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Un quiz nel nostro futuro

bongiorno.630x360Da qualche settimana ho un nuovo e insospettato trastullo: seguire i quiz televisivi che riempiono il pomeriggio. Questo tipo di trasmissione in ogni sua forma non mi è mai piaciuta, forse a causa di una disomogeneità temporale perché da bambino capivo poco o nulla delle domande, da tardo adolescente pieno di sopponenza mi parevano troppo semplici e in età adulta mi infastidivano perché il meccanismo di selezione dei concorrenti e la dinamica di uscita delle domande rendeva troppo facile barare. Ma da qualche settimana, dopo i primi casuali approcci, sono rimasto letteralmente affascinato dal baratro di sapere che questi giochini testimoniano sia pure nella loro natura enigmistica che del resto è quella ormai fondamentalmente adottata dalle elementari alla laurea per saggiare la preparazione e allo stesso tempo dare corda alla passività delle persone con le risposte preconfezionate.

Il culmine significativo di questa precipitosa caduta credo che lo si abbia in un gioco in cui bisogna collocare un evento in una sceltra fra quattro diversi anni: apprendiamo in questo modo che De Gaulle fu eletto presidente nel 1931, mentre Matteotti fu assassinato secondo un concorrente nel 1972 e per un altro più prudente nel 1951, Achille Lauro è stato sindaco di Napoli nel ’94, mentre l’anno in cui il governo fascista italiano riconobbe l’Urss, sempre ci concorrenti sapessero di cosa si tratta è risultato il 1954. E sapete la Carmen di Bizet è stata scrittta da George Michael. Sono solo esempi tra i più clamorosi  in mezzo a un mare desolato che non dimostra l’ignoranza su un singolo avvenimento, ma sull’intero contesto storico prefigurando una forma di analfabetismo funzionale, deradicato da ogni sua radice e spersonalizzante, probabilmente mai sperimentato prima dell’era contemporanea. Ora posso anche capire che si voglia partecipare ad una di queste trasmissioni solo per poter raggiungere la pienezza dell’essere che coincide con l’essere visti in televisione, ma non si tratta di puri analfabeti, di casalinghe disperate, di bellone in cerca di visibilità e persone interessate solo ad essere re per una sera e far fruttare poi la notorietà acquisita,  perché occorre comunque passare una certa selezione e spesso gli autori di questi strafalcioni vantano carriere universitarie, titoli professionali, declamate ambizioni startappare, master con i fiocchi, persino la condizione di cervelli in fuga presenti o futuri il conformismo suggerisce loro di dire fra glo ohoh del pubblico di mestriere. Ma francamente non sapere nemmeno collocare grosso modo gli avvenimenti del secolo appena trascorso, non è tollerabile in chi vanta titoli accademici o studi universitari di qualsiasi tipo.

La stessa cosa si dica della padronanza della lingua: i medesimi personaggi mostrano di ignorare totalmente l’esistenza di parole dopotutto abbastanza comuni, anche se non facenti parte di quei tremila lemmi che vengono usati evidentemente sia per le tesi di laurea che su Whatsapp: con poche lettere mancanti o spesso una sola il medico che legge le lastre è il raggista, l’amante dei libri il bolaffico, l’aggettivo che si riferisce al ventesimo secolo è il novecentesimi , una piccola taverna la tavernicola, per i pantaloni alla zuava, la laureata in lettere tenta zaava, zuva, ziva, zova, zeva prima di arrendersi.

E che dire di colludere che diventa collusarsi o di sbaraccare che si trasforma in saraccare, della bavarese tradotta in bavarone, della rinoplastica alterata in ritoplastica. Per finire, tanto l’elenco sarebbe immenso, con “l’altro nome della stella alpina” che si trasforma in Edelvis e che il conduttore, orgoglioso conoscitore dell’inglese di terza media, storpia in Idelvius,  facendo ancora peggio del concorrente. Peccato non sia stato avvisato dagli autori che esistono anche altre lingue con le loro regole di pronuncia, ma d’altronde questo è uno dei capisaldi del provincialismo servile e maniacale del sistema televisivo a cominciare dalla Rai ed è un portato degli autori stessi che a giudicare dalle domande che s’inventano passano la vita dal parrucchiere.  Insomma se nella “Fenomenologia di Mike Bongiorno” Eco sosteneva che uno dei segreti del successo del presentatore era quello di non vergognarsi di essere ignorante e di non provare nemmeno  il bisogno di istruirsi, così da creare un meccanismo identificativo nell’ uomo della strada, ora i quizzanti non hanno nemmeno sentore di essere ignoranti, anzi si stupiscono e perfino s’indispettiscono se si osa loro domandare qualcosa che va oltre i fumetti, i cartoni animati o personaggi della musica commerciale trattati alla stessa stregua di  quel poveraccio di Mozart che non aveva sequencer, sintetizzatori, daw, ed esperti di vendita e quindi non sapeva come mettere assieme tre accordi banali. Quelli che tuttavia piacciono al tribalismo contemporaneo. Del resto è solo così che i quiz possono essere proposti trovando un congruo numero di concorrenti che non facciano sentire ignoranti gli spettatori, ovvero proponendo lo spettro infantile della cultura che tra l’altro prevede una corposa assenza di capacità di ragionamento, collegamento e intuizione.  Solo un livello da scuole medie dei miei tempi sarebbe letale sia per i concorrenti  sia per un audience che non chiede altro che misurarsi terra terra. Salvo quando si ascende al Sacromonte delle canzonette.

Tutto questo ovviamente non riguarda che marginalmente i palinsesti del piccolo schermo, è la spia di una cultura complessiva da club vacanze, pidgin english e omologazione, risultante sinergica di pensiero unico, gusto del sapere inesistente e un modello di scuola totalmente acritica, completamente  pensata in funzione del produttivismo e del guadagno o della subalternità per i più, una scuola che non apre la mente, ma mette i paraocchi agli alunni come fossero cavalli, fornisce stereotipi da imparare a memoria. Non a caso di questi tempi si esalta la scuola di Singapore, ex tigre asiatica trasformata in piazza finanziaria che comincia ad arrancare, come esempio degli traguardi del pensiero unico nella quale però le capacità di elaborazione personale o persino di comprendere le ragioni, la cornice, il senso delle nozioni apprese è praticamente inesistente dando vita  una sorta di robotica bionica ante litteram. Ora anche la ministra Fedeli per la quale scuola, conoscenza e competenza sono come l’oggeto miasterioso di Campanile sera, che è solo un terminale stupido nella macchina della governance globale, ne cerca l’imitazione, ancorché molti e significativi risultati sulla via dell’istupidimento umano siano già stati raggiunti. Come anche i quiz, padri genetici dei test scolastici, dimostrano.

Il professor Paolo di Leo, docente alla Singapore University of Technology and Design, strettamente collegata al Mit di Boston fa un quadro disperante di questa buona scuola che parla inglese, ma i cui alunni considerati di eccellenza ignorano persino le basi linguistiche quando si va oltre la gergalità quotidiana:  “il risultato più immediato è che i miei studenti sono incapaci di affrontare qualsivoglia testo, per breve e semplice che sia. Anche messi davanti ad un paragrafo molto breve e chiaro di Cartesio, per esempio l’esposizione del dubbio metodico nelle Meditationes, e dopo che lo stesso passo è stato loro spiegato più volte e ogni volta con parole diverse, essi sono del tutto incapaci di afferrarne e riassumerne il senso. Del resto, la più parte di loro non ha mai letto un libro in vita sua, se non manuali di matematica da scuola superiore e anche quelli in vista dei test da sostenere”. C’è un bel quiz e molto sfruttamento nel nostro futuro.

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