Anna Lombroso per il Simplicissimus

A nessuno piace essere povero.  Magari letterariamente si può essere incantati dai poveri e semplici, dall’innocenza di Useppe, dall’umanità dei fraticelli, dalla inesorabile carità dei santi. Ma ci è concesso sperare che il Presidente Monti non faccia sua la tesi non del tutto disinteressata di Adam Smith sull’andamento dell’economia  laddove sostiene che è legittimo che il mercato faccia del suo peggio con pochissimi vincoli che tanto i poveri non soffrono nel proprio  vero e profondo intimo, perché possiedono una dignità che i colpi della fortuna non possono toglier loro.

Si non sarà facile essere poveri. Anche perché edonismo e egoismo, egoismo e liberismo  hanno prodotto  la  proliferazione di fan di una interpretazione della povertà come fallimento morale, condanna inevitabile per sfigati, o peggio una giusta pena per inetti siano essi uomini, nazioni, territori, puniti per la pigrizia, il cattivo governo, l’inefficiente organizzazione, la dissipata  noncuranza dei propri beni.

Ci siamo abituati a pensare che la ricchezza, il rango, la nascita, l’etnia, la nazionalità, il sesso diventino rilevanti, anche moralmente, che creino differenze in una pluralità di “razze” o caste di esseri umani con diversi gradi di dignità e anche di diritti.  E che di conseguenza diventino valori o caratteristiche desiderabili l’arrivismo, il cinismo, l’ambizione personale, la prevaricazione, la corruzione e l’immoralità  che la ricchezza provvede a alimentare e contribuisce a  nutrire insieme al delirio di onnipotenza.

È scoraggiante ma a guardar bene l’Italia sembra purtroppo esente dalla persuasione comune a  Kant e agli stoici che esista una dignità che rifulge anche quando la natura, o la finanza, ha fatto del suo peggio. Sembriamo sballottati e intronati dalle avversità, incoraggiati anziché a riprenderci l’autodeterminazione a affidarci con costante fiducia  all’avvicendarsi di uomini della provvidenza.  Il timore che qualcuno di “estraneo” ci espropri ci ha resi indifferenti a quelli più in basso di noi cambiando perfino le modalità del rancore sociale e annullando la validità del motto di Boccaccio: solo la miseria è senza invidia. Caduta la speranza di un risarcimento effimero, la paura ci spinge a scalciare gli ultimi, a risentirci potenti mediante la debolezza degli altri, svuotando la loro facoltà umana di scelta e socialità.

 La povertà altro che ingentilire, pare renda brutti sporchi e cattivi. E, peggio ancora, indifferenti. Crea una salvifica assuefazione al disastro trasformando in spettacolo quotidiano  la morte, la rovina, la catastrofe. Abituandoci, le esorcizziamo, in fondo anche stavolta non è toccato  a noi. Il popolo del parmigiano ci ha dimostrato nella regressione civile preambolo della recessione economica, che la  mitezza  nazionale, mascherata o addolcita dalla spensieratezza, dalla superficialità, da una certa ipocrisia bigotta, può   diventare ferocia,  ostentata, agitata come una bandiera, elevata a segno identitario e cifra territoriale.

In altri tempi in altri luoghi i cittadini si tassavano e aprivano sottoscrizioni per i minatori in sciopero. In altri tempi anche qui, la gente concretamente solidarizzava con i lavoratori in lotta. Un milione di cittadini è sceso in piazza giustamente emettendo una condanna morale per i comportamenti sessisti di un golpista. Ma oggi la chiusura di Termini Imerese è una delle notizie del Tg, che in troppi guardano con lo straniamento di chi davvero si è fatto convincere che gli operai, e non il lavoro e non i diritti,  non esistono più, che quelli sono relitti del passato da spostare, de-localizzare,  trasferire, in nome della  sempre moderna disumanità del profitto.

La povertà è brutta, fa perdere beni e la speranza del bene. Ci hanno tolto tutto, solidarietà, generosità, giustizia, non facciamoci portar via anche la collera.