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Ilva, contratto di morte

300007-metropolis_productionstill_300dpi_09Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Corte europea dei diritti dell’uomo  è un organo giurisdizionale internazionale, istituito nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali per assicurarne l’applicazione e il rispetto. Ma, a differenza della Corte di Giustizia, non si tratta di una istituzione dell’Unione Europea.

Sarà per questo che ogni tanto si prende la libertà di esprimersi su crimini e oltraggi compiuti dai 47 stati firmatari in nome dell’ubbidienza all’Europa che lo chiede per via di valori e radici comuni: profitto, sfruttamento, repressione e sopraffazione a difesa del nostro stile di vita e della nostra civiltà superiore da mantenere vittoriosa anche rispetto al terzo mondo interno.

Sarà per questo che la condanna della Corte all’Italia per non aver protetto  i cittadini di Taranto che vivono nelle aree colpite dalle emissioni tossiche dell’impianto dell’ex Ilva, è stata accolta con risentito sconcerto.

Ma come? i governi di furbetti che si sono succeduti hanno perfezionato  la sòla per la Arcelor Mittal che si è comprata la mela marcia sia pure a prezzo stracciato.

Ma come? Adesso si deve subire l’insensata intimidazione che ci costringe a fare il muso duro ben oltre gli obblighi di “vigilanza” che assolviamo con la dinamica attitudine alla semplificazione e alla lotta alla burocrazia, caposaldo dell’ideologia imperante, magari a  cancellare l’immunità penale prevista dai decreti “Salvailva” (se n’è perso il conto alcuni dei quali dichiaratamente incostituzionali ma che hanno permesso impunità e la prosecuzione delle attività con tutti i loro effetti sulla salute e l’ambiente) e perfino a rivedere i tempi di allineamento all’Autorizzazione integrata ambientale, due misure che potrebbero portare alla risoluzione del contratto con la volonterosa azienda che ha acquisito il prodotto reso più appetibile da qualche omaggio aggiuntivo.

Ma come? Dobbiamo subire ancora una volta le pressioni dei parrucconi di Strasburgo oltre che di quelli della Corte costituzionale che ha avuto la sfrontatezza di accusarci di essere più attenti alle ragioni del  profitto che a quelle della salute, in occasione del ricorso contro i decreti presentato per via della morte di un operaio dell’altoforno, caduto “in servizio” per la produttività e lo sviluppo.

Ma come? sembrano dire: sono mai possibili una legalità e una legittimità senza guadagno per chi investe, per chi dà lavoro, per chi ha degli obblighi e delle responsabilità  creando profitto per  sé dal quale discende benessere diffuso per tutti?

In fondo è un dovere sociale quello di cedere alle “ragioni della ragionevolezza” che impone di scegliere tra posto e quel cielo pulito che piace alle anime belle, di optare per il salario che permette di curarsi per eventuali effetti collaterali del progresso. Effetti che non riguardano solo chi si ammala e muore a Taranto, perché intanto si fa il bagno e si pescano i ricci a Torre Lapillo, si coltiva l’uva per il primitivo a Salice Salentino, si produce il primo sale nelle masserie di Veglie. Adesso salterà su qualcuno a dire che le vittime se lo meritano, che hanno votato i complici del delitto, quelli delle trivelle e della centrale di Avetrana. E come se allora come oggi – e come ha denunciato la Corte – non fosse pervicacemente interdetto l’accesso alle informazioni sull’impatto di opere e attività, anche per via di legge a guardare gli equilibrismi recenti per circoscrivere il diritto di conoscere e sapere nell’iter della procedura di Via. e come se in passato come oggi ci fosse stato e ci fosse una opzione elettorale capace di garantire indipendenza dei diktat padronali che l’hanno sempre avuta vinta altrove e là, come dimostra il processo nel quale un’altra corte deve esprimersi in merito alle responsabilità di proprietari, dirigenti, manager, amministratori, soggetti di vigilanza accusati per il reato di ambiente svenduto ma che dovrebbero essere condannati per crimini reiterati contro l’umanità, visto che hanno dimostrato di non voler interrompere la catena di morte fin dal 2008, quando la  “legge di interpretazione autentica” (Legge n. 8/2009)  che recepisce il protocollo d’intesa fra Regione, governo, Ilva e sindacati  offre una “interpretazione” della “legge antidiossina” 44/2008, rendendola «una normativa assolutamente inefficace a contenere l’inquinamento dell’Ilva», una scatola vuota nella quale l’azienda può infilare i numeri che vuole, effettuando i controlli solo in tre fasi durante l’anno,  rinunciando  al campionamento continuo,  permettendo che i fumi potessero essere diluiti e falsando così i valori di diossina eventualmente riscontrati. E fin dal 2012 quando il decreto SalvaIlva di allora mise una pietra tombale sul lavoro di indagine effettuato dalla Gip Todisco e  impose la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato, violando  ben 17 articoli della Costituzione e parecchi altri del Codice penale.

