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L’arte di Cacciari balle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come è risaputo, le popolazioni andine fanno un uso terapeutico delle foglie di coca per contrastare il soroche, quel mal di montagna che deriva da altitudini impervie e vertiginose.

Mi sento di raccomandarne l’utilizzo anche al più divino degli sdegnosi, al più irriducibile degli schizzinosi, il filosofo Cacciari, per combattere gli effetti del prolungato soggiorno nelle rarefatte atmosfere dello Steinhof, per coprire senza danni le distanze siderali dalla  torre  inespugnabile nella quale soggiorna – grazie a beni di famiglia, quelli che rivendicava come antidoto alla corruzione dimenticando che il possesso non esonera dall’avidità, come dimostra l’istinto rapace all’accumulazione dei ricchi, ma anche per via del suo concedersi magnanimamente ad  atenei tanto confessionali quanto redditizi  – che lo separano da noi mortali, che frequenta il meno possibile, salvo assolvere ingrati compiti pedagogici tramite interviste e comparsate in talk show dove viene invitato e celebrato come massima autorità della critica sofistica ed incontentabile della nostra generale mediocrità.

L’ultimo in ordine di tempo è contenuto in una lenzuolata stesa ad asciugare malgrado l’eclissi del sol dell’avvenire su Repubblica. Nella quale l’altrettanto oscurato Mauro, pronto anche lui a conversioni tardive, scoperte della religiosità in età matura, rivelazioni apostoliche come pare sia destino degli ex dell’autorevole quotidiano, lo interroga invitandolo a pronunciarsi sul referendum in materia istituzionale.

E lui non si fa mica pregare: si tratta di «una riforma modesta e maldestra», «un brutto topolino partorito dalla montagna», un testo fitto di trovate «balzane», frutto della modesta intelligenza e della evidente impreparazione di una cricca di sciampiste e tronisti impenitenti, collezionisti inveterati di  fallimenti politici (e lui se ne intende).

Però,   ciononostante, tuttavia.. è necessario dire Si, la riforma è un atto doveroso per “ rafforzare tutti i soggetti del sistema democratico… Esecutivo e anche un parlamento dotato di strumenti di controllo e d’inchiesta all’americana,   capace di agire autonomamente, senza succhiare le notizie dai giornalisti o dai giudici: un’autorità quasi da tribunato…. Più potere al governo, dunque, ma con un vero impianto federalista che articola il meccanismo decisionale, e un autentico Senato della Regioni con i rappresentanti più autorevoli eletti direttamente, e non scelti tra i gruppi dirigenti più sputtanati d’Italia, come oggi”, che, si sa, le Regioni hanno dimostrato di essere luoghi della rappresentanza dove hanno dimorato uomini d’onore, dediti all’interesse generale e al bene comune, intoccati da scandali e malaffare”. Questa “svolta” sarebbe indispensabile per irrobustire le istituzioni che quando sono deboli si lascerebbero condizionare da poteri esterni, rispecchiando l’intento delle menti più illuminate della sua generazione politica, che volevano riformare la Costituzione, una volta superata la paura dei fantasmi del Novecento e il timore del tiranno.

Si vede che i despoti di oggi, imperialismo finanziario e suoi generali, colonnelli e caporali,   non fanno paura a  uno di quelli cui si attaglia l’invettiva di  Schopenhauer  contro “l’accademico mercenario” e “i sicari della verità” che  colpiscono al cuore la libertà di pensiero  in base alla regola “di chi io mangio il pane, di lui canterò le lodi”, che poco c’è rimasto delle intelligenze luminose di un tempo, condannati ai Fusaro, ai  Žižek, insomma ai celebrati acchiappacitrulli col culo al caldo e la  didattica punitiva, che ci meriteremmo per via della nostra condizione di “inferiori”, renitenti alla fatica e all’ubbidienza.

Eh si, è giusto penalizzarci visto che non siamo stati estratti tra gli eletti e gli unti nella lotteria naturale, benché nati dalla parte del mondo più fortunata, non siamo tra i protetti della Provvidenza che con la sua manina benefica risparmia dalla canizie capelli e barbe eccellenti e dal ridicolo un istinto sfrontatamente voltagabbana al servizio di mode e regimi.

