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Attenti al panurgo che c’è in voi

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se vogliamo continuare nell’invenzione linguistica a causa di una delle avventure del personaggio, mentre nella penisola iberica il significato ha virato verso la bricconeria.

Si tratta di due estremi che non colgono nel suo insieme l’ambiguità del personaggio di Panurge che è al contempo un assoluto gregario di Pantagruel e un inquieto imbroglione, tradurle, importarle significa attualizzarle. Estrapolando dal tempo in cui fu creato per rispondere alle esigenze metaforiche di allora, possiamo dire che si tratta di una persona che vive dentro una sfera di accettata subalternità, pur permettendosi dentro di essa tutte quelle azioni che la negano sia verso gli altri che verso se stessi. Panurge non inventa, non crea, non cambia nulla non ha alcuna idea di futuro, si adegua alla volontà padrone, ma lo fa in modi che a lui sembrano innovativi e che lo distolgono dal sentire il peso della propria dipendenza. Se ci pensiamo le generazioni dagli anni ’80 in poi sono splendidamente panurgiche: persa l’idea di futuro e di cambiamento sociale hanno sostituito  questo vuoto con un vorticoso quanto inutile gioco di sostituzione, sia esso il prodotto tecnologico di ultima generazione ancorché inutile o il modo di vestirsi, di atteggiarsi, di avere opinioni, di tatuarsi, di inseguire sogni, di vivere i rapporti personali, sentimentali e della riproduzione culturale. Al vecchio perbenismo borghese che indicava la sicurezza di una normalità definita e circoscritta, anche se pagata a caro prezzo, si è sostituito il conformismo dell’essere diversi, unici, non accorgendosi di vivere nell’era più omologata che si ricordi dove il feticismo della merce è stato introiettato negli uomini merce.

Sballandosi per bene con ogni mezzo possibile si diventa creativi, talentuosi, sognatori di gregge, pronti ad essere terribilmente uguali agli altri, a sentirsi niente senza modelli da imitare. Alcuni pensatori della prima metà del secolo scorso hanno creduto che il conformismo – in contrasto col tradizionalismo – fosse il male oscuro dell’era della tecnica, una tipica modalità di omologazione appiattita sul presente e prigioniera di simboli di astorica universalità che lascia all’emotività tutto lo spazio sostituendo l’emulazione con l’imitazione che come sosteneva Max Weber non è un vero e proprio agire sociale. Ma probabilmente si tratta invece di un approdo scontato delle logiche capitaliste e della loro evoluzione: basta vedere in che modo sono state triturate le ideologie politiche dal pensiero unico e come proprio quelle che avrebbero dovuto fare barriera sono diventate le più conformiste. Potrebbe magari sembrare un paradosso ma l’enorme attribuzione di valore ai singoli individui a scapito della società e della solidarietà si può realizzare solo se questi individui escono da una catena di montaggio e affidano ai gadget la propria “personalizzazione”. D’altro canto non esiste più uno spazio sociale nel quale il conformarsi possa essere in qualche modo mediato, contrattato, diversificato dal momento che esso è stato stato sostituito da un più rigido piano rituale.

Gli individui oggi sono liberi da tutto tranne che dal mercato il quale definisce l’orizzonte mondo e interazioni che vi si svolgono: si è liberi di non esserlo nelle forme più originali possibili. Un panurgo lo si riconosce immediatamente ed è meraviglioso poter sostituire con un’unica parola un trattato di sociologia.

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Gli stallieri della democrazia

Berlusconi.jpegSe fossimo un secolo indietro potremmo dire che il destino è stato beffardo con chi mette la testa sotto la sabbia. Ma la straordinaria e stupefacente realtà è che Berlusconi ha determinato gli infausti destini del Paese e della sua democrazia al tramonto sia vent’anni fa quando ha cercato di difendere la sua roba scendendo in politica e fondando Forza Italia, sia ora quando butta a mare Forza Italia e tutto il meccanismo politico creato in cambio della salvezza perdonale e del suo impero. E’ stato determinante nel creare le premesse politiche e culturali del regime oligarchico ed è determinante oggi nel propiziare le riforme istituzionali destinate a coronare il disegno. Ha vinto lui.

E come ciliegina sulla torta, ancora una volta ha a che fare con uno stalliere, consigliato da poteri cui è meglio non dire di no con l’incarico di proteggerlo, anche se sotto le forme di un giovanotto vissuto sempre all’interno del cerchio magico delle aziende Mediaset e collegate (basta vedere con chi lavorava la Chil, l’azienda della famiglia Renzi) in ottimi e tradizionali rapporti con gli ambienti conservatori e massonici. Naturalmente il merito è suo solo in minima parte, un ruolo determinante va riconosciuto agli avversari che si sono rivelati in tutta la loro pochezza e che hanno anzi incubato al loro interno tutte le possibili notti della Repubblica. O i più incomprensibili attendismi per poi intervenire all’ultimo momento Così il condannato per evasione fiscale, l’imputato per sfruttamento della prostituzione, diventa determinante per il futuro del  Paese, anzi diventa l’interlocutore privilegiato di un radioso avvenire che si annuncia assai vicino alle pulsioni e alla tempra del suo facilitatore.

Del resto la Repubblica Italiana dopo aver radicato in sé la fase weberiana del capo carismatico ha fatto un passo avanti con l’Italicum e la riforma del Senato verso un’idea schmittiana nella quale la politica è comprensibile e acquista un senso se si individua “la cerchia di persone che ha un interesse economico plausibile a servirsi di essa a sua vantaggio”. E allora ha certamente un senso ridurre il Senato a una sorta di refugium peccatorum dei grassatori territoriali, proclamandolo camera delle autonomie proprio quando si vogliono ridurre quelle stesse autonomie mettendo mano al titolo quinto della Costituzione. E ha anche un senso l’idea altrimenti delirante dei finti oppositori forzaitalioti di bilanciare il potere di una Camera di nominati, peraltro profondamente manipolata nella sua rappresentatività da correttivi che sono in realtà delle adulterazioni , attraverso l’istituzione di una repubblica presidenziale. Due visioni autoritarie a compensarsi, tanto per non farsi mancare nulla. Tutto questo sembra un patchwork senza senso solo  se lo si guarda dal punto di vista della politica che conosciamo, della democrazia, ma non se individuiamo il gruppo di persone che ne trae vantaggio, vale a dire la classe dirigente italiana, quella europea e i vertici finanziari globalizzati, evidentemente felici di poter cancellare ogni turbamento di volontà popolare ai loro disegni.

Probabilmente parte di queste forze e direttrici erano presenti anche ai tempi di mani pulite e favorirono la famosa discesa in campo. Ma i tempi non erano ancora maturi, non c’era ancora stata la stagione di cessione di sovranità verso l’Europa e attraverso di essa verso il cuore dell’economia globalizzata. Adesso è un’altra storia, la democrazia si suicida al 40,8% e le sarà riconosciuta un’invalidità al 100 per cento.


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