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La giustizia non è uguale per tutti

benchAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un tempo cui oggi guardiamo come a una età di Pericle nel quale in molti illuminati pensarono che la democrazia conquistata con il riscatto di un popolo dovesse essere sottoposta a una continua e pervicace manutenzione, perché non era bastata una lotta di liberazione dallo “straniero” per stabilire e consolidare condizioni di uguaglianze, giustizia e libertà. E che la Costituzione non doveva restare una pagina di straordinario valore morale e perfino letterario, ma un elenco di propositi e responsabilità alla cui realizzazione  tutti dovevano concorrere.

Nascevano allora delle organizzazioni che volevano affrancarsi da principi e legami di carattere corporativo per impregnare dello spirito democratico istituzioni, corpi e strutture dello stato e professioni che erano incaricate di svolgere funzioni di servizio. Accadeva una cinquantina di anni fa, quando  Giulio A. Maccacaro fondò “Medicina Democratica” che nel rifarsi a valori universali della scienza ne indicava i limiti quando si mettevano al servizio del mercato,  se avevano il sopravvento ” quelle statiche e sonnolenti interpretazioni dell’articolo 32, 1° comma della Costituzione”, se non diventava patrimonio sociale e culturale comune il diritto alla salute, oggetto di una lotta collettiva capace “di contestare alla radice non solo come produrre ma anche cosa, per chi e dove produrre”.

E in quegli stessi anni nasceva Magistratura Democratica (era il 1964) che si caratterizzava per un’ispirazione ideologica  improntata alla difesa dell’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato,   impegnata nello “sviluppo di una cultura giurisdizionale europea fondata sul rispetto, in ogni circostanza, dei principi dello Stato di diritto democratico, tra i quali spiccano in primo luogo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”

Ci vuol poco a capire quanto servirebbe oggi la lezione di Maccacaro applicata, tanto per dire, alla città di Taranto dove si è saputo di controllori comprati e venduti, dove star bene è incompatibile col salario, dove la bandiera italiana si alza a mezz’asta per ricordare il +21% di mortalità infantile rispetto alla media regionale ,il +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni, il +20% di eccesso di mortalità nel primo anno di vita e il +45% di malattie iniziate già durante la gestazione.  E quanto sarebbe utile quella di Marco Ramat, uno dei padri di Magistratura Democratica, per rivedere quelle radici fondanti alla luce del tramonto europeo e della dispersione di quella radiosa visione convertita in fortezza dalla quale partono gli imperativi della cancellazione di democrazie, diritti, indipendenza e autodeterminazione e  quando l’auspicata autonomia dai poteri dello stato non sembra annoverare  quella dal potere economico, dalla ingerenza partitica e dalla subalternità ai  vari “comitati di affari della borghesia” come li chiamava Lenin.

Secondo gli archivi dell’associazione stessa aderiscono a Magistratura democratica circa 900 degli 8.886 magistrati italiani in servizio, ovvero circa un magistrato su dieci. Non sono molti ma con quelle premesse sarebbe lecito  aspettarsi che da loro venisse qualcosa di più ragionato e incisivo delle letterine a babbo natale impregnate di un vago umanitarismo prodotte in occasione dei congressi e che sembrano adattarsi alla falsariga delle mozioni elettorali del Pd, o del blando comunicato emesso mentre fuori divampa la fiamma dello scandalo: … ribadiamo che Magistratura democratica – neppure presente in CSM come sigla autonoma – è del tutto estranea a tali vicende.

Come denunciava il Simplicissimus,  (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/16/la-giustizia-e-cosa-troppo-seria-per-lasciarla-ai-magistrati/) la giustizia avrebbe bisogno di essere officiata da ben altri sacerdoti.

