Annunci

Archivi tag: scandali

Mostro in mostra, ma le banche scappano

,pse Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate i film con Macario e le sue sgambettanti “donnine” ma anche quelli ambientati a Broadway dove c’era sempre la caccia affannosa di un pollo da spennare per pagare le spese della messa in scena della farsa, del varietà, del vaudeville? È successo anche con qualche Opera, meglio ancora qualche Grande Operetta, peccato che le vittime degli impresari imbroglioni che promettevano di farci arrivare in un lampo a Lione magari per desinare da Paul Bocuse, di farci attraversare lo stretto come tanti cristi presciolosi che camminano sulle acque di salvarci dai flutti che minacciano la Serenissima, ecco quei polli siamo noi.

Adesso i nodi vengono al pettine e sugli illusionisti e sui loro giochi di prestigio da avanspettacolo, una volta esaurita la fase delle mazzette, degli incarichi di studio, delle consulenze, dei controllati che controllano, dei collaudi taroccati, dei rolex omaggiati a preziosi protettori e affaccendati intermediari, dei manager che entrano e escono dai consigli di amministrazione delle cordate e troppo in fretta dalle patrie galere, si spengono mestamente i riflettori, le recensioni sono negative e sarebbe ora che ci facessimo rimborsra e almeno i biglietti della

Qualche giorno fa c’è stata la rivelazione non inattesa (me ha parlato il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/02/16/tav-torino-lione-i-ribelli-avevano-ragione-parola-del-governo/) della dannosa inutilità della Tav bollata come sistema mangiasoldi, esercitazione megalomane, perfino dai promotori oggi scopriamo che la miracolosa opera ingegneristica che doveva proteggere Venezia, il Mose, quel prodigioso intervento che il sindaco voleva mandare ai conesi perché poteessero taroccarlo a nostra gloria, ha perso l’appoggio dei finanziatori.

L’ultima maxi gara bandita dal Consorzio Venezia Nuova commissariato dopo lo scandalo è andata deserta. Doveva servire a raccogliere fino a 150 milioni di euro da anticipare alle imprese, in attesa che i finanziamenti già decisi dallo Stato per la grande opera si traducessero in liquidità, ma nessun istituto di credito europeo pare ci abbia creduto e scommesso. E d’altra parte era già successo ad agosto, quando in palio c’erano una sessantina di milioni, bruscolini rispetto alla voragine di introiti criminali maturati della più colossale operazione di malaffare autorizzata dalla legge. Grazie alla istituzione di un mostro mitologico, prodotto dalla combinazione di decisionismo politico e determinismo scientifico, un soggetto unico incaricato di fare e disfare scavare e erigere, essere controllato e controllare, sporcare e ripulire in un moto perpetuo di ammuina e la cui irruzione sullo scenario sembrò il coronamento della distopia berlusconiana. Fu il Cavaliere a definirla l’opera emblematica del suo governo, un’icona della sua ideologia, con la distruzione di un delicatissimo ambiente dove natura e storia hanno collaborato fruttuosamente per mantenere un prodigioso equilibrio per oltre un millennio, con la dissipazione delle finanze pubbliche per un’opera costosa, inutile e   molto più dispendiosa di quanto sarebbe possibile per raggiungere il medesimo risultato, con la cessione della sovranità democratica a un cartello di imprese private lautamente finanziate con danaro pubblico.

Non ci stupiamo se poi è andata ancora peggio, con gli emuli, se nemmeno il bubbone “morale” di mafia serenissima li ha distolti dal quel brand che aveva assicurato loro tanti successi: la conversione di un degrado prodotto da volontaria trascuratezza in business, quella delle catastrofi ambientali (basta pensare al sisma dell’Aquila, dell’Emilia, del Centro Italia) in potente acceleratore dei processi di espulsione del patrimonio immobiliare dagli abitanti più poveri, la concentrazione dei finanziamenti pubblici straordinari  in mani private.

