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Archivi tag: posti di lavoro

Grande distribuzione di balle

GENERICA-IPERMERCATIAlle volte vivere in questo Paese comincia a farmi senso e dire che ne ho viste parecchie a cominciare dalla Bolognina per finire a Renzi. Ma il peggio non giace mai in un avvallamento stabile, è per sua natura scosceso e franoso, trascina sempre più in basso. Così ieri ho dovuto sopportare l’ignobile cicaleccio dei padroni bugiardi e dei cretini contro il povero Di Maio che ha pensato di contenere l’apertura domenicale e festiva della grande distribuzione dove ormai il lavoro è semi schiavistico con orari prolungati oltre la decenza e tutto in straordinario obbligatorio, magari non tutto in chiaro.

Non so cosa abbia spinto Di Maio a questa decisione, in che misura essa sia stata l’espressione di un pio familismo , di un calcolo elettorale o di una visione più razionale delle cose che ha spinto anche governi liberisti come quello di alcuni stati americani o del Giappone a difendere i piccoli esercizi commerciali contro la grande distribuzione, ormai forte di regole del lavoro talmente deteriorate e selvagge da permettere ogni abuso. Ma quello che certamente colpisce è che l’annuncio ha suscitato l’indignata reazione sia dei berlusconiani e degli stomaci pelosi di ogni origine, ma anche di quella parte politica e di opinione che si finge progressista: tutti impegnati a recitare il rosario di Coop, Farinetti, Esselunga e compagnia vendente, secondo la quale qualche chiusura domenicale provocherebbe addirittura 50 mila e passa licenziamenti, Purissime balle che naturalmente l’ambiente dell’informazione moderna ed evoluta si è ben guardata dal verificare, chiedendone conto agli autori. Vorrei sapere in quale universo possa accadere che la cosiddetta sinistra si opponga al miglioramento sia pure minimo delle condizioni di lavoro e sta toto corde con i padroni. Forse in quello dove i padroni sono quelli che fiancheggiano e nutrono la politica, dopo essere nati da un’idea di uguaglianza per poi tralignare come le coop?

Sta di fatto che la canea dei progressisti padronali si è dimenticata di leggere le statistiche: la grande distribuzione con i marchi ad essa aggregati che è poi l’unica a protestare, ha dapprima cominciato le espulsioni dal lavoro e ha ricominciato ad assumere solo quando gli orari prolungati fino a tarda notte, le aperture domenicali e festive hanno permesso nuovi profitti spingendo anche a una cascata di nuove realizzazione del grande commercio divenute appetibili grazie a questa sorta di modernissima deregulation. Tutto il processo si è svolto dall’inizio del secolo: sono stati creati 21 mila posti di lavoro, soprattutto in relazione alle nuove aperture di supermercati e ipermercati, ma nel frattempo si sono persi 130 mila posti nella piccola distribuzione, con una rapporto di uno a sei. Problemino per scolaretti progressisti: quanto fa 130 mila meno 21 mila? Soluzione 109 mila posti di lavoro persi e soprattutto 109 mila persone ormai messe in condizione di accettare qualsiasi diktat dalle centrali padronali. Quindi anche a voler astrattamente ipotizzare una reale espulsione dal lavoro a seguito delle nuove regolamentazioni, non si tratterebbe che di qualche migliaio di persone che sarebbe però compensato da un aumento molto più grande nella piccola distribuzione.

Si sa però che non si è asini volontari una sola volta, perché una mistificazione tira l’altra: è proprio la grande distribuzione a pesare come un macigno sul mondo agricolo imponendo ridicoli prezzi alla produzione per poter ampliare il proprio profitto ed è dunque lei che alla fine impone anche cosa si debba coltivare. Ma come non sono proprio i progressisti  i fan della territorialità, del chilometro zero, del biologico, degli anti ogm e fanno invece il tifo proprio per i meccanismi che stanno distruggendo tutto questo?  Ma via stanno solo scherzando la distruzione dei posti di lavoro si accompagna allegramente anzi logicamente al gigantismo della distribuzione. il resto è solo narrazione.

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Sulle barricate della Vallonia contro il Ceta

154834925-2e842ebc-5a7e-46d4-ab00-6cdb901bfffbA fine agosto, quando inaspettatamente il governo tedesco fece cadere le trattative sul Ttip, alcuni, me compreso, pensarono che  non fosse il caso di abbassare la guardia, un po’ perché l’improvviso cambiamento di direzione pareva più frutto di segrete battaglie fra multinazionali piuttosto che un ravvedimento politico, un po’ perché un accordo in tutto e per tutto simile con il Canada, sembrava godere di ottima salute e pareva proprio il cavallo di Troia attraverso cui fare passare l’ultima raffica contro la democrazia in maniera obliqua e senza incontrare troppe resistenze. Di fatto poiché il Canada è legato agli Usa con un accordo pressoché identico al Trattato transatlantico dire sì al Ceta significava accettare il Ttip per osmosi, tanto più che molte multinazionali americane hanno una sede ufficiale in Canada. Insomma si preparava per i cittadini una polpetta avvelenata e le cose erano già molto avanti se in estate il pizzicagnolo di Renzi, ovvero Farinetti, padrino delle mafiette gourmand, si era prodotto in un assit inconsulto nei confronti del grano canadese (vedi qui), un tradimento non solo del gusto, ma anche della filiera agroalimentare italiana che verrebbe praticamente spazzata via dal Canada.

