Anna Lombroso per il Simplicissimus

Io detesto la violenza, soprattutto quella dei poteri forti che ricorrono all’autoritarismo in assenza di autorevolezza e che diventano tanto più prepotenti quando più sono più in crisi. Oggi a parte l’istigazione a reprimere di di pietro e l’istigazione a delinquere di Berlusconi i giornali sono pieni di una arrogante invito alla prevaricazione nelle nostre vite e ad una presa dei poteri, ben poco melliflua, affatto prelatizia  e, sostanzialmente, impietosa.

Dice Bagnasco rivolto apparentemente alle associazioni cattoliche riunite in un seminario a Todi “che dei cristiani si incontrino per ragionare insieme sulla società  portando nel cuore la realtà della gente e i criteri della Dottrina sociale della chiesa, è  qualcosa di cui tutti dovrebbero semplicemente rallegrarsi”. E infatti purtroppo sono in molti a gioire, soprattutto quelli che invece dovrebbero avere più a cuore libertà di espressione e laicità, decisori pubblici e media. Invece non c’è molto da rallegrarsi, se a pronunciarsi non è la comunità dei credenti ma l’alta gerarchia ecclesiastica. La stessa che preferisce l’industria della carità alla solidarietà e all’accoglienza, Marcinkus a Romero, l’Opus Dei alla dottrina sociale, quella gerarchia che ha ordinato la rimozione del ritratto di Romero dalla sua cattedrale, dimessa come una abazia di campagna.  Quella chiesa che considera la politica una  organizzazione gregaria e subalterna moralmente e socialmente dalla quale ottenere privilegi arbitrari e discrezionali, che costituiscono così violazioni palesi della pari tutela dei diritto coscienza ma anche dei principi costituzionali. 

Ma l’esercizio della libertà, la concessione di permessi, anche quello di non ubbidire in senso stretto a precetti che suonino inappropriati al vivere nel consorzio civile, in virtù della sua tolleranza op della sua indulgenza, presupporrebbe una chiesa sicura di sé, autorevole punto di riferimento e orientamento morale per i credenti.

Invece una chiesa mai così debole fa la voce grossa: “Dobbiamo dunque riaffermare, innanzitutto,  il punto sorgivo della presenza  sociale e civile dei cattolici, dice Bagnasco. I cristiani abitano la storia consapevoli di avere qualcosa di proprio da dire, qualcosa di decisivo per il bene dell’umanità“.

La riaffermazione di questa leadership egemonica a me personalmente suona irrispettosa non solo delle vittime della pedofilia cui l’attuale Papa quando ancora non era assurto al seggio di Pietro ha negato la giustizia degli uomini, non solo per chi è vittima dell’iniquità sociale esaltata al cospetto di paramenti d’oro, non solo per chi è  offeso dalle ineguaglianze compiute a dispetto delle leggi dello stato. Ma soprattutto per chi vede consumarsi una discriminazione morale che assolve i potenti e i loro vizi, che asseconda l’irrisione   delle regole statali come di quelle etiche e deontologiche. L’accorato ma così tardivo appello a comportamenti più rigorosi e sobri è poco credibile se sembra più uniformarsi alla moda dell’anticasta, così pop, piuttosto che voler condannare in forza delle propria virtù i vizi ma soprattutto l’avida, rapace iniquità liberticida di una classe dirigente inetta e arruffona, spregiudicata nel privato quanto cinica nel pubblico.

Una vera e accertata  superiorità morale che voglia esercitare il suo primato nel sociale dovrebbe più potenza più autorevolezza e ben altra cultura civica per condannare la lesione di diritti, per gridare allo scandalo sulle ferite alla legalità, per combattere il crimine contro la vita commesso nella condanna alla fame, alla sete e al buio di interi popoli, per quello perpetrato contro le conquiste del lavoro, per quello compiuto ai danni della bellezza, del sapere e della conoscenza,  per l’incapacità e l’incompetenza a governare che riduce l’interesse generale a terreno di scorreria personale.

Ma pare che si tratti di diritti alienabili, perché a parlare è qualcuno che interpreta l’obiezione di coscienza come obbligazione di appartenenza, la disubbidienza a precetti iniqui come reato e colpa, la libertà come licenza immorale. Infatti prosegue Bagnasco, del quale conosciamo l’intero discorso grazie ai buoni uffici di Giuliano Ferrara che da improbabile catechista ne pubblica il testo integrale, “è noto che non tutte le concezioni antropologiche sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una comunità solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza, su che cosa potrà poggiare la sua dignità inviolabile? E quale sarà il fondamento oggettivo e non manipolabile dell’ordine morale?”.

C’è la carità pelosa e c’è il razzismo peloso: in questo caso viene esercitato in maniera così proterva ai danni per pensiero e del sentire laico e in modo così impietoso che prima di tutti i credenti dovrebbero ribellarsi per il sopruso e la violenza. L’opzione sulla intrattabilità di alcuni valori, sulla non negoziabilità dei principi che regolano  o non devono regolare le nostre esistenze dovrebbe suonare offensiva per la dignità di ogni persona, uomo, donna, credente, laico e per i suoi diritti primari e universali oltre che per i suoi bisogni. Nessuno può e deve ragionevolmente sostenere che la percezione del mistero della vita e della contingenza del mondo, l’emozione davanti all’universo, il senso del limite dell’uomo siano prerogative del sentimento religioso. È infame scambiare come indifferenza la discrezione o il silenzio che il laico prova davanti alla finitezza, alla miseria umana e alla morte. E indegno imporre come obbligo una concezione di parte della natura umana come se l’intreccio con una cultura religiosa avesse un valore superiore a tutto anche al principio universalistico della cittadinanza e delle garanzie dei diritti.

Ma Bagnasco morde si, ma non abbaia, anzi vuole proprio rassicurarci: “E’ opportuno ripetere che non c’è motivo di temere per la laicità dello stato, infatti il principio di laicità inteso “come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto. (…) La laicità, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell’uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una”.

È che dopo queste parole non siamo affatto tranquilli. Come laici, come democratici e come cittadini. La verità, come la fede, non si possiede, è una ricerca che oscilla con tutte le incertezze e i dubbi che accompagnano sempre e comunque l’umana esistenza. Ma ciò che siamo come cittadini, come continente, come paese non nasce da una religione  bensì da un insieme di fermenti, vicende e evoluzioni delle quali le fedi sono parte. La Costituzione non ha radici nella fede, è debitrice nei confronti di quella storia, ma proprio per questo sancisce il rispetto e l’uguaglianza, anche quella tra differenze, anche quella di credo e convinzioni. Essere umani e esseri umani e uguali questo sì che è il nostro diritto naturale e civile.