Devono aver tirato troppo la corda i governi che si sono succeduti e i ministri che hanno assicurato risorse e coperture, ultimo Delrio che con proterva sfacciataggine ha ribadito l’urgenza e la insostituibilità di una impresa segnata da innumerevoli incidenti, insuccessi, rotture, proliferazioni insidiose di cozze, ritardi ingiustificati perfino per chi sulle lentezze e i cambiamenti in corso d’opera ci campa e ci lucra.   Così le ingrate banche, comprese quelle salvate dai nostri soldi sottratti a welfare, risanamento del territorio Venezia compresa, istruzione, ricerca, e che già ora vantano crediti per decine di milioni dal Consorzio, al centro di contenziosi e cause, non si fidano di quei soldi “sicuri” (5.493 milioni fino al 2020) sia pure garantiti dallo Stato, a fronte di una accertata e dannosa inutilità.

Sarà per la coincidenza con il ribaltone elettorale, non le ha persuase neppure la ardita iniziativa di comunicazione promossa dal Consorzio nell’ambito della Biennale di Architettura, sulla falsariga delle operazioni di maquillage che hanno cercato di abbellire le miserie dell’Expo. A essere  esibiti al pubblico con un ritardo congruo con quelli dell’opera infinita, saranno  infatti i progetti “pensati” sul piano architettonico e paesaggistico a un costo iniziale di un milione, dall’Iuav, l’università di Architettura per “migliorare” e mitigare l’aspetto delle dighe mobili alle bocche di porto, in virtù di un incarico affidato nel 2004 dal Consorzio Venezia Nuova d’intesa con la Soprintendenza veneziana e il Comitato di settore dei Beni Culturali, ma finora realizzato solo in parte, come ha spiegato il rettore. Per fare del Mose anche “una struttura fruibile dalla collettività, dandole dignità paesaggistica” ha dichiarato, viene proposta  una collinetta con gli alberi per mitigare l’impatto della nuova isola del Bacàn, che dovrà fare da fulcro alle due schiere di paratoie (venti più venti) ancorate alle possenti spalle delle dighe di Lido e di Punta Sabbioni, alta tre metri e mezzo sul lato est, verso il mare. Verrebbero realizzati percorsi pedonali per ammirare la laguna e una nuova penisola interrata per «coprire» il porto-rifugio ricavato a ridosso dell’Oasi di Ca’ Roman.  E che dire delle spalle in cemento del Mose contornate da nuovi fari stilizzati ai quali ci si augura si accompagni una colonna sonora nel solco della tradizione di Son et Lumière?

 

Non a caso a questi interventi è già stato affibbiato il nome di
“mutandoni”, per via dell’intento pudico di celare le vergogne del Mose. Ma i merletti e i pizzi non serviranno a far dimenticare quell’intreccio sfrontato  di corruzione, tangenti, intese private tra controllori e controllati, fondi neri, quello scandalo che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza e corte dei conti.

Adesso abbiamo la certezza che  con tutta probabilità l’incompiuta più costosa e marcia del mondo non verrà finita, che al tempo stesso la proterva vocazione a trasformare la tutela ambientale in profittevoli interventi ingegneristici non ha lasciato spazio a alternative sostenibili, che il cambiamento climatico ne aveva decretato l’obsolescenza ancora in fase progettuale. E che i percorsi offerti ai visitatori per contemplarne la decantata magnificenza saranno passeggiate tra le rovine di una città condannata alla damnatio memoriae della sua storia, della sua bellezza, della sua appartenenza alla cittadinanza del mondo.

 

 

Annunci

25 aprile memories

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che magnifica festa era il 25 aprile di una volta. A Venezia poi era la festa del risveglio dall’inverno dello scontento, della primavera, anche per il coincidere con la celebrazione del patrono e con il rito del “bocolo”,  il bocciolo di rosa che ogni uomo è tenuto a donare alla sua compagna, pena musi lunghi e rinfacci, in un  tripudio di liturgie sacre a festeggiare insieme un santo amato, anche per via dell’avventuroso trafugamento della salma ad opera di astuti mercanti veneziani che ne fa un protettore della libera iniziativa, e  quelle ancora più  sacre a celebrare la libertà conquistata.