Il reducismo aberrante del pensatore lo ha convertito da idealista in pragmatico, ha mutato la militanza di sinistra in realpolitik, tanto lui mica soffrirà degli esiti del dinamico “fare”, dell’egemonia della necessità implacabile e senza alternative. Mentre noi dobbiamo subire il destino di non poter nemmeno aspirare al meglio, neppure al bene, appena appena al male in attesa dell’inesorabile peggio, pena comminata per il reato dell’aver troppo voluto, per aver aspirato a un futuro equo, per aver desiderato benessere, giustizia e libertà.

I maligni potrebbero essere portati a pensare che alligni in Cacciari un maligno risentimento oltre a una certa inclinazione per repentini cambi di opinione: ha in spericolati e rapidi avvicendamenti sostenuto e rinnegato quasi tutti gli attori e anche le comparse di questi anni, Monti, Veltroni, Prodi, Della Valle e Montezemolo, Occhetto e Rutelli, eccetera eccetera, di volta in volta folgorato dal federalismo anticipatore della Lega, dal partito liquido, a quello gassoso di improbabili candidati veneziani, in particolare quello che ha poi portato alla vittoria di Brugnaro. E i malevoli potrebbero sentirsi confermati in questo pregiudizio, proprio dalla sua di esperienza di amministratore, segnata dall’evidente insofferenza nei confronti degli elettori e cittadini e dei loro molesti bisogni, giustamente invitati a indossare gli stivaloni in occasione di prevedibili mareggiate, giustamente sollecitati in caso di evidenti ingiustizie alla denuncia anonima nella Bocca delle Verità, giustamente afflitti da opere inutili e dannose con contorni di corruzione, abusi, malaffare, sfuggiti alla vista dell’elegante e sussiegoso Serenissimo, dell’Uomo Difficile remoto e inavvicinabile cui Hofmannsthal fa un baffo e anche la barba.

Macché, si sbagliano. L’uomo è probabilmente fragile, ingenuo, vulnerato dalla nostra ingratitudine,   inascoltato nelle sue profezie, deluso per il mancato riconoscimento della sua dedizione, del suo concedersi generoso di amministratore e maestro. Io però lo voglio rivalutare: ormai è diventato una efficace cartina di tornasole, grazie alla sua attitudine naturale a sbagliarle tutte ci aiuta sia pure involontariamente a decidere per il meglio. Basta fare il contrario e se dice Si, basta votare No.

 

 

 

 

 

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Drogati di guerra

talkAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma che nostalgia hanno delle carte geografiche con tanto di spilli e di bandierine, chissà come si strugge Vespa nel rimpianto dei plastici con le zone calde dei conflitti e dei modellini di bombardieri e tank. Hanno grandi difficoltà ad accontentarsi delle opportunità offerte da questa guerra asimmetrica, come la definiscono con un certo sussiego, diventati tutti strateghi, spioni, esercitando l’ossimoro dell’intelligence intelligente, già ampiamenti smentito dalla polizia belga retrocessa a nuova icone delle barzellette sui carabinieri. Però ce la mettono tutta i media nel proporci la miserabile passerella delle comparse della paura, dei guitti dell’opinione di regime, dei profeti dell’escalation di sventure, dei sociologi della portineria accanto, degli islamisti su Wikipedia,  tutti intenti all’opera di alimentatori di paura, di suscitatori di allarmi, di interpreti e suggeritori a un tempo  delle viscere più profonde  e vergognose dell’opinione privata, quella che torna a credere a quello che dice la televisione, proprio come una volta diceva: ma l’ho letto sul giornale, nella totale eclissi dell’informazione, oltre che della ragione.

Venuta meno la mediazione giornalistica, vomitano le immagini scaricate su twitter in modo da tenere in redazione e in salotto i cronisti, pronti a porgere domande di comodo proprio come bonbon, quelle previste e concordate dalla rigida sceneggiatura alla compagnia di giro dei politici, dei commentatori, degli esperti, dei tecnici, frettolosi passanti perché poi devono subito procurarsi la comparsata nell’altro talkshow, che l’unico effetto solidale  e coeso di questa “guerra” è la creazione di un pensiero unico, del superamento della concorrenza tra competitor in nome di quella necessaria unità nazionale che passa per il parlamento, il partito unico, il principino che recita il copione della cautela, da buon poliziotto buono in accordo con quelli cattivi, con RaiSetSette.

No, mi sbaglio, ogni tanto qualche giornalista, di preferenza donna – in modo che sia più credibile il ricorso alla paccottiglia delle emozioni artificiale come le lacrime post Fornero della nostra diplomatica di carriera, che non ha certo mostrato la stessa muliebre commozione e pietas per i profughi, economici e non, per le popolazioni coinvolte in bombardamenti umanitari, per non parlare dei poveri greci o nostrani incravattati dai nodi scorsoi comunitari – viene inviata nelle periferie, a affacciarsi in aulette e palestrine e cantine convertite in centri, associazioni o moschee, o davanti a banchi di strana frutta e pittoreschi, per stanare con stringente sicumera possibili simpatizzanti delle Jihad, per costringere a confessioni e per condannare alla doverosa gogna musulmani renitenti all’abiura, con il fine esplicito e dimostrativo di evidenziare la latitanze di un Islam accettabile, tollerabile, integrabile  con la dovuta prudenza, selezionato alla fonte anche grazie ai preziosi uffici del sultano caro all’Europa.

Continuando così è sicuro che perderanno la battaglia sulla concorrenza mediatica dei tagliagole, che forse per via di finanziatori, formatori e pedagoghi all’orrore di chiara marca occidentale, hanno appreso la lezione di Hollywood e il loro meta-terrorismo ha fatto tesoro  dei codici comunicativi e  sui modi   cinematografici e televisivi, praticando con efficacia truce le tecniche della post-produzione e del  lancio in prime time.

Ma in compenso tutto questo concorre a realizzare le aspettative del potere, di quell’imperialismo che applica la determinazione di imporre la sua egemonia a tutta la sfera sociale, economica, culturale: alimentare la paura, il sospetto, la diffidenza, l’inimicizia in modo da renderci più vulnerabili, più permeabili a soluzioni forti, all’imposizione di misure straordinarie diventate desiderabili, al sopravvento di figure autoritarie, alla necessità implacabile e improrogabile di rinunciare a conquiste, diritti, garanzie e libertà sul lavoro, come nella vita di tutti i giorni, della opportunità ineludibile di dismettere non solo le pacifiche abitudini ma anche e soprattutto allo stato di diritto. Quello stesso che viene sbandierato come componente essenziale della nostro civiltà, in contrapposizione con l’oscurantismo del nemico che ci assedia.

A proposito del Capodanno di Colonia,  il filosofo-sociologo-narratore acchiappacitrulli Zizek che in un suo pamphlet aveva non a torto sostenuto che   il fondamentalismo religioso e il liberalismo sono le due facce di una stessa medaglia, in cui jihadisti invasati e dall’aspetto truce, decapitatori, stupratori, genocidi, prelevati direttamente da un passato mitico e crudele, speculano in borsa, sono esperti di informatica  di media e quindi “figli ripudiati della modernità”, li ha interpretati come una manifestazione  dell’invidia dello “straniero” nei confronti del tenore di vita occidentale,  cui aspirerebbe. Tanto che frustrato e umiliato reagirebbe con lo sbrigliare di istinti bestiali.

Non so perché ma più mi guardo intorno e più dubito che il nostro modello esistenziale possa suscitare invidia, emulazione, imitazione ossessiva e rancorosa. A cominciare dal fatto che abbiamo rinunciato a immaginare l’utopia possibile, a proiettarci radiose visioni del futuro, a credere nella possibilità dei sogni, appagando il nostro bisogno fantastico con gli incubi, quelli della realtà.

 

 

 


Derby Grecia -Germania nella partita delle illusioni

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La delusione è uno stato emotivo dal quale tento sempre di  rifuggire, malgrado una certa ammirazione per quella sfavillante cantata di Haendel Il Trionfo del Tempo e del Disinganno,  che non a caso nella loro marcia gloriosa vanno insieme come se il passare dei giorni recasse con sé ineluttabilmente insoddisfazione, sconforto, frustrazione: “ma se i colpi sono ascosi, chiari sono poi gli insulti”, canta il Disinganno alle vittime del Tempo. Il fatto è che mi piace la speranza, mi si addice l’utopia, amo la fantasia visionaria, ma la ragione mi insegna a sottrarmi all’illusione, che  porta con sé la minaccia fatale e implacabile dell’inganno, dell’abbaglio, insieme alla crudele resa alla realtà non sorprendente e non inattesa.