Non tutti devono essere Falcone e Borsellino, per carità, vorremmo non aver bisogno di martiri, ma non bastano di certo le mozioni congressuali intrise di buoni sentimenti e spirito umanitario e compassionevole  per rassicurarci sulla separazione oltre che dai poteri interni da quelli europei e sovranazionali con i quali partecipiamo a imprese belliche e coloniali, non è sufficiente un comunicato sul caso Diciotti per confortarci che nei tribunali non si assecondi la volontà del legislatore che per legge ha stabilito che lo straniero non possa difendersi come il cittadino italiano in tutti i gradi di giudizio, così come non tranquillizza che in nome della rivendicata autonomia insieme a Montesquieu nella relazione di apertura dell’ultimo congresso sia citato Ezio Mauro in veste di politologo e costituzionalista a conferma  dell’allarme per il radicalismo del nuovo sovranismo alla pari con  il radicalismo egualitario e camaleontico dell’antipolitica, colpevoli di aver  sancito la sconfitta della sinistra rappresentata dal Pd, o che si metta in guardia dalla fascistizzazione della nuova destra (che per la verità tanto nuova non è se è stata la governo vent’anni producendo per esempio la Bossi Fini, la legge Maroni e quelle ad personam), dando credito che il problema cruciale del  paese sia la percezione indotta  dell’invasione straniera, in linea con il negazionismo che bollando la marmaglia posseduta da rigurgiti reazionari,  nazionalistici,  protezionistici, smentendo l’ovvio: le disuguaglianze crescenti, la falcidia di posti di lavoro e la dequalificazione dell’occupazione che ancora c’è, la riduzione dei redditi e del potere d’acquisto prodotta dai processi di globalizzazione e finanziarizzazione.

E se i magistrati democratici proprio volessero riguadagnare la buona reputazione nel contesto geografico europeo meglio sarebbe che ricercassero l’approvazione della Corte di Strasburgo, impegnandosi in prima persona per reclamare e garantire l’attuazione dei principi che condannano il reato di tortura, quelli commessi da industrie criminali contro la sicurezza sul lavoro e l’ambiente.

Loro e gli altri quasi 9000 li vorremmo vedere esprimersi e applicare le leggi (che ci sono e sono anche troppe) sugli stati di necessità, per reprimere quelli fasulli di chi commette abusi e fare giustizia per quelli che riguardano i senza tetto che occupano gli alloggi   vuoti frutto di speculazioni immobiliari colpiti dalla sospensione dei servizi, distinguendo tra chi reclama il diritto primario alla casa da Casa Pound, tanto per fare un nome a caso. E quello stesso nome insieme ad altri della stessa fatta viene alla mente, quando vorremmo vedere che un magistrato applicasse con la doverosa severità le leggi che proibiscono l’apologia di reato, senza bisogno di farne di nuove, che basterebbe prendere alla lettera quella che già ci sono mai eseguite a memoria d’uomo post-resistenziale.

Perché il fascismo quello di ieri e quello di oggi si combatte così,  non applicando le leggi come se fossero teoremi aritmetici o peggio algoritmi, si tratti di uso privato delle armi, di decoro urbano compromesso dai poveracci di qualsiasi etnia la cui visione turba e va limitata, colpendo gli ultimi per rassicurare i primi e pure i penultimi. Perché di quello parliamo quando i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  perché le regole e i principi di legalità vengono confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, e poi eseguite sciorinando il repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, anche quelli discrezionale e arbitrari, veloci coi deboli, lenti coi forti che così possono entrare e uscire dalle porte girevoli di tribunali e patrie galere.

Si la giustizia è una cosa seria ma complicata. E per quello se la comprano quelli che se la possono permettere, quelli che possono farsela da soli, quelli che la aggiungono al tanto che hanno già togliendola a quelli che ne avrebbero più bisogno.

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Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


Ilva, contratto di morte

300007-metropolis_productionstill_300dpi_09Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Corte europea dei diritti dell’uomo  è un organo giurisdizionale internazionale, istituito nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali per assicurarne l’applicazione e il rispetto. Ma, a differenza della Corte di Giustizia, non si tratta di una istituzione dell’Unione Europea.

Sarà per questo che ogni tanto si prende la libertà di esprimersi su crimini e oltraggi compiuti dai 47 stati firmatari in nome dell’ubbidienza all’Europa che lo chiede per via di valori e radici comuni: profitto, sfruttamento, repressione e sopraffazione a difesa del nostro stile di vita e della nostra civiltà superiore da mantenere vittoriosa anche rispetto al terzo mondo interno.

Sarà per questo che la condanna della Corte all’Italia per non aver protetto  i cittadini di Taranto che vivono nelle aree colpite dalle emissioni tossiche dell’impianto dell’ex Ilva, è stata accolta con risentito sconcerto.