A casa mia nei giorni precedenti regnava una certa inquietudine: mio padre, partigiano coraggioso fino alla spericolatezza, rivelava una incomprensibile apprensione e una timidezza invincibile all’idea di parlare in pubblico, così vergava con quella sua elegante grafia regolare decine di foglietti di appunti per prepararsi a comizi e commemorazioni.  Poi, invece, magicamente, la mattina del 25 tornava il sereno, insieme a un immancabile gran sole carico d’amore. Nell’oblio del bocolo, cui mia madre laicamente guardava con indulgenza, si officiava invece  la cerimonia della memoria per ricordare come in quella  notte prima della festa liberatoria, non si era –  e per sempre – “sciolto” il fascismo come neve al sole, che le  teste del duce e i fasci abbattuti,  la sparizione definitiva di medaglie e attestati, fez, labari e gagliardetti, prudentemente nascosti il 25 luglio ’43,  e i morti e i feriti e gli storpi e le umiliazioni e le stragi e la sommatoria di milioni di azioni private all’insegna dell’infami e del disonore non sarebbero bastati a cancellare la vergogna  e a garantire che l’orrore non di ripetesse.

Andavamo ad ascoltarlo mio papà in piazze di paesi circondate di case che via via si alzavano di qualche piano, arricchendosi di vetrine piene di merci di lusso, in province sempre più pingui, piazze che con il passar degli anni si facevano sempre meno piene, in cinema che nel tempo erano sempre più vuoti di gente e invece popolati di comparse delle istituzioni, prima dell’immancabile proiezione di “Achtung Banditen” e dopo i pistolotti dei potenti locali sulla necessità di una benefica riconciliazione, quella ancora ieri, 24 aprile 2016 riproposta con sicumera da Violante e intesa a rendere tutti uguali, carnefici e vittime, ragazzi di Salò e fratelli Cervi, partigiani e marò in missione di vigilanza a interessi commerciali opachi. Dimenticava in tasca i foglietti scritti nei giorni precedenti e parlava a braccio mio padre, trascinato dalla furia di sottrarsi alla retorica della liberazione dall’invasore, per ribadire che non c’era solo quello nella testa, nelle visioni, nel coraggio dei ribelli, dei banditen in montagna, che c’era l’utopia da realizzare di un modo altro di vivere col rispetto di se stessi e della propria dignità di uomini e cittadini, che si realizzava, senza pudore di dirlo, con la lotta di classe, contro profitto, avidità e sfruttamento delle persone e del lavoro, contro le disuguaglianze, contro la collusione di regimi e padroni concordi e coesi in un comune progetto di incremento di ricchezze e sopraffazione, di egemonia e accumulazione, comunque la si chiamasse quell’utopia, socialismo, comunismo, sovranità di popolo.

Se ricordo bene lo applaudivano con entusiasmo e foga.

Dev’essere perché si trattava del trasporto e dell’ardore di un giorno, che permetteva poi di tornare senza rimorsi al minimo garantito di una democrazia procedurale, che assicurava  il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, ma non il lavoro, l’equità, i diritti, le libertà, la giustizia uguale per tutti,  e di professare un “antifascismo” di facciata, quello che fa oggetto di riprovazione chi rapina una banca e non chi la fonda e gestisce per interessi di pochi ai danni di molti, quello che considera non temibili Casa Pound, la Meloni, le ruspe, le felpe,   la xenofobia di stato, i muri, le panchine riservate. O che accetta di buon grado l’uso che ne fa  l’imperialismo e i suoi guardiani europei come strumento di consenso per legittimare un colonialismo “economico e guerre condotte in difesa della civiltà, custodito dalla Nato, dai trattati di “collaborazione”, Ttip in testa, dai capestri comunitari, mentre spazzola la pelliccia delle moderne belve fasciste in Ucraina, in Ungheria, mentre gira la calce che serve pera alzare i muri, creando lager contemporanei fisici o astratti, grazie al razzismo amministrativo.

