Pedate invece di pedalate

Non sappiamo governare? Mettiamoci a pedalare, prima che ci prendano a pedate. Così la Lega si è inventata il giro di Padania, un’ennesimo strumento di propaganda che sostituisce con qualcosa di visibile, il vuoto pneumatico di politica: la pedalata strumentale e provocatoria nell’anno in cui cade il centocinquantenario dell’ unità d’Italia. Eccezionalmente il percorso è fisso e non cambia ogni giorno come le parole di Bossi: i tecnici hanno fatto sapere che non era possibile fare avanti e indrè come il leader. E che doveva avere un capo e una cosa, mica come il programma leghista.

Ma com’era facile immaginarsi, le contestazioni sono fioccate sia alla prima tappa che alla seconda, interrotta più volte con insulti e ceffoni, soprattutto durante l’attraversamento di Savona al grido di Lega ladrona, Questo ci dice la cronaca della grande promozione leghista su due ruote.  Ciò che invece rimane nascosto sullo sfondo è la fiera dell’irresponsabilità che ha permesso la realizzazione di questa ennesima occasione di distrazione di massa.

Per prima la Federazione ciclistica italiana, italiana per dire evidentemente, che probabilmente per un pugno di sponsorizzazioni  e forse sotto pressioni politiche , ha accettato di inserire in calendario la manifestazione, fingendo che fosse soltanto un’occasione sportiva. E poi gli stessi ciclisti che hanno accettato di prestarsi in cambio di qualche soldino in più, forse per rifarsi di non brillanti prestazioni nelle classiche. Anche loro, che certo non hanno problemi vitali di denaro, hanno ritenuto che pedalare sia l’unico orizzonte della loro vita.

Ivan Basso, che espone cerotti in viso dice: “Noi siamo dei ciclisti, siamo venuti a questa gara per correre, e chiediamo solo che il pubblico ci permetta di farlo. Siamo dei  professionisti, chiediamo rispetto da parte di tutti, nei confronti  del nostro lavoro”. E non caro Basso, prima di essere un ciclista, si spera che tu sia anche un cittadino che è in grado di fare delle scelte e possibilmente di avere delle idee, nonostante le autotrasfusioni. Il tuo lavoro attuale non è quello di ciclista, ma di propagandista politico e non ti puoi attaccare a nessuna presunta neutralità dello sport, messa del resto in forse dagli stessi organismi federali. Quindi i cerotti sono il rischio del nuovo mestiere del secessionista del pedale.

Purtroppo questo atteggiamento pilatesco, questo tentativo di allontanare ogni responsabilità trincerandosi dietro lo scudo del mestiere o del professionismo, questa rinuncia alla cittadinanza, è molto diffuso, è quasi diventato un carattere del Paese e uno dei motivi per cui troppe cose indegne sono accettate e metabolizzate. E così dietro una formale correttezza passano abomini sostanziali che ci hanno fatto cadere così in Basso.

 

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