Si chiama Remigio Ceroni. Un nome da Monsù Travet, da ufficiale di scrittura con le mezze maniche sporche d’inchiostro.  Cose del passato, nella folgorante Italia berlusconiana, si è modernizzato ed è diventato invece un servo sciocco, mestiere molto ambito. Senza più nemmeno l’ombra della dignità e delle ribellioni dei Demetrio Pianelli d’antan.

Però scrive lo stesso. E si dedica a cambiare l’articolo primo della Costituzione per compiacere il suo padrone, che si sa non può fare a meno del cerone. Così il povero Remigio propone di  riscrivere l’articolo 1 della Carta: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale”.

Burocratico, sì, piatto, anche infantile, ma riscattato dal luccichio del servo sudor manzoniano. Lo scopo è quello di eliminare gli altri poteri dello Stato democratico, per rendere Berlusconi padrone assoluto, senza magistratura e Presidente della Repubblica in mezzo ai ceroni.

Remigio che oltre ad essere stato sindaco di Rapagnano (sic) nelle Marche, è anche per nostra vergogna onorevole, anche se lui non si conoscono altre gesta se non questo ennesimo attentato alle istituzioni e alla Costituzione.

Anima con molto maggior successo  la Consorteria dei Ceroni che organizza cene e abbuffate su tutto l’appennino tosco emiliano a maggior gloria di chi porta questo cognome. Magari pure con qualche nascosta ambizione nobiliare, nonostante il chiaro riferimento ai boscaioli.

E infatti Remigio accetta la Costituzione con la stessa felice consapevolezza. Ma dice che la sua è una proposta a titolo personale. Ancora non ha capito che l’assaggio delle difese democratiche, questa, come i cartelli sui magistrati Br, viene fatta fare ai perfetti coglioni  per poterli facilmente scaricare in caso di vivace resistenza.

Lui forse pensa con questa uscita di essersi distinto davanti al Capo e  di difendere così la sua poltrona di coordinatore del Pdl delle Marche, messa in forse da Francesco Casoli  e dal  senatore Salvatore Piscitelli che lo accusano indirettamente di essere stato troppo tenero col Fli. Vuole riscattarsi ai danni del Paese, come del resto, in un modo o nell’altro, fa tutta questa corte dei miracoli, mediocre e cialtrona.

Onorevole e massacratore a titolo personale della Costituzione, insomma il signor Prestigio Coglioni.