La nostalgia che sento per quella festa è il segno evidente che oggi il 25 aprile è un giorno di rimorso, di rimpianto e di dolore, per il tradimento, l’impotenza, l’onta per la slealtà con la quale si è permesso che tutto tornasse com’era e come non avrebbe più dovuto essere: la corruzione e le commistioni oscene tra padronato e politica, tra interesse privato e chi dovrebbe salvaguardare il bene comune, alienato e svenduto, e dire che a causa di ciò venne massacrato Matteotti, il prepotere della banche, proprio come ai tempi dello scandalo della Banca Romana, e l’abietto sistema di protezione tramite leggi, scambio di favori, reciproca infiltrazione nei vertici e nell’esecutivo, sacco del territorio e indole faraonica a grandi opere, inutili, costose, mirate a lasciare un’impronta di regime, ma soprattutto a generare malaffare e speculazione, accorpamento di partiti e sindacati in organismi “unici”, per soffocare critica e opposizione, restrizioni della libertà di stampa, con la promozione di monoliti di servizio incaricati della propaganda, cancellazione dei diritti e delle garanzie dei lavoratori, emarginazione delle donne e persecuzione di chi deve nascondere inclinazioni personali non “convenzionali”, provvedimenti ad personam per favorire l’egemonia indiscussa di un’oligarchia, espropriazione delle prerogative della cittadinanza e della partecipazione, privatizzazione delle proprietà collettive e dei sistemi di vigilanza e controllo. Modernamente possiamo aggiungere il simbolico abbattimento dell’edificio costituzionale, mai davvero eretto e sempre pericolante, e arcaicamente assistiamo alla ripresa dell’istituto di successo bonapartista del plebiscito, usato come strumento ricattatorio di propaganda dell’improbabile tirannello.

In tanti a un certo punto della loro vita si sono resi probabilmente colpevoli di aver professato un antifascismo esistenziale, che ha segnato le loro scelte, le loro convinzioni, i loro amori, ma che lo ha condotti ad appartarsi, a soffrire l’impotenza a combattere con le armi di un tempo, per età, disillusione, marginalità, per l’incapacità di tradurre la lotta “contro” in lotta “per”. Guardo alla loro fragilità con tenerezza, ma senza indulgenza, guardo ai tanti di oggi con collera, perché hanno permesso che questo  non sia più un giorno di festa, nel quale si celebra l’impegno fondativo e quotidiano per una società di liberi, di uguali, di solidali, perché l’Italia «nata dalla Resi­stenza» non affon­di nel Canale di Sici­lia insieme ai corpi delle cen­ti­naia e cen­ti­naia di donne, uomini e bam­bini in fuga dalla guerra e dalla fame, perché vogliamo salvare quella democrazia «nata dalla Resi­stenza»  che ogni giorno perde qualcosa di prezioso per via di poteri che la vogliono ridurre  a contesto formale della loro affermazione, perché è orribile vivere nella vergogna del tradimento, dell’accettazione del destino ad essere sottomessi quanto è difficile ma bello conquistare, vivere, conservare la libertà

 

 

 

 

 


La maschera Marino

Foto Roberto Monaldo / LaPresse23-03-2013 RomaPoliticaIgnazio Marino presenta la sua candidatura alle primarie per l'elezione a Sindaco di RomaNella foto Ignazio MarinoPhoto Roberto Monaldo / LaPresse23-03-2013 Rome (Italy)Ignazio Marino presents his candidacy for Rome's MajorIn the photo Ignazio Marino

Alla fine sta diventando una maschera della commedia dell’arte, una specie di marionetta che giù botte quando compare in scena. Il Marino che va a Philadephia ( sarebbe interessante sapere a spese di chi) per intrufolarsi tra gli ospiti del Papa beccandosi persino lo scherno e il rimprovero del pontefice, il Marino cui crolla la metropolitana addosso senza che si faccia domande, l’onesto per antonomasia che per occuparsi del traffico e dei trasporti va a prendere incompetenti dalla cintura torinese, che non sa comunicare e che spesso aggrava la sua posizione dichiarando e blaterando. Giù botte sulla maschera che è tuttavia un prodotto della politica, delle sue logiche dissennate.

Asceso al trono del Campidoglio solo in quanto personaggio in vista, di quelli che in Italia non restano a mai a piedi anche se devono occupare posti del tutto estranei alla loro natura e alla loro esperienza, anche se non sanno da dove cominciare, la maschera Marino ha accettato, in cambio della corsa per Roma, di togliersi dalle scatole  della pattuglia parlamentare del Pd, dove rappresentava la parte dei diritti civili, ovvero proprio quella che avrebbe potuto rendere più difficoltoso l’abbraccio con la base berlusconiana. Poi è stato travolto prima dalla sua stessa incapacità di mettere mano ai problemi in una capitale saccheggiata da decenni, poi è stato travolto dagli scandali, non suoi certo, ma a cui non ha saputo dare risposte convincenti.

Marino è un ostaggio del famelico appetito del pd locale delle sue alleanze segrete, ma non sa reagire, non intende tentare di cambiare la politica romana, né può seguirla, è una sorta di totem di un improbabile governo degli onesti costruito sopra il termitaio dei poteri capitale e che proprio per questo commette errori su errori: non vorrebbe fare ciò che fa, non vuole fare ciò che potrebbe. Alla fine tutto si riduce a una battaglia per la poltrona, mentre la città è commissariata e lui cerca di districarsi tentando di apparire come l’interlocutore privilegiato del papa, con il risultato di apparire come un intruso. Dietro le quinte del teatrino si sentono già i rumori dei nodosi randelli che si preparano per cozzare contro la sua schiena.

Ma naturalmente sono gli spettatori a farne le spese: servizi pubblici sempre meno funzionati, 50 linee tagliate, metro a singhiozzo che un giorno si allaga, il giorno dopo prende fuoco e se va bene crolla, ideologismo dilettante nell’unica pedonalizzazione che ha finito per creare più problemi che vantaggi, riasfaltatura di strade solo al centro, una geniale idea del suo esperto di importazione Esposito, che così può produrre due appalti per una sola cosa e tutti sanno che du è meglio che uan. Se Marino volesse… ma non vuole perché sa che sarebbe la fine della carriera politica, anche se porterebbe con sé parecchi filistei. Sta al gioco senza saper giocare. Così viaggia di continuo, è assente e sta immobile come gli insetti quando si sentono preda. Fa appunto il Marino.


Il bavaglione di Renzi

bavaglio001_boh_vediamoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Giorni decisivi per la sorte della legge bavaglio e per la cittadinanza politica di chi osa parlare di questione morale ….. due temi   strettamente intrecciati, rendendo ancor più evidente che il fine della legge è quello di creare il silenzio intorno alla corruzione e che l’occasione politica sembra propizia per imporre il silenzio agli oppositori  del governo….   

Non è un caso che proprio in questi giorni l’insistenza e la fretta intorno alla vicenda della legge bavaglio diventino rivelatrici. Forse all’inizio qualcuno aveva sottovalutato quella legge dicendo che tutto sommato era uno strumento che il presidente del Consiglio adoperava con la logica tradizionale delle leggi ad personam per evitare che intercettazioni sgradite potessero essere conosciute all’esterno. Questa lettura tutto sommato riduttiva è stata smentita, e mi pare che poi fosse evidente che l’obiettivo andava al di là della tradizionale legge ad personam. L’accelerazione sulle intercettazioni va di pari passo con la scoperta progressiva della corruzione diffusa… 

Divenuta sempre più intricata e scottante, la questione delle intercettazioni non può essere affrontata a colpi d’accetta. Servono distinzioni e analisi accurate, soprattutto per evitare che la denuncia degli abusi si trasformi in pretesto per liberarsi di ogni forma di controllo su comportamenti sicuramente illeciti, per occultare la gravità delle situazioni che vengono rivelate…..   

Vi sarete illusi che si tratti di editoriali cotti e offerti in tempo reale alla notizia che il governo per bocca del Ministro Orlando ha annunciato: “Confido che entro settembre il testo sulle intercettazioni verrà approvato nel suo complesso alla Camera. Subito dopo avvieremo un confronto con la stampa”. Invece sono gli incipit di articoli di giornale rispettivamente del 2010, del 2008 e del 2006, che confermano che ciò che non riuscì a fare Berlusconi, fece il Renzi.  Che compirà l’opera censoria fino all’estremo limite, fino a quell’emendamento Pagano, oscuro parlamentare del Nuovo Centrodestra che passerà alla storia non solo per le affinità rivendicate con il Sap, il sindacato del caso Aldrovandi, ma per essere promotore appunto di una norma che, prevedendo  “la reclusione da 6 mesi a 4 anni” per “chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate”, sortirà l’effetto di chiudere definitivamente l’era delle inchieste televisive già largamente soggette a censura e ad autocensura.

È chiaro che al Guardasigilli che consulterà “dopo la delega” gli operatori dell’informazione, come al governo tutto, la stampa non mette certo paura, sottomessa com’è a editori impuri, potentati, ceto padronale e politico. Ma è meglio non rischiare, per troppi anni le intercettazioni hanno fatto cassetta con le cronache pruriginose dalle lenzuola, con i vizi privati di uomini pubblici e retroscena piccanti o maliziosi di accordi e alleanze. E da un po’ le vendite ormai in discesa della carta stampata sarebbero state aiutate dalla pubblicazione di vergognose conversazioni tra politici e malavitosi, tra imprenditori e mafiosi e tra tutti questi attori insieme.

Così l’attacco alla pubblicazione facile e a fini commerciali delle intercettazioni, spesso orchestrata dietro le quinte da fazioni in conflitto, assume il carattere di avvertimento trasversale diretto alla magistratura, anche se per ora non si fa menzione di toghe rosse,  e a quelli, che non oso chiamare società civile, che continuano a considerare centrale la questione morale, che guardano alla trasparenza e l’onestà,  non come a optional cui si deve rinunciare in favore di una crescita accelerata e disinvolta, ma come a condizione necessaria sia pure non sufficiente dell’esercizio della politica e del governo della cosa pubblica.

Si meglio arginare quel torrente di frasi, dialoghi, quel profluvio di allusioni o di dichiarazioni perentorie come proclami, conditi di turpiloquio, aforismi, battute da caserma e insinuazioni da bar Sport, di minacce e lusinghe, non impedendolo alla fonte, ma vietandone la diffusione, meglio non dare la tachipirina contro la febbre dell’avidità, ma riporre il termometro nella sua custodia. In modo da non far sapere del Mose, della Tav, dell’Expo, di Mafia Capitale e nemmeno di Mafia-Quirinale, meglio non far conoscere la geografia delle nuove terre dei fuochi, come quella dell’alessandrino dove  almeno 6 aziende tra cave, discariche e gestione di rifiuti ha compromesso un territorio benedetto per la produzione di uve pregiate e frutta. Meglio non rivelare la  società “del vuoto”  nella  quale si muove una classe politica senza idee né ideali e nemmeno ideologia se non quella del profitto, dello sfruttamento, dell’ambizione personale, che si parla con il linguaggio dei teppisti, degli esattori del racket, mettendo a parte di segreti di Stato un pokerista, lanciando messaggi obliqui e intimidatori a antichi protettori disarmati, a padrini oscurati, mandando poi a difendere la cricca  in Parlamento una ministra che  si presta per mission istituzionale  alle operazioni di discolpa più miserabili, liquidando ogni intercettazione come penalmente irrilevante, poiché è da molto che leggi, regole e questioni di opportunità sono state piegate alla volontà e all’interesse di pochi, di un’èlite alla rovescia, che ormai rappresenta il peggio di noi normali cittadini.

È l’era della sfrontatezza, ormai non hanno nemmeno più bisogno di disinvolte giurisprudenze, di richiami alla privacy, che tanto vale solo per loro mentre noi siamo perennemente controllati, ripresi, monitorati, ormai non discettano nemmeno più di “prerogative”, di illecite intrusioni, di violazioni. Che tanto presto non avremo la facoltà di votarli, ma solo la prerogativa di approvare i loro elenchi prestampati. Che tanto non importa più loro il consenso degli elettori, ma l’approvazione di padroni interni e esteri, che, tanto per non sbagliare, li intercettano e si intercettano allegramente tra loro perché in un mondo di lupi la fiducia è solo un autoritario sistema di governo.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: