Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Vogliamo lottare contro i privilegi, contro le rendite e contro il nepotismo”.
La frase è di un ministro del Governo dei tecnici, o dei salvatori. Che per molti è poi la stessa cosa, tanto abbiamo patito il predominio della sopraffazione e della volgarità, il primato delle alleanze opache e delle cooptazioni all’insegna dell’ubbidienza, del personalismo impegnato a propagare la corruzione come un processo inevitabile, fino a diventare dominante, desiderabile e replicabile.
E in fondo è comprensibile la fiducia in un governo che almeno formalmente si dichiara fuori dalla sclerosi della politica e quindi fuori dall’inclusione esercitata dai partiti, che è esclusione dei più e che considera chi è esterno un potenziale pericolo, un’insidia per la propria posizione acquisita cui resta aggrappato, impedendo l’accesso ai non graditi. Si tratta ancora una volta di uno degli effetti secondari di quel processo di separazione del ceto dirigente dalla sua base sociale. Il sistema politico anziché aprirsi come ci si sarebbe dovuto aspettare, si è al contrario verticalizzato, prosciugando l’osmosi tra società civile e rappresentanza politica.

Ma corrisponde anche in misura non trascurabile ai vizi profondi di una parte non minoritaria di identità nazionale italiana. Che quella incapacità a misurarsi con il discorso pubblico, quella disponibilità ad arrendersi all’ignoranza più volgare spregevole e superficiale, quella tolleranza della menzogna ostentata, costituisce uno zoccolo duro, un pezzo della gobettiana autobiografia del paese, cui è sembrato preferibile adeguarsi. Vezzeggiata e alimentata dalla passata oligarchia e che potrebbe essere usata anche dalla nuova. E che rende inaccettabili certi usi comuni nel ceto politico, tollerati invece in altri contesti, quelli locali, domestici, professionali, dove vengono replicati e condivisi, diventano risorsa funzionale alle abitudini degli “uomini di mondo” così che l’impunità del familismo e del clientelismo ha la sua consacrazione sociale e politica.

Quello che una volta era considerato “Familismo Amorale” – secondo la definizione coniata dall’antropologo americano Edward Banfield per descrivere il comportamento degli abitanti di un piccolo centro del Sud d’Italia, nel quale si massimizzavano unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” – è stato talmente tollerato da diventare una sorta di autodifesa legittimata, che portava naturalmente l’individuo a perseguire solo l’interesse della propria famiglia e mai quello della comunità.
“Il primo centro di potere è la famiglia. Scriveva Barzini corollario del “tengo famiglia” di Longanesi. “L’organizzazione legittima o illegittima della quale la famiglia fa parte, è il gruppo, il clan, il partito politico, la camarilla, la combriccola, la consorteria, la setta, l’associazione, l’alleanza aperta o segreta, ma per quanto potenti possano essere altrove queste consorterie, di rado esse hanno l’importanza che hanno sempre avuto e hanno tutt’ora in Italia”. E Gramsci: “al partito politico e al sindacato moderni si preferiscono le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari sia legate a classi alte”.

Perché il familismo è l’anticamera su scala del clientelismo, un vizio “privato” che si esalta in vizio “pubblico”, un particolarismo che si fa universalismo. Bisogna avere santi in paradiso, si dice, anche grazie alle “prassi sociali” a lungo termine della Chiesa con le sue invocazioni propiziatrici che hanno incoraggiato una cultura di sottomissione e rassegnazione nei confronti delle gerarchie sociali dando vita a opache strutture di mediazione.
“Per la famiglia”, scriveva Bobbio a ridosso di Tangentopoli, “si sprecano impegno, energie e coraggio ma ne rimane poco per la società e per lo stato”.
Familismo e clientelismo non sono categorie residuali retaggi di una società arcaica, anzi si reinventano continuamente. Nel clima esasperato del neoliberismo economico, in cui il mercato del lavoro è sempre più flessibile e i diritti di tutti, in primo luogo quelli dei giovani, ancora più incerti, vivono una nuova epoca d’oro.
Per questo non sono rassicurata dal governo dei tecnici. Proprio oggi nella sua intervista al Corriere la Fornero si lascia andare a una di quelle sue incantevoli esternazioni emotive: “Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli”. Il Simplicissimus, qui, nel ricostruire la brillante carriera della figlia della ministra ci ha già rivelato (qui)  che tra le due non c’è stata nessuna guerra e se una vittoria c’è stata è ancora una volta quella dei privilegi garantiti, trasmessi ed ereditati.