiadra sottovalutazione di ventiuali conflitti di interesse, mi insospettiscono quanto il far conferire le istanze di lobby un po’ cialtrone in oligopoli accentratori, autoritari e monopolistici. E mi fanno temere che assistiamo a un avvicendamento di corpi separati da noi, caste o cricche, sempre più superbe e sorde ai bisogni, sempre più esclusive e inclusive solo di affiliati e affini cooptati secondo una gerarchia di meriti dai quali i cittadini “normali” sono estromessi. Graduatorie, classi, serie A e serie B, imprese più rilevanti dei lavoratori perfino nel teatro giudiziario, banche più importanti degli stati, scontrini più decisivi dei capitali scudati: un mondo articolato in categorie e priorità porta a segmentare, dividere per importanza anche bisogni, diritti, garanzie, poteri.

Certo quelli di prima erano brutali grassatori, ci ricorda continuamente chi accusa la critica di disfattismo. E l’attuale governo è onesto. In effetti è onestamente di parte, è onestamente ideologico, è onestamente di destra. Ma non so se chiamerei onesta la sua devozione alla religione neoliberista, che contro ogni ragionevole dubbio sceglie l’austerità punitiva, i tagli, le restrizioni e costrizioni rinviando misure in grado di far ripartire il motore della crescita. Economi, altro che economisti, se Stiglitz, Krugman, Mary Kaldor, Fitoussi, Sen mettono in guardia dagli effetti di una severità senza abbondanza.
L’ “emancipazione” dell’impresa da lacci e lacciuoli, via l’art.18 per disperdere a scopo dimostrativo le ultime garanzie che tanto non è in grado di difendere la massa imponente degli occupati nelle piccole aziende, dei precari, dei disoccupati, ormai quasi alla pari a quella degli ex garantiti, l’attuale “dispensa” applicata sulle transazioni finanziarie per miliardi, il si signore ai nemici della esigua Tobin Tax, l’infame discrimine tra l’imposizione sul lavoro e quella sull’impresa, ripropongono l’assoggettamento a un sistema di licenze, di disuguaglianze, esplicite, per carità, ma non per questo meno inique.

Il fastidio dei poteri sui referendum, elettorale, idrico, nucleare, la scostante disattenzione per la volontà popolare, la passione per le Autorità, la convinzione proclamata che i beni comuni siano buoni, e quindi beni, solo da vendere e comuni se i loro futuri padroni, multinazionali di solito, mettono in comune tra loro dei gran profitti, fanno pensare che il nostro paese sia ormai avviato a essere un posto nel quale la maggioranza dei cittadini, ancor di più gli stranieri che si sono uniti a noi, vivrà una vita più agra.