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Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 

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Ilva, costituzionalmente immune

il   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da ieri è all’esame dei giudici costituzionali l’immunità penale e amministrativa del “commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”, dei vertici passati e presenti, quindi, dell’Ilva, attribuita loro con una legge del 2015.

La questione è stata sollevata dal gip di Taranto che ha rilevato “un contrasto della norma con numerose disposizioni costituzionali, in primis il principio di uguaglianza” introducendo una “irragionevole disparità di trattamento» rispetto alla generalità delle altre imprese.

Ad aprile Di Maio, in visita pastorale a Taranto, si era impegnato con quella determinazione verbale assertiva che gli era cara, promettendo che in base a Dl Crescita l’immunità sarebbe scaduta il 6 settembre. Provvidenzialmente per lui la crisi l’ha risparmiato dall’obbligo di mantenere la parola data e dunque  in base alle disposizioni vigenti assassini trascorsi e quelli che ne hanno raccolto il testimone saranno esentati dalle responsabilità sino al completamento del piano ambientale, ad agosto 2023, in modo che con tutta tranquillità abbiano la licenza di commettere reati penali e amministrativi giustificati dalla necessità di adempiere  “alle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”, che, si vede, senza quel benestare  non potrebbero essere ottemperate.

Come scrissero i giornali allora, e non solo il foglio rosa confindustriale, Arcelor Mittal  reagì legittimamente contestando quella speciosa questione “in punta di diritto”, così la definirono,  che rischiava di  compromettere il rilancio dell’ex Ilva acquisita dal colosso siderurgico che aveva posto come condizione preliminare alla riconversione ambientale dell’acciaieria   il mantenimento delle «tutele legali» previste dal decreto Ilva concepito dall’ esecutivo guidato da Gentiloni.

Così, come ormai avviene di frequente, la politica demanda e delega le scelte che non ha il coraggio di fare, scegliendo la strada della “legalità” percorsa e officiata nei tribunali non sapendo percorrere quella della legittimità e della giustizia.

D’altra parte non c’è da stupirsi, in ogni cessione, privatizzazione e svendita di una impresa è sempre stato allegato alla strenna il gadget dell’impunità, appunto per mettere in condizione l’acquirente di non essere penalizzato neppure per incauto acquisto della roba sottratta a noi, di godere di un regime di placet e autorizzazioni eccezionali dovute per essersi accollato un peso morto, un ramo secco, una cattedrale nel deserto, beni comuni lasciati in stato di abbandono e colpevole trascuratezza proprio per permetterne il conferimento a prezzi stracciati.

L’Ilva ne è un simbolo:   quando acquisì  l’Italsider di Taranto, a Prodi che ne promosse la vendita e che l’aveva definita un gioiello, Riva, rispose di rimando che si accollava un “ferrovecchio” al  prezzo di poco più di 2 mila miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rese noto l’Iri, 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti).

Da vero padrone delle ferriere ha instaurato un regime tirannico (ebbe due condanne per discriminazione), impose turni e condizioni di lavoro inumane, fece di Taranto un città martire contaminando la fabbrica e la città con emissioni, reflui, rifiuti nocivi, seppelliti dentro e sotto al fortezza avvelenata e provocando migliaia di malati e centinaia di morti, traendo profitti miliardari (in lire e poi in euro) che ha indirizzato verso remoti paradisi fiscali, mentre non ha mai investito in tecnologia, sicurezza, sostenibilità,   beneficando degli aiuti dello Stato italiano per farle contribuire alla catastrofe infrastrutturale e ambientale, senza impegnare un quattrino per modernizzare e risanare gli impianti.

Il tutto, illustrato icasticamente nelle indagini della magistratura di Taranto all’atto del sequestro nel 2012  come “disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose”, con la benedizione delle stirpi illuminate dei Dini, dei Ciampi,dei Prodi e di certi loro delfini immeritevoli perfino delle loro nequizie, i Calenda, che hanno  smontato e sfasciato l’Iri,  tolto al governo il controllo sulla Banca centrale, per rinunciare a ogni responsabilità e funzione di gestione del patrimonio comune, industriale, infrastrutturale, dei servizi e culturale, per cederlo ai privati facendoci relegare nei bassifondi sfigati e umilianti dello “sviluppo”, e con il tacito o fragoroso assenso di amministratori locali e regionali, organismi di controllo e vigilanza che pensarono bene di ritoccare il termometro per dire che nessuno aveva la febbre.. o il cancro.

Non ci resta che sperare in un pronunciamento della Corte che stani i ricattatori,  quelli dell’accordo infame: tutti licenziati da riassumere dopo aver fatto fuori i molesti “esuberi”, quelli dell’ambientalizzazione farlocca con la copertura dei parchi minerari in cimiteri perenni e avvelenatori.

Non si resta che sperare che dalle intimidazioni passino ai fatti e che si disfino dell’acquisizione avida e perciò scriteriata, in modo da arrivare naturalmente all’unica soluzione possibile, l’assunzione da parte dello Stato del diritto e del dovere della gestione degli impianti, la mobilitazione di investimenti perché proseguano nell’attività senza inquinare e ammalare avvelenare la città. Se è vero come è vero che l’Italia ha bisogno della siderurgia, se è vero, come è vero, che altri Paesi dimostrano che è sano, profittevole, giusto, salvare i propri gioielli, siano banche o imprese, e tenerseli cari come si deve fare con un bene comune, come la Commerzbank, come la Opel, come la Peugeot, e se è vero come è vero  che è possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da  9 milioni di tonnellate, come a  Duisburg, se si costringono perfino imprese dai trascorsi criminali (in quel caso la Thyssen-Krupp ) a rispettare le regole, che possono perfino rivelarsi  più redditizie dei delitti se uno stato di diritto sa come rendere fertili le pene.


La giustizia non è uguale per tutti

benchAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un tempo cui oggi guardiamo come a una età di Pericle nel quale in molti illuminati pensarono che la democrazia conquistata con il riscatto di un popolo dovesse essere sottoposta a una continua e pervicace manutenzione, perché non era bastata una lotta di liberazione dallo “straniero” per stabilire e consolidare condizioni di uguaglianze, giustizia e libertà. E che la Costituzione non doveva restare una pagina di straordinario valore morale e perfino letterario, ma un elenco di propositi e responsabilità alla cui realizzazione  tutti dovevano concorrere.

Nascevano allora delle organizzazioni che volevano affrancarsi da principi e legami di carattere corporativo per impregnare dello spirito democratico istituzioni, corpi e strutture dello stato e professioni che erano incaricate di svolgere funzioni di servizio. Accadeva una cinquantina di anni fa, quando  Giulio A. Maccacaro fondò “Medicina Democratica” che nel rifarsi a valori universali della scienza ne indicava i limiti quando si mettevano al servizio del mercato,  se avevano il sopravvento ” quelle statiche e sonnolenti interpretazioni dell’articolo 32, 1° comma della Costituzione”, se non diventava patrimonio sociale e culturale comune il diritto alla salute, oggetto di una lotta collettiva capace “di contestare alla radice non solo come produrre ma anche cosa, per chi e dove produrre”.

E in quegli stessi anni nasceva Magistratura Democratica (era il 1964) che si caratterizzava per un’ispirazione ideologica  improntata alla difesa dell’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato,   impegnata nello “sviluppo di una cultura giurisdizionale europea fondata sul rispetto, in ogni circostanza, dei principi dello Stato di diritto democratico, tra i quali spiccano in primo luogo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”

Ci vuol poco a capire quanto servirebbe oggi la lezione di Maccacaro applicata, tanto per dire, alla città di Taranto dove si è saputo di controllori comprati e venduti, dove star bene è incompatibile col salario, dove la bandiera italiana si alza a mezz’asta per ricordare il +21% di mortalità infantile rispetto alla media regionale ,il +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni, il +20% di eccesso di mortalità nel primo anno di vita e il +45% di malattie iniziate già durante la gestazione.  E quanto sarebbe utile quella di Marco Ramat, uno dei padri di Magistratura Democratica, per rivedere quelle radici fondanti alla luce del tramonto europeo e della dispersione di quella radiosa visione convertita in fortezza dalla quale partono gli imperativi della cancellazione di democrazie, diritti, indipendenza e autodeterminazione e  quando l’auspicata autonomia dai poteri dello stato non sembra annoverare  quella dal potere economico, dalla ingerenza partitica e dalla subalternità ai  vari “comitati di affari della borghesia” come li chiamava Lenin.

Secondo gli archivi dell’associazione stessa aderiscono a Magistratura democratica circa 900 degli 8.886 magistrati italiani in servizio, ovvero circa un magistrato su dieci. Non sono molti ma con quelle premesse sarebbe lecito  aspettarsi che da loro venisse qualcosa di più ragionato e incisivo delle letterine a babbo natale impregnate di un vago umanitarismo prodotte in occasione dei congressi e che sembrano adattarsi alla falsariga delle mozioni elettorali del Pd, o del blando comunicato emesso mentre fuori divampa la fiamma dello scandalo: … ribadiamo che Magistratura democratica – neppure presente in CSM come sigla autonoma – è del tutto estranea a tali vicende.

Come denunciava il Simplicissimus,  (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/16/la-giustizia-e-cosa-troppo-seria-per-lasciarla-ai-magistrati/) la giustizia avrebbe bisogno di essere officiata da ben altri sacerdoti.

Non tutti devono essere Falcone e Borsellino, per carità, vorremmo non aver bisogno di martiri, ma non bastano di certo le mozioni congressuali intrise di buoni sentimenti e spirito umanitario e compassionevole  per rassicurarci sulla separazione oltre che dai poteri interni da quelli europei e sovranazionali con i quali partecipiamo a imprese belliche e coloniali, non è sufficiente un comunicato sul caso Diciotti per confortarci che nei tribunali non si assecondi la volontà del legislatore che per legge ha stabilito che lo straniero non possa difendersi come il cittadino italiano in tutti i gradi di giudizio, così come non tranquillizza che in nome della rivendicata autonomia insieme a Montesquieu nella relazione di apertura dell’ultimo congresso sia citato Ezio Mauro in veste di politologo e costituzionalista a conferma  dell’allarme per il radicalismo del nuovo sovranismo alla pari con  il radicalismo egualitario e camaleontico dell’antipolitica, colpevoli di aver  sancito la sconfitta della sinistra rappresentata dal Pd, o che si metta in guardia dalla fascistizzazione della nuova destra (che per la verità tanto nuova non è se è stata la governo vent’anni producendo per esempio la Bossi Fini, la legge Maroni e quelle ad personam), dando credito che il problema cruciale del  paese sia la percezione indotta  dell’invasione straniera, in linea con il negazionismo che bollando la marmaglia posseduta da rigurgiti reazionari,  nazionalistici,  protezionistici, smentendo l’ovvio: le disuguaglianze crescenti, la falcidia di posti di lavoro e la dequalificazione dell’occupazione che ancora c’è, la riduzione dei redditi e del potere d’acquisto prodotta dai processi di globalizzazione e finanziarizzazione.

E se i magistrati democratici proprio volessero riguadagnare la buona reputazione nel contesto geografico europeo meglio sarebbe che ricercassero l’approvazione della Corte di Strasburgo, impegnandosi in prima persona per reclamare e garantire l’attuazione dei principi che condannano il reato di tortura, quelli commessi da industrie criminali contro la sicurezza sul lavoro e l’ambiente.

Loro e gli altri quasi 9000 li vorremmo vedere esprimersi e applicare le leggi (che ci sono e sono anche troppe) sugli stati di necessità, per reprimere quelli fasulli di chi commette abusi e fare giustizia per quelli che riguardano i senza tetto che occupano gli alloggi   vuoti frutto di speculazioni immobiliari colpiti dalla sospensione dei servizi, distinguendo tra chi reclama il diritto primario alla casa da Casa Pound, tanto per fare un nome a caso. E quello stesso nome insieme ad altri della stessa fatta viene alla mente, quando vorremmo vedere che un magistrato applicasse con la doverosa severità le leggi che proibiscono l’apologia di reato, senza bisogno di farne di nuove, che basterebbe prendere alla lettera quella che già ci sono mai eseguite a memoria d’uomo post-resistenziale.

Perché il fascismo quello di ieri e quello di oggi si combatte così,  non applicando le leggi come se fossero teoremi aritmetici o peggio algoritmi, si tratti di uso privato delle armi, di decoro urbano compromesso dai poveracci di qualsiasi etnia la cui visione turba e va limitata, colpendo gli ultimi per rassicurare i primi e pure i penultimi. Perché di quello parliamo quando i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  perché le regole e i principi di legalità vengono confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, e poi eseguite sciorinando il repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, anche quelli discrezionale e arbitrari, veloci coi deboli, lenti coi forti che così possono entrare e uscire dalle porte girevoli di tribunali e patrie galere.

Si la giustizia è una cosa seria ma complicata. E per quello se la comprano quelli che se la possono permettere, quelli che possono farsela da soli, quelli che la aggiungono al tanto che hanno già togliendola a quelli che ne avrebbero più bisogno.


Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


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