Annunci

Archivi tag: presente

Buon Anno cattivo

passato-presente-futuro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non per fare sempre il bastian contrario, ma oggi vorrei farvi gli auguri di un anno cattivo, dispettoso, sospettoso, di sorridere come Franti, di attaccare il barattolo alla coda dei gattini virtuali di quella comunità social che si intenerisce e sottoscrive entusiaste petizioni per qualsiasi causa purché lontana, meglio se morta, meglio se non prevede nemmeno un misero sms da 1 euro.

Ci sono ricette infallibili per non diventare come il piccolo Enrico, il piccolo borghese anticipatore dell’ideologia politicamente corretta: quella di oggi che vi consiglio, è la lettura del Corriere con le omelie agli italiani in concorrenza con benedizioni papali e discorso di fine anno a reti unificate dal Quirinale.

Vedrete che come per incanto vi troverete seduti  dalla parte giusta, che purtroppo è scomoda ma non fa vergognare, perché dalla parte opposta ci sono i sacerdoti della nuova triade Dio, Patria e Famiglia, nella quale Dio è ovviamente il mercato, la Patria consiste in quell’armamentario retorico del Bel Paese pieno di Buoni Sentimenti, di italiani brava gente, di patrimoni dell’Unesco, già incartati per essere svenduti in blocco, arte, cultura, storia, santi, navigatori, poeti e lavoratori. E la Famiglia, quando non è quella dei boss, è preferibile che sia quella liquida di Bauman, quella combinatoria del Censis,  insomma un nucleo difensivo e offensivo che deve corrispondere ai bisogni del dio di cui sopra, consumando, pagando fondi pensionistici e  assicurazioni sanitarie, ripristinando i ruoli patriarcali in sostituzione di stato sociale, pari opportunità e uguale espressione di vocazioni e talenti.

Potreste cominciare con la letterina di Buon Anno di Cazzullo, nostalgica dei bei tempi andati quando la Balena Bianca provvedeva per noi: allora, scrive il Moccia della sociologia un tanto al metro, era possibile fare l’Autostrada del Sole e i ponti non crollavano. Certo, ammette, l’architettura era quello che era, ma dipendeva non certo dalla corruzione, dall’urbanistica negoziata nella quale vincono sempre i privati, dalle mani sulla città delle cupole immobiliari e del cemento alleate con la politica. Macché, allora tutti erano concordi e coesi intorno all’intento condiviso di ricostruire, fare presto, agire, mentre ora, si direbbe, ha la meglio la sfiducia e il disfattismo che ostacola lo sviluppo, la competitività del sistema Italia, il lavoro, la libera iniziativa, e il loro monumento in Val di Susa,  che pregiudicano il futuro con la propaganda arcaica della decrescita, perfino di una malintesa e egoistica “ecologia”, quando ci sarebbe bisogno di bei palazzoni in dignitose periferie per i senzatetto, così non occuperebbero il centro storico delle città, bene esclusivo  di un cerchia che se lo merita anche come ricompensa per l’erogazione di sfrontati pistolotti natalizi E quando occorrerebbero altre infrastrutture  irrinunciabili come la Brebemi per appagare  gli appetiti dei signori dei pedaggi e dove far correre su reti beatamente  deserte gli obbligatori Suv, e quando necessitiamo di vettori velocissimi per le consegne Amazon e Ebay che tanto i rampolli del delfinario imperiale mica vanno a fare l’Erasmus in treno dove rischierebbero di mescolarsi con i molesti pendolari.

Ecco direte voi, un altro che rimpiange i bei tempi andati per mettercelo in quel posto con la nostalgia.  No, avete sottovalutato il Corriere, sempre attento a garantire pluralismo delle idee: gli risponde infatti  il Gramellini, con un inno al progresso, al presente che  ci fa dimenticare riscaldamenti razionati, auto inquinanti, classi numerose, telefoni duplex e perfino la corsa in edicola per comprare il quotidiano e dedicarsi alla preghiera laica del mattino.

