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Ilva, i magnati del magna magna

IlvaPurtroppo temo che la vicenda dell’ Ilva di Taranto finisca in una grande sceneggiata, in una sorta di palio storico fra di Maio che convoca al tavolo delle trattative per il miglioramento delle condizioni di vendita tutte le 62 parti interessate mentre sale la protesta dell’Arcelor Mittal, dei sindacati  e dei politicanti locali che non ne vogliono sapere di avere testimoni della ghigliottina che sta per cadere sull’occupazione, accontentandosi dei soliti repellenti vaniloqui da quattro soldi e tristi polemichette da bar aizzate dal sindaco fellone. Ma le speranze che la mossa di Di Maio sia un modo indiretto per scoraggiare lo squalo indo – franco – americano a cui finora si debbono 100 mila licenziamenti nel campo dell’acciaio a partire dal 2005 oltre alla chiusura di una trentina di stabilimenti, sono davvero scarse nel momento in cui i governi italiani, compreso l’ultimo hanno rinunciato a qualsiasi prospettiva di nazionalizzazione parziale, ma permanente dell’impianto. Uno scandalo per i neo liberisti di casa nostra, ma in realtà la logica in cui agisce Mittal, il magnate indiano che vuole acquisire l’Ilva, il quale nel Paese di origine deve invece venire a patti col governo che ha la supervisione finale nella produzione di acciaio e dove molte fonderie sono a partecipazione pubblica.

Una cosa è certa:  che la Arcelor Mittal, nel  contesto attuale non ha alcun bisogno di acquisire l’Ilva di Taranto visto che la sua capacità di 114 milioni di tonnellate l’anno supera di un 20 per cento la sua effettiva produzione;  che la parte del leone la fa l’India stessa dove il boom automobilistico fa crescere la domanda di lamierati  portando il Paese al secondo posto dopo la Cina in questo particolare settore; che in Europa la produzione principale è quella di acciai speciali mentre quella a minor valore aggiunto è già ampiamente coperta; che la società è eticamente e ambientalmente sospetta tanto da essere stata denunciata dai governo del Senegal e del Sudafrica per essere venuta meno ai patti stabiliti, perdendo entrambe le volte davanti ai tribunali internazionali di arbitrato; che anche in Europa ha perso una causa per l’emissione di gas serra, per non parlare della neve nera prodotta dai suoi stabilimenti in Kazakistan; che la società ha una decina di miliardi di debito e una bassa redditività; che ha annunciato proprio l’anno scorso un vasto piano di “razionalizzazione” della produzione, il che significa in soldoni licenziamenti e passaggio a prodotti a più alto valore aggiunto in stabilimenti più piccoli; che ha recentemente acquisito il principale gruppo produttivo di acciaio in Ucraina (col licenziamento di 20 mila persone). Tutto questo è una garanzia: quella che gli impegni di aumento della produzione e mantenimento dell’occupazione a Taranto sono purissima carta straccia. Ad Arcelor Mittal l’acquisizione dell’Ilva serve solo a togliersi dai piedi un potenziale e temibile concorrente qualora l’acciaieria venga acquisita da un altro gruppo, una tattica del resto molto comune nella nostra disgraziata contemporaneità nella quale spesso l’acquisizione corrisponde alla sparizione e alla cannibalizzazione degli impianti per concentrare la produzione in meno siti e sbarazzarsi dei competitori.

Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma queste cose le sanno un po’ tutti e lo sapevano anche quando hanno scelto sulla base di inconoscibili criteri che forse si tradurranno fra  qualche tempo in edilizia residenziale di lusso, la strada dell’Arcelor Mittal, la meno adatta a garantire  la resurrezione dell’Ilva e la respirabilità dell’aria. Gli esuberi di 4200 lavoratori sulla quale sembra giocarsi la faccenda oltre che la credibilità della parte italiana è in realtà solo la punta dell’iceberg, perché l’azienda riassumerà man mano 10 mila lavoratori da qui al 2023 cancellando qualsiasi anzianità e con salari umilianti, facendo pagare all’erario italiano la cassa integrazione per chi non ha ancora il posto, ma poi avrà libertà di ricorrere a questo strumento in qualsiasi momento per mettere in panchina i lavoratori già assunti e potrà anche licenziare quanta gente vuole: basta pagare 150 mila euro a testa, una cifra che di certo non rappresenta un problema per un gruppo che ha acquisito la più grande acciaieria del continente per 1  miliardo e 800 milioni  di fatto una svendita che presenta però alcune stranezze. La somma sarà infatti pagata in tranche da 180 milioni l’anno sotto forma di canoni d’affitto ad anticipo dell’acquisto, affitto la cui durata minima è di due anni. Lascio ai lettori giudicare il senso di questo inquietante accordo.

Però attenzione ciò che conta è anche il contesto complessivo in cui tutto questo avviene: per ottenere il via libera dall’Antitrust europeo (una roba da ragazzi che si risolve con qualche dazione) Mittal si è impegnata a liberarsi della Magona  di Piombino e della rete distributiva in Italia, dunque il numero dei disoccupati nel complesso sarà più alto. Ma alla fine – questo è il problema cruciale – se il giorno dopo la sigla degli accordi definitivi la Arcelor Mittal non volesse onorare i patti, cosa che è accaduta già parecchie volte con questa azienda, cosa può fare l’Italia? Proprio nulla al massimo proporre una causa dalla quale ricavare ben che vada un centinaio di milioni.

Ecco perché sarebbe stato utile, visto come si è svolto il calvario dell’Ilva, liberarsi dal rancido prosciutto ideologico sugli occhi e pretendere che lo stato conservasse una robusta partecipazione nell’acciaieria. L’ Europa non avrebbe voluto?  Ma andiamo, qualsiasi governo che si rispetti avrebbe potuto tirare fuori i numerosi precedenti in Francia o le manovre sottobanco in Germania e inchiodare i decisori alle loro futili contraddizioni. Non avrebbe voluto la Arcelor? Bene qualcun altro avrebbe accettato anche perché fino a quando l’acciaieria non sarà a regime, dunque non prima di 5 anni, il grosso delle spese le paga lo stato coglione, mentre se e quando ( ma è una speranza remotissima) vi fossero i primi utili tutto andrà nelle mani del magnate indiano. Questi sono i fatti, ma gli uomini che vedo agire sono formiche rispetto alla sfida per dare alla fabbrica un avvenire più sicuro e al contempo anche quella per infrangere le mefitiche concrezioni del pensiero unico.

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Eternit. Amianto colposo, stragisti liberi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si dice il paradosso. Amianto in greco vuol dire immacolato o meglio ancora, incorruttibile. Ma asbesto invece, significa perpetuo, inestinguibile. E pare  lo sia anche la scia di lutti e vergogna che si lascia dietro.

Mentre invece non lo saranno i processi  di chi ha seminato veleni, malattia morte, grazie alla prescrizione che, benevola coi padroni, farà definitiva ingiustizia. Ha già cominciato:  l’imprenditore svizzero Schmidheiny era già stato assolto per prescrizione nel  primo processo Eternit, in cui rispondeva di disastro doloso  per oltre 2000 morti   e per una vittima in più, l’ambiente.    E ora il secondo  procedimento   tornerà alla fase delle indagini preliminari, l’accusa per il magnate di aver provocato la morte da mesotelioma pleurico di 258 persone   – il tumore ai polmoni   chi è stato esposto alle fibre –   va derubricata da omicidio volontario a colposo, sia pure “aggravato dalla previsione dell’evento”, e si  frantuma in quattro diversi tribunali d’Italia: Torino, Reggio Emilia, Vercelli e Napoli.  Restano a giudizio, a Torino, solo due casi di morte da amianto, per i quali la prossima udienza è stata fissata il 14 giugno. A Vercelli, competente per la sede di Casale Monferrato della multinazionale, sono stati trasmessi 243 casi; 8 a Napoli (per Bagnoli), 2 a Reggio Emilia (per Rubiera). Tre casi sono stati invece prescritti.

Una vittoria della verità, ha esultato l’avvocato della difesa, sul teorema secondo il quale chi sta in alto non può non sapere cosa succede in basso: “La costruzione dell’accusa é crollata, il processo per omicidio colposo sarà più sereno ma emergerà la totale innocenza del mio assistito. Schmidheiny era a capo di un grande gruppo industriale e non era presente nei singoli stabilimenti. A lui risultava che la soglia di polverosità era al di sotto dei limiti imposti dalle norme”. Ecco, è stato un errore umano, ma da attribuire alle intendenze, a chi doveva controllare, sorvegliare, vigilare. Lo vadano a dire a quelli di Casale dove ogni settimana c’è una vittima di mesotelioma, lo vadano a dire a chi aspetta  da 15 anni giustizia e non si è accontentato del risarcimento  proposto; l’offerta del diavolo. Lo vadano a dire a chi ha lavorato o ha abitato vicino a quella fabbrica, come a Ivrea, come a Taranto, come alla Montefibre di Acerra, come in tanti santuari d’impresa italiana dove o sacerdoti del ricatto, del profitto e dell’intimidazione hanno officiati i riti in memoria del lavoro, dove la preghiera d’obbligo è il de profundis per i morti e per diritti e conquiste e sicurezza, quando l’unica che resta è la fatica per la paga.

Invece bisogna andarlo a dire a chi  è depositario – e lo interpreta e propaga – di quel principio secondo il quale il profitto giustifica i mezzi tanto che il delitto compiuto in suo nome deve avere tolleranza, indulgenza e infine perdono. Di quell’altro principio secondo il quale l’omicidio di uno non va in prescrizione, quello di tanti, per ragion di mercato,  invece si, perché si tratta di un effetto collaterale, come le bombe sui civili quando si esporta democrazia. E di quell’altro ancora che ci vuole convincere che i padroni sia pure illuminati, hanno troppe faccende da sbrigare, tra consigli di amministrazione, esportazione di capitali, brighe per evadere le tasse, conta dei dividendi e roulette finanziaria, per badare a tutto e delegano, delegano, fiduciosi che i sottoposti attuino i valori che ispirano la loro utopia imprenditoriale.

È quello che ha sempre sostenuto  Schmidheiny occupato a svolgere l’autorevoli incarico di    consigliere capo per gli affari e l’industria per il segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED). Alla faccia, di presidente onorario del Word Business Council per lo sviluppo sostenibile, fondatore di un premio prestigioso che ha consegnato a Prodi e Kofi Annan in sollucchero. È quello che hanno detto i fratelli De Benedetti, i Riva, quelli della Thyssen, riconosciuti per acclamazione vittime del dovere aziendale da una claque guidata dalla Marcegaglia.

Non sapevo, è una frase ricorrente che si è sentita pronunciare nei secoli, vicino a teatri di crimini, delitti, stragi. Non sapevo, dicono gli assassini, che non vanno nemmeno a vedere la voce Eternit su Wikipedia, incuranti che è da poco dopo il brevetto Eternit, che risale al 1901, che sorsero i primi dubbi, che in Inghilterra ricerche mediche imposero delle limitazioni all’so nel 1930, che in Germania in piena guerra si stabilì che dovessero essere offerti dei risarcimenti ai malati di mesotelioma, che sia pure con colpevole ritardo una legge italiana  vieta l’attività di estrazione, importazione ed esportazione, produzione e commercializzazione dell’amianto e dei prodotti contenenti amianto.

Adesso qualcuno dice ancora una volta che l’ottimo e nemico del bene, che Guariniello – che con la sua impostazione del processo “Eternit” ed “Eternit bis” ha cercato (invano) di innovare la giurisprudenza sulle morti da lavoro – ha voluto troppo, per protagonismo, vanità, delirio di onnipotenza, chiedendo l’omicidio volontario. Lo vadano a dire a quelli dell’Ilva, lo vadano a dire ai tre marittimi morti ieri, che di questi tempi bisogna accontentarsi,  che mica la giustizia è uguale per tutti, che è necessario mostrarsi ragionevoli e arrendevoli per non scoraggiare gli investitori, che per certi delitti l’unico colpevole è il destino baro, che se sei povero te lo sei meritato, perché non hai ambizione, talento, volontà, tenacia, che per fare carriera ma anche solo per tenersi un posto bisogna chinare la testa, dire si, al ricatto, alla sopraffazione, al rischio, alla malattia, sempre si. E invece noi diciamo No.

 

 

  


Ilva, Renzi il cancerogeno

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate vero la storia narrata sui sussidiari con particolari cruenti e immagini truculenti. L’empio codardo che  grida ai suoi scherani    ammazzatelo chillo poltrone… e poiché la soldataglia non osa alzare le armi sul nemico ferito e disarmato, si accanisce su di lui, che, esalando l’ultimo respiro, gli rivolge con disprezzo le ultime parole: vile tu uccidi un uomo morto.

Non so voi, ma a volte quelle rivisitazioni storiche mi paiono benedette, magari perché fanno giustizia, o vendetta, di stereotipi  e pregiudizi. Di questi tempi tutto sommato non so se ci schiereremmo senza dubbi e remore per il valoroso fiorentino Ferrucci contro lo sbracato mercenario calabrese, che poi tutti e due a servizio di padroni erano.

A parti invertite  l’odierno Maramaldo viene dalla città del Giglio e imperversa di preferenza, ma non solo, agli ordini di un impero feudale, contro la gente del Sud: riparazione e memoria di morti, malati, bambini a rischio di una città ricattata fino alla lacerazione, spinta a una guerra velenosa tra interessi e ragioni che non dovrebbero essere divergenti, offesa nei diritti, nel lavoro, nella salute fino al martirio. E infatti  sarebbe venuta proprio da Palazzo Chigi la decisione di soprassedere sull’erogazione in manovra di cinquanta milioni per finanziare l’assunzione di medici, l’acquisto di attrezzature sanitarie, le riconversioni ospedaliere in deroga al decreto ministeriale 70, così da fronteggiare l’emergenza sanitaria registrata da uno studio realizzato dalla Regione Puglia sugli effetti dei veleni dell’acciaieria.

A rivelarlo non è stato nessuno dell’accozzaglia, della plebaglia, della marmaglia del No, macché. La denuncia è del fedelissimo Boccia presidente della Commissione Bilancio che in piena notte è andato a bussare alle porte del ministero di Padoan chiedendo ragione della carognata e si è sentito rispondere che malgrado il parere favorevole dei sottosegretari De Vincenti e Morando, del capogruppo Pd Rosato, era stato proprio Palazzo Chigi a opporsi. Tanto che il segretario del partito di Renzi a Taranto, a conferma delle convinzioni politiche e morali che aggregano i militanti intorno al Si, ha dichiarato di voler sospendere la campagna referendaria per protesta.

Si vede che anche lui, prima di questa rivelazione, aveva creduto alla maramalda in tacchi alti che aveva promesso sfrontatamente, proprio come un tempo Berlusconi, che la vittoria del Si avrebbe coinciso con quella contro il cancro grazie agli effetti demiurgici  della semplificazione, al potere risanatore e purificatore delle nuove e più efficienti relazioni tra stato, esecutivo e regioni, al primato di trasparenza ed equità che ispira l’azione di un governo del quale è doveroso  perpetuare la permanenza in vita.

Certo 50 milioni non sono risolutivi, 50 milioni non sono tanti, poco meno dei fondi stanziati per la Ryder Cup di Golf, come è stato sottolineato dal Fatto, meno della metà di un F35.

Ma la scelta di assegnarli prima e di non assegnarli poi ha un valore simbolico forte.

Darli significava riconoscere la attendibilità del rapporto della Regione Puglia sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia e morte a Taranto. L’indagine, che ha preso in considerazione un campione di 321.356 persone residenti, tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, seguendoli fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione, conferma i risultati degli studi precedenti e «depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area». La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare «la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale».. Significava riconoscere che quella emergenza era originata da un crimine di Stato.

E significava ammettere che era giusta e sacrosanta la decisione della Regione, reclamata dai tarantini umiliati e offesi, intimiditi e minacciati   di impugnare  dinanzi alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto legge Ilva «per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore», quel caposaldo che innerva la nostra Carta costituzionale e che dovrebbe salvaguardare l’interesse generale dall’oltraggio dei delitti contro i cittadini, della loro impunità, di una immunità che, tramite un’applicazione ristretta della legge, come fosse un’operazione aritmetica, esonera la politica dalle responsabilità civili, sociali, politiche, morali, sia che delinquano, che perseguano ambizioni o interessi personali,  sia che esercitino le loro funzioni al servizio di ceti padronali, industriali che finiscono per sconfinare nell’attività criminale.

Si sono accorti di essersi trovati casualmente, per motivi elettoralistici e propagandistici, per una volta dalla parte giusta. Ma non gli si addice e non gli piace, tanto è vero che dopo aver rinviato al Senato, con la speranza che sia quello “loro”, allineato e prono, una misura più efficace , che “consentirà di approfondire ulteriormente le modalità per far fronte alle criticità della sanità tarantina”, hanno rialzato la testa, anzi le mani per menare la sanità pugliese, la stessa della quale è stato un boss celebratissimo il loro assessore ed ex senatore Tedesco:  “E’ assolutamente  squallido strumentalizzare  la salute dei tarantini, in specie quella dei bambini, per coprire la più totale inadeguatezza del servizio sanitario pugliese“, ha rintuzzato il De Vincenti.

Un tempo, quando erano di moda il libro Cuore e i sussidiari con le imprese di Ferrucci e Fieramosca, alle élite, al ceto dirigente, ai politici si chiedeva di dare il buon esempio. Adesso viene da accontentarsi che non diano quello di viltà, squallore, infamia.

 

 

 


Ilva, “diritto” di strage

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri due notizie avevano, almeno apparentemente, un collegamento solo geografico.

Sono stati prescritti 23 dei 25 reati contestati all’ex senatore Pd Alberto Tedesco, assessore alla Sanità nella giunta Vendola. Il processo proseguirà per gli unici due rimasti in piedi: l’associazione per delinquere e la concussione.  Secondo l’accusa Tedesco avrebbe avuto parte attiva nella “cupola” che fra il 2005 e il 2009 avrebbe “illecitamente pilotato” forniture e gare d’appalto nel settore sanitario.

E intanto la Regione Puglia, dopo la pubblicazione del dossier sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia e morte a Taranto, ha deciso di impugnare  dinanzi alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto legge Ilva «per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore». L’indagine, che ha preso in considerazione un campione di 321.356 persone residenti, tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, seguendoli fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione, conferma i risultati degli studi precedenti e «depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area». La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare «la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale».

La relazione tra le due notizie non è soltanto quella “territoriale”. Parla invece di impunità, di una immunità che, tramite un’applicazione ristretta della legge, come fosse un’operazione aritmetica, esonera la politica dalle responsabilità civili, sociali, politiche, morali, sia che delinquano, che perseguano ambizioni o interessi personali,  sia che esercitino le loro funzioni al servizio di ceti padronali, industriali che finiscono per sconfinare nell’attività criminale,  o le tre cose insieme.

Favoriti da lungaggini e inefficienze, tutelati dalle   connivenze e  dalle coperture colpevoli di cui i potenti godono, autorizzati a proseguire comportamenti illeciti e delittuosi fino alla strage, grazie a leggi fortemente volute da un susseguirsi di esecutivi che hanno scelto di agire in nome e per conto di profitto, speculazione, rendite parassitarie, incuranti dei morti che hanno lasciato per strada.

Quella frase contenuta nel rapporto la dice lunga sui delitti e sulle pene e perfino sulle malattie e sulla morte, terribilmente disuguali:  poteva esserci – e potrebbe esserci – un effetto positivo nel limitare l’incidenza di patologie legate all’inquinamento dell’Ilva, se si fossero messi in atto, o si metteranno in atto,  interventi di prevenzione e riparazione ambientale. Mentre, invece, da Monti a Renzi, i governi in carica hanno permesso al siderurgico tarantino di rimandare continuamente la copertura dei famigerati parchi  minerali dell’impianto, la misura più idonea per garantire una drastica riduzione dei veleni.

Non c’ nemmeno bisogno di prescrizione: in piena estate e in gran corsa il Parlamento ha licenziato l’ultimo decreto, il decimo in ordine di tempo,  quello contestato dalla Regione, dal nome eloquente di Salva Ilva, perché la finalità è quella appunto di “salvare” l’azienda dai costi e dalle conseguenze anche penali dell’opera di risanamento che dovrebbe essere avviata grazie all’attuazione di un piano già prorogato e la cui scadenza potrebbe essere dilazionata al 2019. Di esonerare dalla obbligatorietà dell’azione penale il Commissario, concedendo una oscena “deroga”, addirittura un “diritto” al disastro e alla strage.

E in ministro “competente” – si dice così, a prescindere – quello dell’Ambiente, rivendica la correità, ha rivendicato l’operato  dell’esecutivo, irridendo la denuncia della Regione, i contenuti del dossier e le parole del Presidente Emiliano, che, risponde, “fanno riferimento a un periodo necessariamente antecedente all’abbassamento della produzione all’Ilva e dunque anche di quelle attività più impattanti sull’ambiente” , aggiungendo che “loro”  preferiscono “all’allarmismo le risposte quotidiane”,

Vada a raccontarle ai genitori dei bambini ( i più esposti), morti o malati, le loro risposte, agli infartuati (mica si muore solo di cancro vicino all’Ilva), le vada a raccontare agli operai che rischiano malattie e incidenti sul lavoro, messi di fronte all’impossibile ricatto,  all’infame alternativa tra posto e salute.  Venga a raccontare a tutti noi che ci ribelliamo a una così criminale intimidazione che imporrebbe di preferire il salario ai diritti, l’unica certezza della fatica  alla certezza della fame, la qualità delle loro misure, le stesse che aveva proposto sfrontatamente Fabio Riva, rifilate come strategiche alla commissione ministeriale e finite nell’inchiesta “Ambiente svenduto”: la erezione di una barriera antivento e la progressiva riduzione del cumulo che ogni giorno sparge in giro i suoi veleni. Venga a raccontarci perché ha dato la sua approvazione all’immancabile decreto Milleproroghe che contiene  l’ultima di una lunga serie di rinvii per adeguarsi ai limiti per le emissioni inquinanti imposti dal Codice dell’Ambiente per i “grandi impianti” costruiti prima del 2006, cioè quasi tutti.

Quando invece le soluzioni ci sono, costose, certo, ma meno di un Ponte, meno di una Tav, perfino meno dei morti di cancro e  del loro “prezzo” economico, sociale, morale. È il processo di decarbonizzazione delle produzioni, introducendo il gas al posto del carbone nei cicli di lavorazione e riducendo drasticamente le emissioni.   Il processo, come sostiene da anni Giorgio Nebbia, uno dei pochi medici credibili e  autorevoli  inforno al capezzale della fabbrica, consentirebbe di liberare Taranto dalla schiavitù del carbone, comporterebbe un minore consumo di energia per tonnellata di acciaio prodotto e un minore inquinamento e sarebbe certamente molto più “verde” ed ecologicamente accettabile di quello attuale, anche se nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

Certo, richiede una radicale trasformazione dell’acciaieria, forse la localizzazione in un’altra zona vicina, la soluzione di molti problemi tecnico-scientifici. E incontra l’ostilità, oltre che dei signori dell’acciaio, che non intendono investire della conversione, malgrado nel mondo già circa 75 milioni di tonnellate di acciaio siano prodotti ogni anno con ferro preridotto,  anche delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone:  circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale.

A loro risponde la “maggioranza”, sono i loro profitti criminali e i loro gruzzoli delittuosi che difende. Ma a inspirarli è anche un’ideologia che legittima e promuove l’inimicizia e il conflitto: occupati contro disoccupati, lavoratori contro cittadini, occupazione contro salute, giovani precari contro vecchi neo provvisori e instabili, mariti in fabbrica contro mogli in piazza,  sindacalisti contro medici. È ora di fare pace tra noi contro la loro guerra.

 

 


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