Anche se come al solito sto sul carro dei perdenti, per appartenenza morale e geografica e insieme al popolo greco, almeno non soffro per la delusione infertami da Tsipras, non essendomi mai illusa su di lui né tantomeno sulla lista nostrana di appoggio, lui e loro dichiaratamente ancora perfettamente funzionali e integrati al disegno europeo, lui e loro sì, vittime della grande illusione di una visione elitaria e aristocratica, dell’ipotesi ingenua che dentro l’euro possa esserci democrazia, che l’austerità sia uno strumento fallito e un incidente cui si può porre rimedio e non un pervicace disegno di dissoluzione  del lavoro dello stato sociale, dei diritti.

Così non faccio parte della platea dei orfani e vedove del premier greco come non facevo parte prima dei suoi fan, quelli dell’impari lotta tra Davide e Golia, dei tifosi di Tripras contro Merkel, nemmeno fosse una partita dei Mondiali. Mentre invece sono stata un’ammiratrice sfegatata del popolo greco, con quel tanto di invidia che colpisce chi senza colpa patisce per il solo fatto di essere italiana, indifferenza, colpevole sopportazione di umiliazioni e ricatti, assoggettamento come corollario dell’egemonia della necessità, impotenza a immaginare che si possa avere una realtà altra da vivere, uniti alla consapevolezza che quello che stiamo vivendo è un golpe dal quale non ci salveranno i marziani come direbbe Slavoj Zizek, né la consegna totale all’imperialismo finanziario, né il riformismo di Renzi, ma soltanto unicamente noi, se solo vogliamo, se cominciamo a dire di no, se lo usiamo anche noi il referendum cotro la buona scuola, la cattiva legge elettorale, il perverso Jobs Act.

È che a orfani e  vedove di Tsipras, quelli che vorrebbero un po’ di sinistra, ma addomesticata, moderna, scapigliata, senza cravatta, però temperata dall’adeguamento ragionevole alle regole della governabilità regionale, che emblematicamente va in moto ma senza casco, adesso non resta che popolare la curva sud del derby – perduto – tra Germania e Grecia.

Come se ci fosse una origine antropologica del duello tra quelli alti, biondi, cocciuti, spietati e  quelli bruni, tracagnotti, indolenti e un po’ peracottari.  Che i bassetti, pelosi, pigri  e provinciali debbano aspirare a stare nell’eurozona, per essere all’altezza di quelli bravi, tenaci, onesti e lavoratori, per essere tollerati malgrado vivano in propaggini africane e convivano con un terzo mondo interno del quale fanno parte molti indigeni.  E che in ragione di ciò il loro destino sia cedere alle intimidazioni e ai ricatti, essere puniti per qualche colpo di testa democratico, subire la pena comminata a scopo pedagogico, in modo che ad altri non venga in mente di rialzare la testa, di dire di no.

No, non c’è un complotto tedesco contro Grecia, mia faza mia raza, contro la più accomodante Italia, sia pure in affidamento al più codardo e citrullo dei kapò. Non c’è speranza di insegnare il bon ton ai Terminetor che decidono per noi, anche se ne fanno parte paesi e popoli che oggi si muovono come pugili suonati perché aver piegato la Grecia è un ammonimento anche per loro, che pagheranno prima o poi il conto di strategie adottate contro la politica, contro le sovranità, contro le democrazie, quando collassi sistemici faranno crollare i potentati dei troppo grandi gruppi bancari, quando il proliferare di prodotti finanziari immateriali si rivolterà contro i paesi avanzati, quando le persone, non più lavoratori, non più cittadini, nemmeno più consumatori, diventeranno come cavie impazzite che non vogliono più arrampicarsi sulle scalette con le quali hanno attrezzato le loro gabbie, fatte di mutui, tasse, sanzioni, multe.

Non potremo dire che non lo sapevamo, non potremo dire che siamo sorpresi, perché è già accaduto che un paese venga piegato attraverso lo smantellamento tramite privatizzazione dei sistemi di protezione sociale, dirottando verso le banche i loro colossali bilanci, che venga espropriato dei suoi beni comuni, patrimonio immobiliare, territorio, risorse, che siano colpiti i suoi cittadini più provati, mentre vengono risparmiate rendite, redditi di azionariati rapaci, che il suo popolo e i suoi pronunciamenti vengano smentiti, oltraggiati, derisi. È successo, sta succedendo, è già successo anche a noi. Non mi illudo, spero, invece,  sogno, desidero che sia possibile il coraggio di costruirci un’arca anche se il diluvio è già cominciato.


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