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Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Ecce Bimbi

JANES ADDICTION LIVE AT FABRIQUE MILANO 15 GIUGNO 2016 © DIVINCENZOELENA Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi ero sbagliata nei post dedicati loro, quando sono emersi dai fondali.

Più che alle adunate dei  rave party il movimentismo delle sardine li fa assomigliare di più al popolo degli accendini ai concerti di Laura Pausini, che anche Woodstock o l’Isola di Wight dei raduni hippie risulterebbero troppo trasgressivi, almeno quanto mettere un fiore nei nostri cannoni, per festosi militanti della piacevolezza, se, come è stato ampiamente riportato, anche Greta ne esce come una sovversiva a leggere le dichiarazioni del leader Santori, in vena di costituire un suo partito come un qualsiasi Calenda, e che, richiesto in quel di Taranto di esprimersi su quale proposta abbia in serbo sulla tutela dell’ambiente,  risponde: «Non spetta a noi fare proposte in tema ambientale. Siamo troppo giovani e non siamo un movimento politico».

Chissà se il giovanotto, molto vezzeggiato soprattutto da pensosi intellettuali annoverabili nella cerchia dei venerabili maestri che respirano così una boccata di giovinezza né più né meno di Humbert Humbert o succhiano sangue fresco come il conte transilvano per riproporsi indigesti quanto i peperoni sulle pagine dei quotidiani,  è solo un gran marpione che omette di ricordare che di ambiente si è occupato professionalmente, eccome, (il Simplicissimus di ha informati qui https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/01/le-sardine-dei-petrolieri-dal-rottamatore-al-trivellatore/) schierandosi entusiasticamente in veste di giovane Attila  in favore dello Sblocca Italia renziano che aveva dato via libera alle prospezioni ed estrazioni al largo delle nostre coste, comprese appunto quelle tarantine.

Oppure se si tratta solo dell’incarnazione vivente e dinamica di intere generazioni devastate dalle rovinose riforme della scuola di marca progressista, che hanno fatto rimpiangere Gonella e pure la Moratti, e  promosse da quella stessa cerchia di cui sopra che accusa i rottami della “sinistra neo qualunquista” preferendo i qualunquisti rottamatori, appiattita sul modello formativo e pedagogico statunitense, tanto il loro immaginario è stato occupato e posseduto da miti e icone che hanno coperto il più bieco e sanguinario imperialismo moderno e modernista, in un pantheon che mette insieme la New York di Gekko e quella redentiva di Woody Allen,  come se Trump (e Salvini da noi, e Orban e Erdogan e Macron) fosse un incidente sorprendente e inaspettato della storia.

Sono gli stessi che guardano con invidiosa ammirazione ai college come format didattico e brevetto educativo, dove la cultura umanistica è secondaria rispetto al baseball, dove si creano o perpetuano gerarchie sociali aiutate dal fervido bullismo delle corporazioni che ammaestrano a quelle che comandano nel totalitarismo economico e finanziario, dove accanite lettrici di Silvia Plath e Germaine Greer sognano solo di far carriera come Hillary Clinton, sostituendo ineffabili kapò maschi con più feroci kapò femmine.

Il fatto è che quella colonizzazione ha intriso dei suoi veleni tutto il contesto sociale, culturale, formativo, persuadendo soggetti vulnerabili della bontà del precariato, dell’iniquo volontariato, dell’avvicendamento scuola-lavoro, dei part time infami e ricattatori quanto il cottimo,  come forme progressive di indipendenza e libertà. E difatti nelle interviste i leader delle sardine rivendicano di dedicarsi a una non meglio identificata e desiderabile  combinazione di impegno professionale e palestra, di prestazioni in associazioni umanitarie e “creatività”, proprio come gli eroi di Ecce Bombo che girano, vedono gente, si muovono, conoscono, fanno cose,  e che hanno capito che li si nota di più se vengono piuttosto che se non vengono per niente.

Proprio in queste ore l’Ocse ci fa sapere dopo averci informati che saremmo gli ultimi negli investimenti statali nella pubblica istruzione e penultimi per numero di laureati, seguiti soltanto dal Messico, che siamo anche riusciti a applicare quel modello anglosassone   in forma addirittura peggiorativa, dando forma a una  indistinta  scuola “professionale” dove la cultura, l’insieme di discipline in cui si declina il sapere del nostro tempo,  è ridotta unicamente ad apprendistato  di “competenze” imposte agli studenti per accedere al lavoro, un tirocinio alla  servitù   nel  quale  la specializzazione serve a produrre in serie addetti abilitati unicamente  a  premere quel  tasto, magari quello di un Pc che sgancia una bomba a n. chilometri di distanza.

E infatti l’indagine dell’Ocse denuncia che gli studenti italiani di 15 anni hanno competenze scientifiche inferiori a quelle che avevano i loro coetanei dieci anni fa. In matematica mantengono un livello medio sufficiente, in linea con quello dei coetanei dei paesi industrializzati, ma per quanto riguarda le scienze il risultato medio è “significativamente inferiore” alla media Ocse con un punteggio che  non si differenzia da quello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Mentre le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang e Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i paesi che hanno partecipato  alla rilevazione.

Uno studente su 4 “non sa la matematica” nemmeno a livello di base, e uno su 4 è insufficiente in scienze. Ma l’aspetto più preoccupante consiste nel fatto che è la lettura, intesa come apprendimento e interpretazione dei dati, rappresenta un ostacolo.  La maggior parte del campione raggiunge appena il livello minimo di competenza in lettura analoga alla percentuale media internazionale con il rischio di incontrare difficoltà a confrontarsi con materiale a loro non familiare o di una certa lunghezza e complessità. Come recitano i titoli dei giornali che riportano i risultati della ricerca “Gli studenti italiani non capiscono quello che leggono” e almeno uno su 4   non riescono ad identificare e capire l’oggetto e il tema centrale di un testo di media lunghezza.

E così si capisce come mai emergano e si affermino le ambizioni di che è stato addestrato a non capire,  a restare sul pelo dell’acqua rivendicando  una superficialità impolitica e dunque incivile, come mai riscuotano tanto consenso nei palazzi e nelle piazze quelli che propagandano l’attivismo dell’esserci e quello dell’avere, piuttosto che la forza più impetuosa della critica e del pensiero. Li hanno voluti e costruiti così, “pratici”, “divertenti”, “creativi”, in una parola degli utenti della servitù.

 

 

 


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