C’è poco da stupirsi: ci sarà ancora qualcuno che afferma che i tarantini sanno  e hanno ceduto al ricatto: posto o salute, che sono consapevoli di avere l’acciaio nel dna e di trasmetterlo ai figli, che è naturale che  i bambini del quartiere Tamburi abbiano un quoziente intellettivo inferiore alla media dei coetanei e apprendano con maggiore difficoltà, che in fabbrica si crepa di altoforno ma fuori si hanno patologie cardiovascolari e tumorali, che negli ospedali cittadini si ricoverano in gran numero i malati di Ilva, come da anni informa la Gazzetta del Mezzogiorno consultabile e che non è certo un organo clandestino degli anarco insurrezionalisti.

Ci sarà e c’è ancora qualcuno a sostenere che, come per i dieci anni precedenti, non si poteva fare altrimenti, che era impossibile ribellarsi al ricatto occupazionale mettendo per strada 10 mila famiglie, che era impossibile tornare indietro e cancellare quella clausola di immunità penale garantita dal governo Renzi e poi Gentiloni e che aveva persuaso della bontà della transazione il volonteroso acquirente, che era impossibile tornare indietro e imporre obblighi e vincoli sulle bonifiche. Che era impossibile tornare indietro e il ricatto occupazionale, che era impossibile costringere a effettuare le azioni di bonifica sulle bonifiche e quelle di riqualificazione, che era impossibile sottrarre la città al destino industriale che non era suo e le era stato intimato. Che era impossibile salvarla dal mostro nutrito a forza nel suo organismo che la teneva in vita e la consuma fino a ucciderla, da quando i problemi del Sud sono stati affrontati con la logica del colonialismo assistenziale, trasformandola da “capitale dell’acciaio”, a “Beirut italiana” come scrisse a suo tempo un sociologo immaginifico.

Si susseguono i governi dell’impossibile, quelli che dimostrano l’impraticabilità di fare l’interesse dei cittadini perché è ineluttabile fare invece quello dei padroni, quelli che dopo aver promesso tanti No, vogliono convincerci che per il bene comune è arrivato il momento del ragionevole Si incondizionato, pena sanzioni, multe, figuracce internazionali, costi quel che costi, anche rimetterci la salute e la vita, la nostra.

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Ilva, i magnati del magna magna

IlvaPurtroppo temo che la vicenda dell’ Ilva di Taranto finisca in una grande sceneggiata, in una sorta di palio storico fra di Maio che convoca al tavolo delle trattative per il miglioramento delle condizioni di vendita tutte le 62 parti interessate mentre sale la protesta dell’Arcelor Mittal, dei sindacati  e dei politicanti locali che non ne vogliono sapere di avere testimoni della ghigliottina che sta per cadere sull’occupazione, accontentandosi dei soliti repellenti vaniloqui da quattro soldi e tristi polemichette da bar aizzate dal sindaco fellone. Ma le speranze che la mossa di Di Maio sia un modo indiretto per scoraggiare lo squalo indo – franco – americano a cui finora si debbono 100 mila licenziamenti nel campo dell’acciaio a partire dal 2005 oltre alla chiusura di una trentina di stabilimenti, sono davvero scarse nel momento in cui i governi italiani, compreso l’ultimo hanno rinunciato a qualsiasi prospettiva di nazionalizzazione parziale, ma permanente dell’impianto. Uno scandalo per i neo liberisti di casa nostra, ma in realtà la logica in cui agisce Mittal, il magnate indiano che vuole acquisire l’Ilva, il quale nel Paese di origine deve invece venire a patti col governo che ha la supervisione finale nella produzione di acciaio e dove molte fonderie sono a partecipazione pubblica.

Una cosa è certa:  che la Arcelor Mittal, nel  contesto attuale non ha alcun bisogno di acquisire l’Ilva di Taranto visto che la sua capacità di 114 milioni di tonnellate l’anno supera di un 20 per cento la sua effettiva produzione;  che la parte del leone la fa l’India stessa dove il boom automobilistico fa crescere la domanda di lamierati  portando il Paese al secondo posto dopo la Cina in questo particolare settore; che in Europa la produzione principale è quella di acciai speciali mentre quella a minor valore aggiunto è già ampiamente coperta; che la società è eticamente e ambientalmente sospetta tanto da essere stata denunciata dai governo del Senegal e del Sudafrica per essere venuta meno ai patti stabiliti, perdendo entrambe le volte davanti ai tribunali internazionali di arbitrato; che anche in Europa ha perso una causa per l’emissione di gas serra, per non parlare della neve nera prodotta dai suoi stabilimenti in Kazakistan; che la società ha una decina di miliardi di debito e una bassa redditività; che ha annunciato proprio l’anno scorso un vasto piano di “razionalizzazione” della produzione, il che significa in soldoni licenziamenti e passaggio a prodotti a più alto valore aggiunto in stabilimenti più piccoli; che ha recentemente acquisito il principale gruppo produttivo di acciaio in Ucraina (col licenziamento di 20 mila persone). Tutto questo è una garanzia: quella che gli impegni di aumento della produzione e mantenimento dell’occupazione a Taranto sono purissima carta straccia. Ad Arcelor Mittal l’acquisizione dell’Ilva serve solo a togliersi dai piedi un potenziale e temibile concorrente qualora l’acciaieria venga acquisita da un altro gruppo, una tattica del resto molto comune nella nostra disgraziata contemporaneità nella quale spesso l’acquisizione corrisponde alla sparizione e alla cannibalizzazione degli impianti per concentrare la produzione in meno siti e sbarazzarsi dei competitori.

Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma queste cose le sanno un po’ tutti e lo sapevano anche quando hanno scelto sulla base di inconoscibili criteri che forse si tradurranno fra  qualche tempo in edilizia residenziale di lusso, la strada dell’Arcelor Mittal, la meno adatta a garantire  la resurrezione dell’Ilva e la respirabilità dell’aria. Gli esuberi di 4200 lavoratori sulla quale sembra giocarsi la faccenda oltre che la credibilità della parte italiana è in realtà solo la punta dell’iceberg, perché l’azienda riassumerà man mano 10 mila lavoratori da qui al 2023 cancellando qualsiasi anzianità e con salari umilianti, facendo pagare all’erario italiano la cassa integrazione per chi non ha ancora il posto, ma poi avrà libertà di ricorrere a questo strumento in qualsiasi momento per mettere in panchina i lavoratori già assunti e potrà anche licenziare quanta gente vuole: basta pagare 150 mila euro a testa, una cifra che di certo non rappresenta un problema per un gruppo che ha acquisito la più grande acciaieria del continente per 1  miliardo e 800 milioni  di fatto una svendita che presenta però alcune stranezze. La somma sarà infatti pagata in tranche da 180 milioni l’anno sotto forma di canoni d’affitto ad anticipo dell’acquisto, affitto la cui durata minima è di due anni. Lascio ai lettori giudicare il senso di questo inquietante accordo.

Però attenzione ciò che conta è anche il contesto complessivo in cui tutto questo avviene: per ottenere il via libera dall’Antitrust europeo (una roba da ragazzi che si risolve con qualche dazione) Mittal si è impegnata a liberarsi della Magona  di Piombino e della rete distributiva in Italia, dunque il numero dei disoccupati nel complesso sarà più alto. Ma alla fine – questo è il problema cruciale – se il giorno dopo la sigla degli accordi definitivi la Arcelor Mittal non volesse onorare i patti, cosa che è accaduta già parecchie volte con questa azienda, cosa può fare l’Italia? Proprio nulla al massimo proporre una causa dalla quale ricavare ben che vada un centinaio di milioni.

Ecco perché sarebbe stato utile, visto come si è svolto il calvario dell’Ilva, liberarsi dal rancido prosciutto ideologico sugli occhi e pretendere che lo stato conservasse una robusta partecipazione nell’acciaieria. L’ Europa non avrebbe voluto?  Ma andiamo, qualsiasi governo che si rispetti avrebbe potuto tirare fuori i numerosi precedenti in Francia o le manovre sottobanco in Germania e inchiodare i decisori alle loro futili contraddizioni. Non avrebbe voluto la Arcelor? Bene qualcun altro avrebbe accettato anche perché fino a quando l’acciaieria non sarà a regime, dunque non prima di 5 anni, il grosso delle spese le paga lo stato coglione, mentre se e quando ( ma è una speranza remotissima) vi fossero i primi utili tutto andrà nelle mani del magnate indiano. Questi sono i fatti, ma gli uomini che vedo agire sono formiche rispetto alla sfida per dare alla fabbrica un avvenire più sicuro e al contempo anche quella per infrangere le mefitiche concrezioni del pensiero unico.


Eternit. Amianto colposo, stragisti liberi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si dice il paradosso. Amianto in greco vuol dire immacolato o meglio ancora, incorruttibile. Ma asbesto invece, significa perpetuo, inestinguibile. E pare  lo sia anche la scia di lutti e vergogna che si lascia dietro.

Mentre invece non lo saranno i processi  di chi ha seminato veleni, malattia morte, grazie alla prescrizione che, benevola coi padroni, farà definitiva ingiustizia. Ha già cominciato:  l’imprenditore svizzero Schmidheiny era già stato assolto per prescrizione nel  primo processo Eternit, in cui rispondeva di disastro doloso  per oltre 2000 morti   e per una vittima in più, l’ambiente.    E ora il secondo  procedimento   tornerà alla fase delle indagini preliminari, l’accusa per il magnate di aver provocato la morte da mesotelioma pleurico di 258 persone   – il tumore ai polmoni   chi è stato esposto alle fibre –   va derubricata da omicidio volontario a colposo, sia pure “aggravato dalla previsione dell’evento”, e si  frantuma in quattro diversi tribunali d’Italia: Torino, Reggio Emilia, Vercelli e Napoli.  Restano a giudizio, a Torino, solo due casi di morte da amianto, per i quali la prossima udienza è stata fissata il 14 giugno. A Vercelli, competente per la sede di Casale Monferrato della multinazionale, sono stati trasmessi 243 casi; 8 a Napoli (per Bagnoli), 2 a Reggio Emilia (per Rubiera). Tre casi sono stati invece prescritti.

Una vittoria della verità, ha esultato l’avvocato della difesa, sul teorema secondo il quale chi sta in alto non può non sapere cosa succede in basso: “La costruzione dell’accusa é crollata, il processo per omicidio colposo sarà più sereno ma emergerà la totale innocenza del mio assistito. Schmidheiny era a capo di un grande gruppo industriale e non era presente nei singoli stabilimenti. A lui risultava che la soglia di polverosità era al di sotto dei limiti imposti dalle norme”. Ecco, è stato un errore umano, ma da attribuire alle intendenze, a chi doveva controllare, sorvegliare, vigilare. Lo vadano a dire a quelli di Casale dove ogni settimana c’è una vittima di mesotelioma, lo vadano a dire a chi aspetta  da 15 anni giustizia e non si è accontentato del risarcimento  proposto; l’offerta del diavolo. Lo vadano a dire a chi ha lavorato o ha abitato vicino a quella fabbrica, come a Ivrea, come a Taranto, come alla Montefibre di Acerra, come in tanti santuari d’impresa italiana dove o sacerdoti del ricatto, del profitto e dell’intimidazione hanno officiati i riti in memoria del lavoro, dove la preghiera d’obbligo è il de profundis per i morti e per diritti e conquiste e sicurezza, quando l’unica che resta è la fatica per la paga.

Invece bisogna andarlo a dire a chi  è depositario – e lo interpreta e propaga – di quel principio secondo il quale il profitto giustifica i mezzi tanto che il delitto compiuto in suo nome deve avere tolleranza, indulgenza e infine perdono. Di quell’altro principio secondo il quale l’omicidio di uno non va in prescrizione, quello di tanti, per ragion di mercato,  invece si, perché si tratta di un effetto collaterale, come le bombe sui civili quando si esporta democrazia. E di quell’altro ancora che ci vuole convincere che i padroni sia pure illuminati, hanno troppe faccende da sbrigare, tra consigli di amministrazione, esportazione di capitali, brighe per evadere le tasse, conta dei dividendi e roulette finanziaria, per badare a tutto e delegano, delegano, fiduciosi che i sottoposti attuino i valori che ispirano la loro utopia imprenditoriale.

È quello che ha sempre sostenuto  Schmidheiny occupato a svolgere l’autorevoli incarico di    consigliere capo per gli affari e l’industria per il segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED). Alla faccia, di presidente onorario del Word Business Council per lo sviluppo sostenibile, fondatore di un premio prestigioso che ha consegnato a Prodi e Kofi Annan in sollucchero. È quello che hanno detto i fratelli De Benedetti, i Riva, quelli della Thyssen, riconosciuti per acclamazione vittime del dovere aziendale da una claque guidata dalla Marcegaglia.

Non sapevo, è una frase ricorrente che si è sentita pronunciare nei secoli, vicino a teatri di crimini, delitti, stragi. Non sapevo, dicono gli assassini, che non vanno nemmeno a vedere la voce Eternit su Wikipedia, incuranti che è da poco dopo il brevetto Eternit, che risale al 1901, che sorsero i primi dubbi, che in Inghilterra ricerche mediche imposero delle limitazioni all’so nel 1930, che in Germania in piena guerra si stabilì che dovessero essere offerti dei risarcimenti ai malati di mesotelioma, che sia pure con colpevole ritardo una legge italiana  vieta l’attività di estrazione, importazione ed esportazione, produzione e commercializzazione dell’amianto e dei prodotti contenenti amianto.

Adesso qualcuno dice ancora una volta che l’ottimo e nemico del bene, che Guariniello – che con la sua impostazione del processo “Eternit” ed “Eternit bis” ha cercato (invano) di innovare la giurisprudenza sulle morti da lavoro – ha voluto troppo, per protagonismo, vanità, delirio di onnipotenza, chiedendo l’omicidio volontario. Lo vadano a dire a quelli dell’Ilva, lo vadano a dire ai tre marittimi morti ieri, che di questi tempi bisogna accontentarsi,  che mica la giustizia è uguale per tutti, che è necessario mostrarsi ragionevoli e arrendevoli per non scoraggiare gli investitori, che per certi delitti l’unico colpevole è il destino baro, che se sei povero te lo sei meritato, perché non hai ambizione, talento, volontà, tenacia, che per fare carriera ma anche solo per tenersi un posto bisogna chinare la testa, dire si, al ricatto, alla sopraffazione, al rischio, alla malattia, sempre si. E invece noi diciamo No.

 

 

  


Ilva, Renzi il cancerogeno

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate vero la storia narrata sui sussidiari con particolari cruenti e immagini truculenti. L’empio codardo che  grida ai suoi scherani    ammazzatelo chillo poltrone… e poiché la soldataglia non osa alzare le armi sul nemico ferito e disarmato, si accanisce su di lui, che, esalando l’ultimo respiro, gli rivolge con disprezzo le ultime parole: vile tu uccidi un uomo morto.

Non so voi, ma a volte quelle rivisitazioni storiche mi paiono benedette, magari perché fanno giustizia, o vendetta, di stereotipi  e pregiudizi. Di questi tempi tutto sommato non so se ci schiereremmo senza dubbi e remore per il valoroso fiorentino Ferrucci contro lo sbracato mercenario calabrese, che poi tutti e due a servizio di padroni erano.

A parti invertite  l’odierno Maramaldo viene dalla città del Giglio e imperversa di preferenza, ma non solo, agli ordini di un impero feudale, contro la gente del Sud: riparazione e memoria di morti, malati, bambini a rischio di una città ricattata fino alla lacerazione, spinta a una guerra velenosa tra interessi e ragioni che non dovrebbero essere divergenti, offesa nei diritti, nel lavoro, nella salute fino al martirio. E infatti  sarebbe venuta proprio da Palazzo Chigi la decisione di soprassedere sull’erogazione in manovra di cinquanta milioni per finanziare l’assunzione di medici, l’acquisto di attrezzature sanitarie, le riconversioni ospedaliere in deroga al decreto ministeriale 70, così da fronteggiare l’emergenza sanitaria registrata da uno studio realizzato dalla Regione Puglia sugli effetti dei veleni dell’acciaieria.

A rivelarlo non è stato nessuno dell’accozzaglia, della plebaglia, della marmaglia del No, macché. La denuncia è del fedelissimo Boccia presidente della Commissione Bilancio che in piena notte è andato a bussare alle porte del ministero di Padoan chiedendo ragione della carognata e si è sentito rispondere che malgrado il parere favorevole dei sottosegretari De Vincenti e Morando, del capogruppo Pd Rosato, era stato proprio Palazzo Chigi a opporsi. Tanto che il segretario del partito di Renzi a Taranto, a conferma delle convinzioni politiche e morali che aggregano i militanti intorno al Si, ha dichiarato di voler sospendere la campagna referendaria per protesta.

Si vede che anche lui, prima di questa rivelazione, aveva creduto alla maramalda in tacchi alti che aveva promesso sfrontatamente, proprio come un tempo Berlusconi, che la vittoria del Si avrebbe coinciso con quella contro il cancro grazie agli effetti demiurgici  della semplificazione, al potere risanatore e purificatore delle nuove e più efficienti relazioni tra stato, esecutivo e regioni, al primato di trasparenza ed equità che ispira l’azione di un governo del quale è doveroso  perpetuare la permanenza in vita.

Certo 50 milioni non sono risolutivi, 50 milioni non sono tanti, poco meno dei fondi stanziati per la Ryder Cup di Golf, come è stato sottolineato dal Fatto, meno della metà di un F35.

Ma la scelta di assegnarli prima e di non assegnarli poi ha un valore simbolico forte.

Darli significava riconoscere la attendibilità del rapporto della Regione Puglia sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia e morte a Taranto. L’indagine, che ha preso in considerazione un campione di 321.356 persone residenti, tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, seguendoli fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione, conferma i risultati degli studi precedenti e «depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area». La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare «la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale».. Significava riconoscere che quella emergenza era originata da un crimine di Stato.

E significava ammettere che era giusta e sacrosanta la decisione della Regione, reclamata dai tarantini umiliati e offesi, intimiditi e minacciati   di impugnare  dinanzi alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto legge Ilva «per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore», quel caposaldo che innerva la nostra Carta costituzionale e che dovrebbe salvaguardare l’interesse generale dall’oltraggio dei delitti contro i cittadini, della loro impunità, di una immunità che, tramite un’applicazione ristretta della legge, come fosse un’operazione aritmetica, esonera la politica dalle responsabilità civili, sociali, politiche, morali, sia che delinquano, che perseguano ambizioni o interessi personali,  sia che esercitino le loro funzioni al servizio di ceti padronali, industriali che finiscono per sconfinare nell’attività criminale.

Si sono accorti di essersi trovati casualmente, per motivi elettoralistici e propagandistici, per una volta dalla parte giusta. Ma non gli si addice e non gli piace, tanto è vero che dopo aver rinviato al Senato, con la speranza che sia quello “loro”, allineato e prono, una misura più efficace , che “consentirà di approfondire ulteriormente le modalità per far fronte alle criticità della sanità tarantina”, hanno rialzato la testa, anzi le mani per menare la sanità pugliese, la stessa della quale è stato un boss celebratissimo il loro assessore ed ex senatore Tedesco:  “E’ assolutamente  squallido strumentalizzare  la salute dei tarantini, in specie quella dei bambini, per coprire la più totale inadeguatezza del servizio sanitario pugliese“, ha rintuzzato il De Vincenti.

Un tempo, quando erano di moda il libro Cuore e i sussidiari con le imprese di Ferrucci e Fieramosca, alle élite, al ceto dirigente, ai politici si chiedeva di dare il buon esempio. Adesso viene da accontentarsi che non diano quello di viltà, squallore, infamia.

 

 

 


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