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La generazione wow

apocalypse_wow_largeIo di ggiovani con la doppia “g” ne capisco poco perché appartengo a una generazione completamente diversa e ormai quasi estinta, quella di sti cazzi: che andasse bene o male erano sempre sti cazzi perché si aveva un senso quasi rabdomantico per le storture della società e un acuto senso dei propri diritti che si allargava molto oltre i confini comunemente riconosciuti visto che in un certo senso si viveva più nel dover essere  che nell’essere.  Ma insomma melius abundare quam deficere: immagino quale potrebbe essere la faccia di un ragazzino di oggi, se raccontassi che una volta ho fatto causa a un gruppo editoriale che mi aveva fatto lavorare gratis sei mesi per preparare un nuovo settimanale che poi non uscì, sfruttando però le idee nel frattempo messe a punto per migliorare pubblicazioni già esistenti. La prospettiva del radioso futuro quasi raggiunto non era bastata a convincermi che lavorare per nulla ed essere per giunta fregati era una cosa normale come sarebbe considerata oggi. See… sti cazzi.

Col passare degli anni però questo amore di sé in qualche modo anche collettivo si è tradotto in edonismo della soggettività quando l’egemonia culturale neoliberista ha cominciato ad asportare chirurgicamente qualsiasi prospettiva politica e sociale, lasciando dunque che si scatenasse l’istinto da desideranti in un mondo che non aveva alternative, come spiegavano la Thatcher e i soloni intruppati nelle università del conformismo. E’ cominciato così il feticismo delle merce, dei marchi, delle griffe, della tendenza, del futile che ha lasciato lungo la strada vittime illustri come il gusto e lo spirito critico fino al punto di approvare qualsiasi taglio di diritti e di regole pur di sacrificare un gallo alla competitività e alle logiche del capitale, purché il gioco potesse continuare, ignari che tutti ne sarebbero state delle vittime.  In compenso si è pensato di poter accettare come salario di sostituzione il politicamente corretto e l’umanesimo da poltrona, così che scienza e coscienza si potessero addormentare senza troppi sussulti.

Con queste premesse la generazione successiva è cresciuta così, come il ragazzo lupo nella selva del consumo e delle illusioni e infatti nel linguaggio sempre più rozzo e inarticolato emerge prepotente il nuovo richiamo della foresta, quel wow che risuona in ogni momento della vita, della pubblicità e dello sballo: wooowww come coyote nelle notti di luna piena, come amazon mannari o morsicatori di mele schiaviste. Se non si fa wow non c’è vita perché essa è costruita attorno a questo grido di battaglia, a volte roco come quello degli zombi quando mancano le risorse. Deve’essere wow il jeans strappato, la scarpa plasticosa, il cellulare di ultima rapina che in produzione costa 40 dollari scarsi, il piatto al ristorante, il turismo di maniera, la conoscenza che vole scoprire olo ciòò che già conosce: non ha importanza che qualcosa sia buono, sia bello o funzionale o intelligente, importa che sia wow come dicono i milioni di pagine sul web che fanno finta di illustrare e recensire, ma che ripropongono le brochure aziendali come fossero brani del vangelo. Ogni cosa dev’essere eccitante, entusiasmante, imperdibile, engioiosa, gourmet, stravagante compreso lo sfruttamento, deve essere ciò che non si è: non si tratta  solo di consumo matto  e disperatissimo perché non basterebbe a mantenere in piedi il matrix neoliberista, dev’essere patologico e compulsivo per sostituire la mancanza di futuro, il vuoto di prospettive, il nulla che incombe, la precarietà assoluta in cui si vive. E per sopportare tutto questo, per vivere un eterno presente  occorre anche sballarsi continuamente: alcol, cocaina, anfetamine, morfina corrono a fiumi e danno una mano alle droghe immateriali della musicaccia a battito cardiaco, il poppismo e trappismo da quattro soldi, l’arte avanspettacolo, venite siore e siori, libri che Liala è come Tolstoi al confronto e autrici venerate dopo che sono state consacrate oltre atlantico, ( per ragioni che sarebbe interessante indagare) ma che nemmeno esistono come persone, sono pool di editor.  E tutto questo viene impacchettato esattamente come i titoli spazzatura in pancia alle banche da un’intellighenzia sub prime.

D’altro canto in quale altro modo sopportare l’auto colpevolizzazione per non essere vincenti, il dover considerare come giusto e naturale ciò che si sente profondamente ingiusto? Ma soprattutto come riuscire a conciliare il culto della soggettività con l’omologazione assoluta? Le vie d’uscita non ci sono o almeno  alle nuove generazioni è stato detto che non ci sono, che questo è ciò che passa il convento, che c’est la vie, salvo poi sorprendersi di fronte alle manifestazioni più desolanti, ai woooww più prolugati e più sguaiati, al dispiegarsi della logica finale di tutto questo Eh see.. sti cazzi

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