Ma come? i governi di furbetti che si sono succeduti hanno perfezionato  la sòla per la Arcelor Mittal che si è comprata la mela marcia sia pure a prezzo stracciato.

Ma come? Adesso si deve subire l’insensata intimidazione che ci costringe a fare il muso duro ben oltre gli obblighi di “vigilanza” che assolviamo con la dinamica attitudine alla semplificazione e alla lotta alla burocrazia, caposaldo dell’ideologia imperante, magari a  cancellare l’immunità penale prevista dai decreti “Salvailva” (se n’è perso il conto alcuni dei quali dichiaratamente incostituzionali ma che hanno permesso impunità e la prosecuzione delle attività con tutti i loro effetti sulla salute e l’ambiente) e perfino a rivedere i tempi di allineamento all’Autorizzazione integrata ambientale, due misure che potrebbero portare alla risoluzione del contratto con la volonterosa azienda che ha acquisito il prodotto reso più appetibile da qualche omaggio aggiuntivo.

Ma come? Dobbiamo subire ancora una volta le pressioni dei parrucconi di Strasburgo oltre che di quelli della Corte costituzionale che ha avuto la sfrontatezza di accusarci di essere più attenti alle ragioni del  profitto che a quelle della salute, in occasione del ricorso contro i decreti presentato per via della morte di un operaio dell’altoforno, caduto “in servizio” per la produttività e lo sviluppo.

Ma come? sembrano dire: sono mai possibili una legalità e una legittimità senza guadagno per chi investe, per chi dà lavoro, per chi ha degli obblighi e delle responsabilità  creando profitto per  sé dal quale discende benessere diffuso per tutti?

In fondo è un dovere sociale quello di cedere alle “ragioni della ragionevolezza” che impone di scegliere tra posto e quel cielo pulito che piace alle anime belle, di optare per il salario che permette di curarsi per eventuali effetti collaterali del progresso. Effetti che non riguardano solo chi si ammala e muore a Taranto, perché intanto si fa il bagno e si pescano i ricci a Torre Lapillo, si coltiva l’uva per il primitivo a Salice Salentino, si produce il primo sale nelle masserie di Veglie. Adesso salterà su qualcuno a dire che le vittime se lo meritano, che hanno votato i complici del delitto, quelli delle trivelle e della centrale di Avetrana. E come se allora come oggi – e come ha denunciato la Corte – non fosse pervicacemente interdetto l’accesso alle informazioni sull’impatto di opere e attività, anche per via di legge a guardare gli equilibrismi recenti per circoscrivere il diritto di conoscere e sapere nell’iter della procedura di Via. e come se in passato come oggi ci fosse stato e ci fosse una opzione elettorale capace di garantire indipendenza dei diktat padronali che l’hanno sempre avuta vinta altrove e là, come dimostra il processo nel quale un’altra corte deve esprimersi in merito alle responsabilità di proprietari, dirigenti, manager, amministratori, soggetti di vigilanza accusati per il reato di ambiente svenduto ma che dovrebbero essere condannati per crimini reiterati contro l’umanità, visto che hanno dimostrato di non voler interrompere la catena di morte fin dal 2008, quando la  “legge di interpretazione autentica” (Legge n. 8/2009)  che recepisce il protocollo d’intesa fra Regione, governo, Ilva e sindacati  offre una “interpretazione” della “legge antidiossina” 44/2008, rendendola «una normativa assolutamente inefficace a contenere l’inquinamento dell’Ilva», una scatola vuota nella quale l’azienda può infilare i numeri che vuole, effettuando i controlli solo in tre fasi durante l’anno,  rinunciando  al campionamento continuo,  permettendo che i fumi potessero essere diluiti e falsando così i valori di diossina eventualmente riscontrati. E fin dal 2012 quando il decreto SalvaIlva di allora mise una pietra tombale sul lavoro di indagine effettuato dalla Gip Todisco e  impose la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato, violando  ben 17 articoli della Costituzione e parecchi altri del Codice penale.

C’è poco da stupirsi: ci sarà ancora qualcuno che afferma che i tarantini sanno  e hanno ceduto al ricatto: posto o salute, che sono consapevoli di avere l’acciaio nel dna e di trasmetterlo ai figli, che è naturale che  i bambini del quartiere Tamburi abbiano un quoziente intellettivo inferiore alla media dei coetanei e apprendano con maggiore difficoltà, che in fabbrica si crepa di altoforno ma fuori si hanno patologie cardiovascolari e tumorali, che negli ospedali cittadini si ricoverano in gran numero i malati di Ilva, come da anni informa la Gazzetta del Mezzogiorno consultabile e che non è certo un organo clandestino degli anarco insurrezionalisti.

Ci sarà e c’è ancora qualcuno a sostenere che, come per i dieci anni precedenti, non si poteva fare altrimenti, che era impossibile ribellarsi al ricatto occupazionale mettendo per strada 10 mila famiglie, che era impossibile tornare indietro e cancellare quella clausola di immunità penale garantita dal governo Renzi e poi Gentiloni e che aveva persuaso della bontà della transazione il volonteroso acquirente, che era impossibile tornare indietro e imporre obblighi e vincoli sulle bonifiche. Che era impossibile tornare indietro e il ricatto occupazionale, che era impossibile costringere a effettuare le azioni di bonifica sulle bonifiche e quelle di riqualificazione, che era impossibile sottrarre la città al destino industriale che non era suo e le era stato intimato. Che era impossibile salvarla dal mostro nutrito a forza nel suo organismo che la teneva in vita e la consuma fino a ucciderla, da quando i problemi del Sud sono stati affrontati con la logica del colonialismo assistenziale, trasformandola da “capitale dell’acciaio”, a “Beirut italiana” come scrisse a suo tempo un sociologo immaginifico.

Si susseguono i governi dell’impossibile, quelli che dimostrano l’impraticabilità di fare l’interesse dei cittadini perché è ineluttabile fare invece quello dei padroni, quelli che dopo aver promesso tanti No, vogliono convincerci che per il bene comune è arrivato il momento del ragionevole Si incondizionato, pena sanzioni, multe, figuracce internazionali, costi quel che costi, anche rimetterci la salute e la vita, la nostra.


Ilva, i magnati del magna magna

IlvaPurtroppo temo che la vicenda dell’ Ilva di Taranto finisca in una grande sceneggiata, in una sorta di palio storico fra di Maio che convoca al tavolo delle trattative per il miglioramento delle condizioni di vendita tutte le 62 parti interessate mentre sale la protesta dell’Arcelor Mittal, dei sindacati  e dei politicanti locali che non ne vogliono sapere di avere testimoni della ghigliottina che sta per cadere sull’occupazione, accontentandosi dei soliti repellenti vaniloqui da quattro soldi e tristi polemichette da bar aizzate dal sindaco fellone. Ma le speranze che la mossa di Di Maio sia un modo indiretto per scoraggiare lo squalo indo – franco – americano a cui finora si debbono 100 mila licenziamenti nel campo dell’acciaio a partire dal 2005 oltre alla chiusura di una trentina di stabilimenti, sono davvero scarse nel momento in cui i governi italiani, compreso l’ultimo hanno rinunciato a qualsiasi prospettiva di nazionalizzazione parziale, ma permanente dell’impianto. Uno scandalo per i neo liberisti di casa nostra, ma in realtà la logica in cui agisce Mittal, il magnate indiano che vuole acquisire l’Ilva, il quale nel Paese di origine deve invece venire a patti col governo che ha la supervisione finale nella produzione di acciaio e dove molte fonderie sono a partecipazione pubblica.

Una cosa è certa:  che la Arcelor Mittal, nel  contesto attuale non ha alcun bisogno di acquisire l’Ilva di Taranto visto che la sua capacità di 114 milioni di tonnellate l’anno supera di un 20 per cento la sua effettiva produzione;  che la parte del leone la fa l’India stessa dove il boom automobilistico fa crescere la domanda di lamierati  portando il Paese al secondo posto dopo la Cina in questo particolare settore; che in Europa la produzione principale è quella di acciai speciali mentre quella a minor valore aggiunto è già ampiamente coperta; che la società è eticamente e ambientalmente sospetta tanto da essere stata denunciata dai governo del Senegal e del Sudafrica per essere venuta meno ai patti stabiliti, perdendo entrambe le volte davanti ai tribunali internazionali di arbitrato; che anche in Europa ha perso una causa per l’emissione di gas serra, per non parlare della neve nera prodotta dai suoi stabilimenti in Kazakistan; che la società ha una decina di miliardi di debito e una bassa redditività; che ha annunciato proprio l’anno scorso un vasto piano di “razionalizzazione” della produzione, il che significa in soldoni licenziamenti e passaggio a prodotti a più alto valore aggiunto in stabilimenti più piccoli; che ha recentemente acquisito il principale gruppo produttivo di acciaio in Ucraina (col licenziamento di 20 mila persone). Tutto questo è una garanzia: quella che gli impegni di aumento della produzione e mantenimento dell’occupazione a Taranto sono purissima carta straccia. Ad Arcelor Mittal l’acquisizione dell’Ilva serve solo a togliersi dai piedi un potenziale e temibile concorrente qualora l’acciaieria venga acquisita da un altro gruppo, una tattica del resto molto comune nella nostra disgraziata contemporaneità nella quale spesso l’acquisizione corrisponde alla sparizione e alla cannibalizzazione degli impianti per concentrare la produzione in meno siti e sbarazzarsi dei competitori.

Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma queste cose le sanno un po’ tutti e lo sapevano anche quando hanno scelto sulla base di inconoscibili criteri che forse si tradurranno fra  qualche tempo in edilizia residenziale di lusso, la strada dell’Arcelor Mittal, la meno adatta a garantire  la resurrezione dell’Ilva e la respirabilità dell’aria. Gli esuberi di 4200 lavoratori sulla quale sembra giocarsi la faccenda oltre che la credibilità della parte italiana è in realtà solo la punta dell’iceberg, perché l’azienda riassumerà man mano 10 mila lavoratori da qui al 2023 cancellando qualsiasi anzianità e con salari umilianti, facendo pagare all’erario italiano la cassa integrazione per chi non ha ancora il posto, ma poi avrà libertà di ricorrere a questo strumento in qualsiasi momento per mettere in panchina i lavoratori già assunti e potrà anche licenziare quanta gente vuole: basta pagare 150 mila euro a testa, una cifra che di certo non rappresenta un problema per un gruppo che ha acquisito la più grande acciaieria del continente per 1  miliardo e 800 milioni  di fatto una svendita che presenta però alcune stranezze. La somma sarà infatti pagata in tranche da 180 milioni l’anno sotto forma di canoni d’affitto ad anticipo dell’acquisto, affitto la cui durata minima è di due anni. Lascio ai lettori giudicare il senso di questo inquietante accordo.

Però attenzione ciò che conta è anche il contesto complessivo in cui tutto questo avviene: per ottenere il via libera dall’Antitrust europeo (una roba da ragazzi che si risolve con qualche dazione) Mittal si è impegnata a liberarsi della Magona  di Piombino e della rete distributiva in Italia, dunque il numero dei disoccupati nel complesso sarà più alto. Ma alla fine – questo è il problema cruciale – se il giorno dopo la sigla degli accordi definitivi la Arcelor Mittal non volesse onorare i patti, cosa che è accaduta già parecchie volte con questa azienda, cosa può fare l’Italia? Proprio nulla al massimo proporre una causa dalla quale ricavare ben che vada un centinaio di milioni.

Ecco perché sarebbe stato utile, visto come si è svolto il calvario dell’Ilva, liberarsi dal rancido prosciutto ideologico sugli occhi e pretendere che lo stato conservasse una robusta partecipazione nell’acciaieria. L’ Europa non avrebbe voluto?  Ma andiamo, qualsiasi governo che si rispetti avrebbe potuto tirare fuori i numerosi precedenti in Francia o le manovre sottobanco in Germania e inchiodare i decisori alle loro futili contraddizioni. Non avrebbe voluto la Arcelor? Bene qualcun altro avrebbe accettato anche perché fino a quando l’acciaieria non sarà a regime, dunque non prima di 5 anni, il grosso delle spese le paga lo stato coglione, mentre se e quando ( ma è una speranza remotissima) vi fossero i primi utili tutto andrà nelle mani del magnate indiano. Questi sono i fatti, ma gli uomini che vedo agire sono formiche rispetto alla sfida per dare alla fabbrica un avvenire più sicuro e al contempo anche quella per infrangere le mefitiche concrezioni del pensiero unico.


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