Pensare che se c’è una cosa per la quale ringrazio il passato è per avermi insegnato a non correre giù col cappotto sopra il pigiama per comprarmi Repubblica o il Corriere, così mi risparmio la lettura infame di Gramellini appunto o di Serra & simili. Mentre non gli perdono di aver permesso che ci sia chi si trastulla ancora con le magnifiche sorti e progressive, rimuovendo i suoi effetti collaterali, la mancanza non di termosifoni ma di tetti sulla testa, le scuole meno affollate dove si predica rifiuto e emarginazioni dei poveri esterni o interni al nostro benessere, l’apocalisse climatica. In attesa di un caffè sospeso che gli dovremmo per le sue paternali, Gramellini nel citare il “suo mito”,   Montanelli che raccontava di avere scritto di guerre e rivoluzioni senza mai uscire dall’albergo, vuol ricordarci che, evviva il villaggio globale, se adesso esiste la rete che deforma ma anche informa e smentisce. Mai abbastanza sembrerebbe, se lui per primo si colloca negli intoccabili, fa consumo e spaccia fake intollerante a ogni critica e obiezione e ci parla del mondo dalla sua poltrona.  Da dove ci raccomanda anche lui fiducia. Fiducia, perché il passato deve servire come esempio, ma solo per farci capire quanto è bello esplorare e vivere il presente.

Fiducia, con gente così, con una informazione di questo genere, è difficile coltivare questa virtù, giustamente obsoleta perché di hanno abituato a convertirla in delega, in cambiale in bianco, in procedura governativa per limitare partecipazione democratica.

Non a caso raccomandano questa professione di fede cieca, che sconfina nell’ubbidienza beota, quelli che si dicono entusiasti del passato o del presente in modo da eludere il futuro, che predicano un uso politico della storia per stabilire la necessità della benefica menzogna, e un uso morale del presente come migliore di mondi possibili del quale è doveroso accettare le limitazioni imposte a critica, bisogni, desideri e diritti e la rinuncia al domani, ormai ipotecato dalla paura dell’ignoto. Vedi mai che invece decidiamo di riprendercelo o peggio, di farcelo come lo vorremmo.

Annunci

Il Placido Don .. Matteo

L'angelo della Storia, Paul Klee

L’angelo della Storia, Paul Klee

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Dal 28 ottobre, quando incominciarono le giornate di gelo, la fuga dei francesi prese un carattere ancora più tragico: divenne la fuga di uomini che agghiacciavano e si abbruciacchiavano a morte intorno ai fuochi e che continuavano in pelliccia e in carrozza a fuggire col bottino dell’imperatore, dei re e dei duchi ….l’esercito francese si dissolse e si disgregò  indipendentemente dal maggiore o minore rigore del freddo, dall’inseguimento, dagli ostacoli del cammino e da tutte le altre condizioni prese separatamente”.

Nessuno pretende che  Renzi, la Pinotti, Gentiloni, Renzi abbiano letto Guerra e Pace. Nemmeno che abbiano visto Il nemico alle porte, preferendogli Checco Zalone. Tutto congiura nel far sospettare che abbiano studiato con poco profitto la storia passata e anche quella più recente. E d’altro canto pare sia stato così anche per Bonaparte, per Hitler, che forse avevano concentrato le loro letture sui fasti dell’Orda d’Oro mongola, quando la stirpe di Gengis Khan invase e conquistò la Russia.

Né  ha tratto insegnamento dalle lezioni del passato, l’alleanza che fa da cagnaccio ringhioso all’impero del “bene”, economia di mercato, democrazie liberali e diritto a consumare, contro il “male”, totalitarismo e direzione centralizzata dell’economia, nuovamente al servizio di una guerra fredda a un quarto di secolo dalla  dissoluzione dell’Unione Sovietica,  per preservare il suo status di potenza dominante fino al Mar della Cina, grazie all’accerchiamento militare della Russia, dimentico di tante guerre perse con disonore compresa quella alla verità mossa perfino con il sostegno di eufemismi e stravolgimenti semantici  che hanno convertito cruenti conflitti in campagne “morali” esportatrici di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale, aiuto a casa loro.

Il fatto è che oggi più che mai bisogna dar ragione a Hegel, secondo il quale “ciò che esperienza e storia insegnano è proprio che i popoli e i governi non hanno mai appreso nulla dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da essa”. Pare che dobbiamo rinunciare a illuderci che il suo studio “applicato” sia un antidoto a stupidità e irrazionalità, che sia ragionevole ritenere che si possa conseguire dalla sua interpretazione la conoscenza di una verità assoluta e definitiva, l’acquisizione di una oggettività irraggiungibile che permetta scelte che contrastino con smanie di onnipotenza, avidità insaziabili di profitto. Così tocca sia pure malinconicamente concordare con chi associa a attitudini totalitarie la pretesa di darne una lettura complessiva e infine benevola, come della narrazione dell’emancipazione progressiva dell’umanità, della “civilizzazione”, come riscatto da ferocie belluine.

E sembra infatti ancora più facile chiamarsi fuori dal complotto dell’oblio che faciliterebbe l’esonero da responsabilità e colpe del passato in  modo da poterle allegramente replicare nel presente, adesso che ci è permessa una benefica astrazione dalla realtà e dagli atti che vengono commessi anche in nostro nome, se le guerre di conquista e sopraffazione vengono compiute  con bombardamenti ad alta precisione tramite un clic su un pc di un ingegnere che la sera torna a casa da moglie e bambini, o  se si usano droni, o se il pilota dell’F16 che sgancia la bomba non giarda di sotto da lassù, che tanto l’obiettivo è un puntino rosso sullo schermo, se, cioè, si crea una distanza remota, una tremenda e asettica lontananza dalle cause e dagli effetti. Proprio come quando remoti decisori prendono decisioni che condizionano le nostre vite, sotto forma di patti, trattati, apparentemente astratti, ma che condizionano le realtà di milioni di persone, come sempre, ma oggi di più, è successo nella storia, grazie alla banalità maligna di burocrazie e poteri inafferrabili.

Così anche se solo li votiamo, ma non è poco, anche se non approviamo le loro scelte, e diventa poco, anche se semplicemente giriamo lo sguardo ne diventiamo correi, perché non possiamo non sapere che c’è un dito indice che preme su un tasto, più o meno persuaso di farlo nel nostro interesse, o perché ubbidisce a un ordine, o per insana smania di potenza, perché non possiamo più  dichiararci estranei alla guerra che viene condotta a livello globale, in difesa di un nostro stile di vita,  quando è evidente che ne siamo e ne saremo vittime anche noi, che dichiariamo così la nostra impotenza a cercarne un altro di modello, proprio come fanno altri fondamentalismi che si oppongono al fondamentalismo occidentale, senza assumere posizioni anticapitalistiche, confermando l’implacabile irriducibilità dello sfruttamento.

Ormai le uniche letture della storia  e le sole narrazioni di eventi del passato ci giungono come il resto, attraverso la rappresentazione, possibilmente quella dello spettacolo, che fa sì grazie alle tecnologie che siano più vere del vero, che ci paia di entrarci dentro, di emozionarci, di farne parte, col sollievo però di uscirne, con la consolazione del distacco, con il conforto del ritorno a una realtà immediata, fissata come in un selfie. E forse  proprio per questo fittizia, perché mentre accade è già pronta ad esaurirsi.

Perché una delle modalità in uso delle contemporanee  tirannie è quella dell’istante, un presente cui ne segue un altro e poi un altro ancora, che vuol dimenticare il passato e che non crede nel futuro, forse in una riposante pretesa di immortalità. Ci vogliono così, affetti da amnesia e senza speranza, malati di adesso e subito. E’ proprio ora di guarire.

 

 

 


Dalla padella a Nardella

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovevamo aspettarcelo, tutto era stato preparato per smantellare l’edificio democratico costruito tenacemente su rovine e morte, grazie alle picconate alla storia, alla memoria del riscatto, a quella pacificazione che doveva sortire l’effetto di mettere tutti alla pari, vincitori e vinti, vittime e carnefici, eroi e vigliacchi. Ci avevano pensato negli anni fiori di figure istituzionali e alte cariche, dalla pietas comprensiva di Violante per i ragazzi di Salò, a Ciampi, restauratore di parale militari, indulgente con “i giovani che fecero scelte diverse”, come un successore iscritto al Guf in tempi sospetti, dalla benevola attenzione e generose ospitalità offerta perfino alle feste dell’Unità ai “pensatori” di Casa Pound al negazionismo istituzionale di un presidente del Consiglio che taglia i fondi alle associazioni partigiane.