Purtroppo chi sospettava aveva ragione e il Ceta sarebbe divenuto una realtà già giovedì prossimo,  se non fosse stato per l’inattesa ribellione della regione autonoma della Vallonia,  fatta propria dal premier belga, che ha messo in forse  la tracotante certezza di unanimità in seno alla Commissione europea. E la cosa dilaga oltre i confini della piccola regione con meno di 4 milioni di abitanti visto che già 80 europarlamentari  hanno firmato un documento di appoggio al governo della Vallonia e così anche numerosi docenti canadesi. Senza dire delle manifestazioni popolari e delle iniziative in rete che stanno segnando proprio in queste ore il risveglio vallone. Tutto questo sta a indicare ed esemplificare quale sia il metodo oligarchico: trattative segrete che escludono in modo totale i cittadini, poi una volta raggiunto un accordo, tempi minimi per siglarlo ed evitare così ogni rischio di contestazione. Nessuno discute nulla, ogni cosa si svolge esclusivamente fra le mura del potere e al di fuori di qualsiasi dibattito democratico. Quindi la quasi unanimità rivendicata da Bruxelles rappresenta solo la decisione di pochi oligarchi e quando se ne sa qualcosa è solo attraverso i blablatori di professione in servizio presso i media che sono, attraverso gli editori, parte in causa e non soggetti terzi.

Naturalmente si potrebbe, anzi si dovrebbe pensare a un referendum europeo sul Ceta, ma ciò che sembra normale nelle dinamiche democratiche, è invece fantascienza per Bruxelles che cerca attraverso forzature di corridoio di arrivare a un trattato contestato da  una petizione che ha raccolto oltre 3 milioni di firme, da innumerevoli manifestazioni, ma anche dal Senato irlandese che ha consigliato di votare no e dall’atteggiamento ancora incerto di Germania, Austria, Slovenia Polonia. In effetti la resistenza vallone sembra in qualche modo quella delle Termopili: dà il tempo per far maturare posizioni critiche all’interno dei Paesi dell’Unione, in particolare quello della Germania la cui Corte Costituzionale ha messo dei paletti al Ceta e vuole che nel trattato vi sia una clausola per l’uscita unilaterale dal medesimo. Immagino già la mobilitazione della materia grigia residuale in chi è deciso ad arrendersi a tutti i costi al potere e alla governabilità: la gente non sa, deve essere guidata, non ci può arrendere al populismo. Invece sono loro che non sanno, anzi non vogliono sapere: sanno per esempio che secondo uno studio (peraltro unico nel suo genere) della Tuft University di Boston, il solo Ceta farebbe perdere 200 mila posti di lavoro in Europa?  Sanno che anche in Canada c’è una forte opposizione al trattato perché i cittadini hanno già avuto la triste esperienza dell’accordo di libero scambio con gli Usa che ha significato chiusure di fabbriche, ristrutturazioni, licenziamenti, riduzione dei salari e peggioramento delle condizioni di lavoro? Esempio emblematico è quello della Caterpillar che prima – senza alcuna resistenza – si è trasferita interamente in Usa e poi dagli Usa se ne è andata in Messico, sempre alla ricerca di salari più bassi e di lavoro più ricattabile.

No, non sanno nulla di tutto questo, come non sanno nulla dei tribunali speciali attraverso i quali le multinazionali potranno ricattare gli stati e imporre la loro volontà riguardo alla tutela dell’ambiente, della salute, del lavoro e dei cittadini, in nome dei propri interessi. Non sanno che l’Egitto è stato attaccato dalla multinazionale dell’acqua Veolia per essersi permesso di stabilire un minimo salariale, che la Germania dovrà pagare quasi 5 miliardi di euro alla Vattenfall per aver dichiarato l’uscita dal nucleare dopo il disastro di Fukushima, che l’impresa Usa Ethyl Corporation ha portato alla sbarra del tribunale speciale il Canada perché quest’ultimo ha vietato l’uso di sostanze ad alta tossicità aggiunte al gasolio da riscaldamento. I trattati cosiddetti commerciali, in realtà politici, tipo Ceta o Ttip hanno finora provocato 700 di questi contenziosi per parecchie migliaia di miliardi di dollari, calcolando le spese a accessorie, che i cittadini di molti Paesi dovranno pagare per l’ardire di voler mettere regole allo sfruttamento selvaggio, alla devastazione ambientale o agli attentati alla loro salute.

Si capisce bene perché le oligarchie non vogliano alcun dibattito su questi temi, perché agiscano in segreto, ma rimane un mistero perché non lo vogliano le potenziali vittime. A tutti gli altri, cui manca il piacere della bandiera bianca, conviene partecipare al bombardamento di mail continentale contro il trattato che per la parte italiana si sta organizzando qui . La battaglia comincia ora.


Lavoro, i job act dello zio Tom

lavoroC’è una sorta di panico dentro le segrete stanze della Federal Reserve e più che mai nell’ufficio della presidente Janet Yellen: dopo aver dato per consolidata la ripresa statunitense e in particolare quella del lavoro che sembrava andare a gonfie vele, si è invece trovata di fronte a una realtà molto diversa. Intanto il dipartimento del lavoro ha confessato di aver pubblicato tra il marzo 2014 e quello  2015 dati derivanti da stime sbagliate e di aver creato sulla carta 260 mila posti di lavoro nel settore privato che non ci sono mai stati. Quella della revisione al peggio dei dati dopo un consistente periodo di tempo, quando il loro effetto politico e/o finanziario è ormai incassato, è diventata una pratica standard degli Usa: quindi si può immaginare l’ orrore moltiplicato per il coefficiente di bugia e incertezza con il quale Janet Yellen ha incassato le nuove brutte notizie: i 21 mila posti in meno a luglio rispetto alle previsioni, i 40 mila in meno ad agosto , il fatto che tra luglio e settembre i nuovi posti siano stati 167 mila, ossia meno  dei 260 mila registrati mensilmente nell’ultimo anno, tutte cifre al ribasso dovute al deterioramento dell’economia statunitense causata dal calo della domanda globale e dal dollaro alto.

Ciononostante il tasso di disoccupazione tra gennaio e settembre di quest’anno è diminuito dal 5,7 al 5,1%  restituendo un’idea assolutamente falsata della realtà. Ciò accade perché man mano che calano le occasioni di lavoro, calano anche le iscrizioni alla disoccupazione che è la base sulla quale vengono vengono compilate le statistiche, per cui a una diminuzione reale dei posti di lavoro può  far riscontro un aumento del tasso di occupazione. Ho parlato degli Usa, ma questo schema generale pur con numerose varianti è adottato in tutto l’occidente portando così a risultati paradossali come quelli forniti dall’Istat per settembre nel quale sono aumentati sia i disoccupati che gli occupati producendo come dato finale una lievissima diminuzione del tasso di disoccupazione che ha dato la possibilità al guappo narciso e al suo governo di specchiarsi nelle meraviglie del job act. In realtà sono solo aumentati gli inattivi ed è anche probabile che vi saranno correzioni al peggio tra qualche mese perché dopotutto è irresistibile la tentazione di fare  gli ammergani.

Ci si può legittimamente e retoricamente chiedere come mai in tutto il mondo occidentale si usino sistemi di rilevazione e calcoli così ambigui che sembrano fatti apposta per confondere l’opinione pubblica e per gettare legna sul falò della peggiore retorica politicante. Quale euristica li suggerisce? Ed è facilissimo scoprirlo: la svalutazione completa del significato stesso di lavoro e la sua riduzione a puro job, vale a dire attività temporanea ed estemporanea. Prendiamo per esempio i criteri con cui l’Istat compila le sue statistiche: l’occupato è colui – tra i 15 e i 64 anni – che nelle quattro settimane precedenti la rilevazione ha svolto almeno un’ora di lavoro retribuito in denaro o in natura. Si può dire che sia lavoro questo? Un disoccupato va dalla vicina e mette a posto il rubinetto, viene ripagato con una fetta di torta (altre fattispecie non risulterebbero, ma sarebbero comunque ammissibili)  ed ecco che miracolosamente passa dalla parte degli occupati.   Chissà come sarebbero contenti quelli dell’Istat se fossero impegnati un’ ora ogni mese in cambio di una pummarola alla Fornero. Mica perderebbero il lavoro visto il concetto che hanno del medesimo. Dunque non solo i numeri creano confusione, ma nascono da un concetto di lavoro francamente intollerabile e fonte di un errore radicale riguardo alla macroeconomia: così come avviene negli Usa, il numero degli “occupati” non viene mai confrontato in via diretta con l’entità del salario in denaro o in natura, quindi nulla si può dire riguardo alla quantità di domanda aggregata che poi determina la crescita.

Questo però frega poco alle teorie assurde liberiste e ai mentecatti che le ripetono come automi: ciò che interessa è che la statistica rifletta un concetto di lavoro volatile, mal pagato e sotto ricatto quando non apertamente schiavistico  (anche lo zio Tom era pagato in vitto e alloggio) . Più ci si avvicina a quell’idea più sono contenti, anche se i numeri diventano ballerini e di fatto un riflesso ideologico più che una realtà. La quale è lenta, ma prima o poi si vendica,

 


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