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La paura fa 90

filoCi sono molte mistificazioni narrative in questa surreale vicenda della pandemia, dalla quale l’unica lezione che si dovrebbe trarre è che la scienza e la salute non dovrebbero mai finire in mano al profitto privato per non corrompere la prima e mettere a rischio la seconda. Ma la più grande favola che ho sentito narrare con compunta finzione di serietà è che gli italiani si sono rivelati ligi alle regole e alle leggi più di tante altre popolazioni e che la quasi assenza di disobbedienza non derivava da uno stato di soggezione al potere  o di subornazione cognitiva, ma da virtù civiche. Certo è strano non essersi accorti  prima di questa caratteristica che emergeva da tanti segnali: dalla trepidazione con cui l’artigiano supplica di poter fare regolare fattura per aderire alla normativa fiscale, dalla sollecitudine con cui chi ha posteggiato in seconda fila si sposta per farvi uscire dopo due ore mandandovi anche al diavolo o dallo scrupolo dei pubblici impiegati nel non sprecare nemmeno un minuto del prezioso tempo di lavoro.

Il fatto è che amiamo raccontarci queste balle come se non bastassero quelle che ci raccontano ogni giorno: gli italiani sono stati alle regole, anche quelle più assurde senza alcuna obiezione, semplicemente perché si sono messi paura, perché all’improvviso hanno scoperto la morte passare dalla sua dimensione individuale dove è in qualche modo esorcizzata a quella collettiva dove non può essere messa tra parentesi. Nei primi tempi della narratio pandemica, dopo aver osato infrangere il culto virale, ho scoperto che nessuno aveva idea del fatto che in Italia morissero quasi 1800 persone al giorno e che i decessi per influenza potessero arrivare a decine di migliaia ogni anno, semplicemente perché tutto questo veniva esorcizzato: il passaggio improvviso dal nulla alle cremazioni di massa inscenate ad hoc, non poteva che innescare un panico cieco a qualsiasi ragionamento.  Ora non è che gli italiani siano precisamente dei cuor di leone, ma la loro paura così assoluta da trasformarli da anarchici confidenziali a mansueti portatori di mascherina, deriva dal fatto di essere la popolazione occidentale più esposta alla sudditanza del pensiero unico e ai suoi richiami, priva ormai di una soggettività culturale che le faccia da salvagente per non annegare nel mare dell’omologazione che nello specifico è di carattere imitativo. Non mi soffermo qui a analizzare le cause di questo declino che ha avuto inizio dopo la guerra con la perdita di sovranità effettiva non contrastata né da un partito vaticano per cui  l’Italia era sempre stato un incomodo, né dall’internazionalismo della sinistra, cresciuto dopo la Resistenza e già allora di natura essenzialmente fossile, frutto di letture scolastiche del marxismo. Questo spiega  la ragione per cui  nessun governo da quarant’anni a questa parte osa chiedersi quale sia l’interesse nazionale e cosa fare per perseguirlo sia pure nei ristretti limiti in cui operare, ma spiega anche il surplus di paura.

Qual è la caratterista di questo sentimento nel contesto attuale? Da cosa deriva? Essa si combina col senso di insoddisfazione necessario ad alimentare il consumismo e dunque  il futile appagamento del possesso che lascia subito spazio ad altre inquietudini, ad altre passioni tristi: il risvolto cognitivo di tutto questo si regge sulla mitologia dell’infinita possibilità che ha preso il posto delle ideologie, ma che è anche un occulto generatore di angoscia, non più temperato da valori, tradizioni,riferimenti di pensiero. Quando questa mitologia viene messa in crisi da eventi come ad esempio quello pandemico che pongono dei limiti laddove esisteva solo l’indefinito, allora la paura si fa più intensa perché non si tratta di temere qualcosa di specifico, nel quale la razionalità e la logica conservano i loro diritti, ma diventa angoscia per la perdita generale di senso delle prospettive. Per questo chi è più esposto al pensiero unico è anche portatore di maggiore paura, ma anche di maggior ubbidienza come se volesse compensare con questa omologazione senza scampo al potere la frattura di pensiero. Non sarà sfuggito a nessuno che i contestatori della narrazione pandemica sono tutti gente in età, ovvero quella che teoricamente dovrebbe nutrire le maggiori paure da Covid, mentre i giovani che dal virus non hanno nulla da temere sono stati generalmente succubi del racconto: ma più anni si portano sulle spalle meno si ha il fardello del pensiero unico e quindi si è più lucidi di fronte alla straordinaria quantità di sciocchezze pandemiche dalle quali siamo stati investiti.


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