Adesso siamo alla stretta, ostaggi di un’Europa che più volte ha messo in guardia dai rischi “morali” di carte costituzionali nate dai movimenti di resistenza nazionali e ispirate a principi socialisti, a ridosso di un referendum segnato dalle istanze bonapartiste e plebiscitarie di un napoleone formato bonsai, perfino i figuranti, perfino i caratteristi dialettali, perfino  i gregari rispetto ai neo costituzionalisti del Si, diplomati per corrispondenza a Radio Elettra,  sono chiamati a dare segnali simbolici e  dimostrativi.

Duole doversi occupare di una mezza figura come Nardella, un mezzo sindaco sotto tutela dell’augusto predecessore, del quale si sente chiamato a suggellare le nefandezze avviate contro la città di Firenze. Ma l’ometto, ha anch’egli una valenza allegorica: impegnato com’è a vario titolo a svendere patrimonio pubblico, territorio, diritti e buonsenso (è noto per volersi guadagnare l’approvazione dell’Unesco non attraverso la tutela dei monumenti, fermando l’alienazione dei beni comuni, limitando il sacco delle risorse e del suolo, non circoscrivendo la pratica oscena della trasformazione del tessuto abitativo in strutture a uso turistico, B&B residence, non rinunciando a una risibile alta velocità,ma multando energicamente gli extracomunitari per il reato di spaccio di stracci etnici e kebab, che oltraggia il decoro urbano), ma anche democrazia, partecipazione, radici storiche.

È stato lui a decidere di rottamarle, come vuole il padroncino, non invitando nessun rappresentante dell’Anpi alla ricorrenza della giornata della Liberazione di Firenze dall’occupazione tedesca.

Per dir la verità ragione  e onore dovrebbero persuadere le associazioni partigiane a procedere con celebrazioni proprie, lasciando al regime le sue giornate del tradimento e della slealtà, tanto sono stati  screditati la lotta e il sacrificio di chi ha combattuto ed è morto per consegnare a loro una libertà che non vogliono conoscere, amare e rispettare. Ma forse hanno ragione a fare della loro presenza una superstite denuncia, una residua forma di resistenza, se poi il Nardella per bocca della sua vice sindaca ha motivato la sua selezione con l’opportunità di offrire una immagine unitaria e coesa, in ragione dei pericoli che ci sovrastano: “il clima geopolitico mondiale e i recenti accadimenti terroristici hanno suggerito al sindaco di affrontare i temi della libertà religiosa e della convivenza civile tra popoli, collegandoli alla Liberazione”.

E come no, meglio far tacere quei pericolosi fanatici, quegli irriducibili e divisivi oltranzisti, quegli anarco isurrezionalisti che si sono macchiati di apostolato per il No. E ai quali viene rimproverata la data di nascita che non ha consentito loro di morire eroicamente, perché, ammettiamolo, i partigiani sono preferibili da morti, in modo che il loro esempio sbiadisca, la loro lotta si diluisca nella grande marmellata unitaria, quella del partito unico, dell’unico sindacato, della televisione unica, del pensiero unico.  

Ma andando in rete, leggendo i commenti a margine degli articoli si capisce che non è solo la miserabile propaganda dei golpisti in erba a aver attecchito. C’è qualcos’altro che ha corrotto tante testoline che non hanno voglia o che hanno paura di pensare, per non rischiare, per non prendersi la responsabilità di ribellarsi all’esproprio di tutto, beni, garanzie, diritti, lavoro, che queste mezze figurine stanno esercitando, quelle testoline che per il quieto vivere si accontentano di una sotto-vita.

E consiste probabilmente nell’affermazione dell’egemonia del presente, per la quale stiamo raggomitolati nell’istante in corso, rifuggendo la storia colpevole di ricordarci che anche noi siamo mortali, effimeri e rifugiandoci nell’eternità fittizia e immateriale delle rete, dello spettacolo che deve andare avanti. Qualcuno, Hobsbawn, Debord, ha messo in guardia dal presente permanente, che viene promosso dall’ideologia dominante perché è funzionale e organico all’ordine esistente, quello governato dai meccanismi di mercato, così che qualsiasi critica, qualsiasi memoria della dignità umana viene assimilata a velleitaria utopia. E dubito che Nardella sia consapevole di farsi strumento di quella rarefazione del tempo attuata da chi vuole far dimenticare il passato per non far credere nel futuro. Ma spetta a noi  difendere una storia di speranza, pena l’oblio di quello che vorremmo essere.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: