Annunci

Archivi tag: pianificazione

I riverginati del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno sembra dolersi, qualcuno invece compiacersi della non sorprendente rivelazione: i 5stelle non sono un popolo politico “eletto”, alla prova dei fatti mostrano esitazioni e debolezze umane, a dimostrazione evidente che non c’è una via assolutamente e totalmente virtuosa al potere, che richiede invece compromessi e accomodamenti.

E c’è chi da questo ha tratto energia per rinnovarsi e cambiare look: non c’è da rimpiangere la loro vocazione anti-sistema, se autorevoli esponenti del Pd, assurti a inspiegabili fortune per via matrimoniale o per accertata lealtà all’ideologia e alla pratica renziana,  si appropriano di modi e parole d’ordine nel lodevole intento di avvicinarsi a quella gente che li ha penalizzati e traditi. Così ieri la consigliera romana Michela De Biase, senz’altro meritevole se un ministro influente l’ha sponsorizzata e anche sposata, ha dato vita a un divertente siparietto di tipica impronta grillina, con cadenze appena appena meno vernacolari di quelle dalle Taverna, al grido di “onestà, onestà”, senza peraltro riuscire a articolare quesiti e provocazioni convincenti nell’annosa questione della monnezza.

E che dire dell’augusto candidato trombato,  Giachetti,  che con una ineguagliabile faccia da Pd,  ­­­si fa ospitar­­e sul Manifesto per informarci che, sia pure grazie a una folgorazione tardiva, ha scoperto le virtù della pianificazione a Roma? Il tutto dopo che, anche grazie al suo partito e ai fiancheggiatori non tanto esterni, l’urbanistica è diventata la scienza della negoziazione e della contrattazione opaca: di regole, leggi, permessi, autorizzazioni, lotti, terreni, destinazioni d’uso,  che mette di fronte e non in condizioni di parità soggetti pubblici e privati. E sciorina in forma pedagogica  e didattica ad uso dei dilettanti troppo impegnati sul fronte della trasparenza, tutta la paccottiglia di regime: semplificazione, snellimento, quadro d’insieme, piano strategico, rivoluzione amministrativa, sulla quale aveva per riservatezza forse, per discrezione, sorvolato in campagna elettorale, proprio lui che ha perorato e perora la causa delle Olimpiadi  e del nuovo stadio della squadra capitolina, né più né meno di come aveva fatto Marino,  secondo una immaginazione costruttiva che altro non è che il liquido di decantazione  del veleno neoliberista urbanistico.

Quello che a Roma, come a Venezia, come a Firenze, sta intossicando le nostre città,  per farne dei luna park privati, delle disneyland,  indirizzando risorse per Grandi Eventi, Grandi Opere, Grande Cemento, Grande Profitto, per un eterno spettacolo dietro al quale nascondere  i bisogni quotidiani, le periferie, il crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione sempre più gonfie di malessere e soprattutto il giro vergognoso di soldi movimentato da corruzione, malaffare, alienazione incauta del patrimonio comune.

Chiamato in causa gli ha risposto il neo assessore Berdini, sulla cui competenza i media e le nuove cheerleaders della moralizzazione postuma preferiscono tacere,  ricordandogli come il primato delle licenze, al cui consolidamento hanno tanto contribuito governi e parlamento, autorizzi ormai a  costruire ovunque, stabilendo come unica regola che gli interessi pubblici siano sempre subordinati a quelli privati. E rammentando come   dal lontano 1993 siano state approvate tali e tante deroghe urbanistiche  a Roma che è oggi difficile recuperarne perfino l’elenco.

Sono conferme in più per chi – e non è certo una macabra novità “ votare contro”, uso invalso da molti anni e reso incontrastabile dalla legge elettorale che costringe implacabilmente a scegliere il meno peggio o ad astenersi – ha votato Raggi, per aver verificato che i sindaci del Pd ripropongono a livello locale principi “ideologici” e comportamenti del partito della Nazione e del governo che ha occupato militarmente con la sua cricca, quello che ha scelto di non voler impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”,  che ha appagato le brame della rendita e del cemento, abolendo l’imposta sulla prima casa e investendo sul sacco del territorio, tramite grandi opere e svendite dei beni comuni, quello che ha deciso che non vuole spendere in ricerca e formazione, mentre scialacqua per pagarsi i globe trotter del Si, quello che si accanisce sui pensionati, che cerca consenso distribuendo paghette che si fa ridare indietro con balzelli e tasse, quello che taglia l’assistenza con la stessa mannaia che usa per i diritti, le garanzie e le conquiste del lavoro.

Da cittadina di Roma ne conosco i mali e i vizi, so bene  che le buche e i cassonetti della monnezza che vomitano fuori rifiuti in barba a storia, grandezza e Giubileo sono l’evidenza, gli indicatori di una patologia ben descritta negli atti dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. E che si manifesta nelle turpi alleanze secolari tra stra- poteri, politica nazionale, locale e ecclesiastica, pubblica amministrazione, compresi alcuni organi di controllo, rendita e impresa privata con in testa il gotha avido, grossolano, cinico e baro dei costruttori, in non temporanea joint venture con la criminalità organizzata, avendo, come è noto, le medesime aspirazioni.

Non sono mai stata una fan della “specialità” della sinistra e non lo sono nemmeno dell’egemonia dell’onestà su tutto, condizione necessaria, ma non sufficiente. Figuriamoci se lo sono della “competenza” e a chi mi voleva ricordare che i 5Stelle sono “nuovi”, inadeguati, impreparati, ho dovuto rispondere che, se non è detto che sia una virtù, è sicuro che peggio probabilmente non avrebbero potuto fare dei Renzi, delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, ma anche di navigati Padoan, di scaltriti Poletti, dei gabbani tante volte rivoltati. E anche dei marziani specialisti in atti simbolici e beau geste,: chiudere una discarica maledetta, ad esempio, senza prevedere dove mandare i rifiuti, conferiti in un export oneroso o soggetti all’ammuina, come in un gioco dell’oca, da quartiere a quertiere.

Insomma non  mi aspettavo miracoli, se non un primo contributo a quello minore, marginale, nel quale confido, cacciar via l’usurpatore con ignominia. E non sono quindi nemmeno disorientata o delusa che i 5stelle  dimostrino quel loro non sempre innocente attaccamento al clan, alla cerchia, che va dalla fidelizzazione al comico, alla delega in bianco agli eredi dinastici del guru, e che ricorda da vicino l’antropologia di Facebook, dove tutti sono amici anche se non si conoscono per il solo fatto di aver “aderito” al social network. Tanto che probabilmente  l’affidabilità concessa all’assessora ex consulente dell’Ama potrebbe avere anche questa motivazione, insieme a un ingenuo assegnamento  nei tecnici, nei professionisti, nella gente “pratica”.

In due mesi ho visto cassonetti vuoti e ricolmi, cantieri operosi e abbandonati, buche e voragini aperte, bus sgangherati, come prima o forse appena appena meno di prima per via della scopa nuova e del timore che può suscitare in chi teme la fine della vacche grasse e si mette in riga. Ma siccome il mio unico interesse è quello di cittadina, non godo del tanto peggio tanto meglio, non mi rallegro del fallimento della Capitale, non provo la voluttà della sinistra irriducibile nello stare a borbottare radiosamente dalle file dei perdenti e dei volontari della sconfitta. Anche perché ai margini: nelle periferie, nelle strade con le loro voragini ventennali, alle fermate dei bus che non arrivano mai, tra quelli che hanno una casa ma non sanno come mantenerla, assediati da mutui, tasse e balzelli, tra quelli che la vorrebbero, tra quelli che l’hanno occupata e vivono a rischio,  in una condizione di illegalità, sono in tanti  e arrabbiati e spero in loro, in noi.

Annunci

Il Palazzo contro la Casa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regge e palazzi contro capanne, caverne e grotte. Si sa che questo è uno dei fronti strategici dell’aristocrazia del Grillo: loro sono loro e noi non siamo un cazzo, così ci tocca rimpiangere Sullo perché le operazioni chirurgiche sulla casa rappresentano l’unico tentativo riuscito di una politica organica e coerente dei governi che si sono succeduti: in nessun altro settore si è realizzata una tale concordia di obiettivi e di realizzazioni, anticipatrice della totale sintonia tra destra e diversamente destra, in previsione del coronamento del sogno del partito unico.

È già da un po’ che ci siamo persuasi che Renzi si è assunto gioiosamente il compito di concretizzare le visioni del Cavaliere e di rendere effettivo il principio cui si ispirava la sua “weltanschauung”, la sostituzione dello stato con poteri privati, l’egemonia di una visione individualistica di tutto, risorse, servizi, spazi, attraverso l’abbandono delle regole e delle leggi, la distruzione del primato dell’autorità pubblica nel governo del territorio, il sostegno alle rendite e la legittimazione della speculazione. I suoi pilastri ideali, tradotti in slogan prima e in azioni poi, erano:  ognuno è proprietario a casa sua, e fa della sua terra ciò che vuole; e i  problemi delle città si risolvono costruendo attorno a ciascuna di quelle esistenti delle appendici, delle Citta Due, Tre, Quattro, libere da vincoli in un festoso Far West di deroghe, condoni, e grazie alla sistematica demolizione della pianificazione urbanistica,  all’ esautorazione degli enti locali e all’allentamento dei controlli.

Se intimidito dalle reazioni – allora ancora ce n’erano – Berlusconi sospese il suo famigerato piano casa, quello che ben lungi dal realizzare alloggi per quelle fasce di cittadini che non riescono a trovare soddisfazione rivolgendosi al mercato privato, prevedeva semplicemente l’incentivo a chi possedeva già un’abitazione, o comunque un volume edificato, di ampliare la sua proprietà immobiliare e trasformarla  derogando esplicitamente da tutti i regolamenti e i piani nonché (almeno in una prima fase) dalle stesse norme di prevenzione dai rischi o di tutela dei beni culturali e del paesaggio, premiando le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare, Renzi ha raccolto il suo testimone affidando in prima battuta la materia a Lupi, quello che credeva che Ruby fosse nipote di Mubarak e che suo figlio fosse assunto in ruoli prestigiosi per le sue qualità professionali. Si devono a lui alcune delle operazioni più squallide, dal provvedimento chiamato con prosopopea “piano Lupi”, una montagna che doveva avere prioritariamente l’effetto di partorire un sorcio infame: la previsione  di tagliare luce e gas a chi occupa abusivamente un immobile, almeno 10 mila poveri, indigeni e stranieri, escludendoli   dalle gare di assegnazione per 5 anni.   Ma anche di ristabilire il primato assoluto del diritto proprietario e della rendita, attraverso un atto che pareva dettato dalla muscolare asso­cia­zione della pro­prietà immo­bi­liare e dai costrut­tori ita­liani, attraverso la riaffermazione del diritto edi­fi­ca­to­rio rico­no­sciuto per legge in eterno, sancito dal principio  che «ai pro­prie­tari di immo­bili è rico­no­sciuto il diritto di ini­zia­tiva (…) anche al fine di garan­tire il valore degli immo­bili».

In modo da  favo­rire l’ulteriore costru­zione di nuove case, quando anche i più sprovveduti conoscono   i motivi che a par­tire dal 2007 hanno por­tato a una dimi­nu­zione dei valori immo­bi­liari che nelle aree mar­gi­nali del paese ha rag­giunto il valore del 40% e si atte­sta sul 20% nelle peri­fe­rie delle grandi città: la crisi certamente,  ma soprattutto la smania “costruttivista”, che per vent’anni ha permesso di costruire senza programmazione e regole, per gonfiare le bolle e le roulette finanziari, per offrire l’accesso ai colossi immobiliare a finanziamenti pubblici, per nutrire il brand della corruzione. Con il risultato  che tutti gli isti­tuti di ricerca di set­tore par­lano di almeno un milione di alloggi nuovi inven­duti, facendo crollare  i valori delle abi­ta­zioni.

Il fatto è che non c’è solo la volontà esplicita di appagare l’avidità insaziabile dei signori del cemento.  Non c’è solo la proterva determinazione a mettersi al servizio del sistema rapace delle banche, attraverso le acrobatiche disposizioni in materia di mutui ( ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/03/07/il-rottamatore-della-casa/ ) o il trattamento “speciale” nella partecipazione alle aste.

Sono entrati in vigore a fine febbraio infatti i nuovi privilegi fiscali per chi compra le case all’asta, in continuità con dieci anni di forzature, consentendo a chi compra e vende case per “mestiere”  – imprese o istituti di credito e finanziari – alle aste immobiliari, di fare più soldi, grazie a una norma che permette la speculazione professionale,  pagando solo 200 euro di tassa fissa (anziché il 9% sul prezzo di aggiudicazione).  E non dimentichiamo come nella legge di Stabilità sia stata confermata l’oscena esenzione IMU in vigore dal 2013 (art. 2 del D.L. n. 102/2013) per gli immobili invenduti dalle imprese di costruzione. Non solo,  questo privilegio fiscale, inizialmente previsto per soli tre anni, è stato garantito per sempre dal Governo, favorendo le grandi imprese di costruzione senza riconoscere gli stessi diritti ai comuni cittadini.
No, non c’è solo l’obbligo di prodigarsi per accontentare la famelica divinità del profitto. Espropri o “ruspe” virtuali,  tutto  fa credere  che ci sia proprio un istinto ferino a colpire i cittadini in quanto ha sempre rappresentato un elemento di stabilità, una garanzia, una certezza che pensavano fosse inviolabile. Per ridurli in stato di ricattabile soggezione, di inguaribile e dannata insicurezza, in modo da esporli a intimidazione e minacce bestiali e naturali, come succedeva agli antenati nei sassi, nei gorfas, nelle grotte di Altamira. Solo che loro almeno prendevano la clava.

 

 

 


Profughi. Sindaci italiani non pervenuti

 IMG_4505Anna Lombroso per il Simplicissimus

…. Dob­biamo essere all’altezza della pro­messa fatta di fronte al nostro con­ti­nente in rovina: «Mai più» …. La nostra mag­gior respon­sa­bi­lità è di fronte al genere umano. Se con­ti­nuiamo ad alzare muri, chiudere  fron­tiere, lasciando il lavoro sporco ad altri stati per­ché siano loro a fare da gen­darmi delle nostre fron­tiere, che mes­sag­gio lan­ciamo al mondo? Che volto dell’Europa riflette que­sto Mare Medi­ter­ra­neo coperto da corpi senza vita?…. Noi, le città euro­pee, siamo pronte a diven­tare luo­ghi d’accoglienza. Noi, le città euro­pee, vogliamo dare il ben­ve­nuto ai rifu­giati e alle rifu­giate. Sono gli Stati a rico­no­scere lo sta­tuto d’asilo, ma sono le città a dare soste­gno. Sono i muni­cipi lungo le frontiere, come le isole di Lam­pe­dusa, Kos e Lesbos, i primi a rice­vere i flussi delle per­sone rifugiate; e sono i muni­cipi euro­pei che dovranno acco­gliere que­ste per­sone e garan­tir­gli di poter ini­ziare una vita, lon­tano dai peri­coli da cui sono riu­sciti a scappare…. 

Sono queste frasi estrapolate da un appello sottoscritto da sindaci di gandi e piccole città europee, che prosegue:  da Voi, governi degli Stati e dell’Unione Euro­pea, dipende che que­sta crisi umanitaria    non si tra­sformi in una crisi di civiltà, una crisi dei valori fon­da­men­tali delle nostre demo­cra­zie. Durante anni, i governi euro­pei hanno desti­nato la mag­gio­ranza dei fondi per l’asilo e le poli­ti­che migra­to­rie a blin­dare le nostre fron­tiere, con­ver­tendo l’Europa in una fortezza…

Non mi sono stupita se in calce a questo appello l’unica firma italiana è quella di Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa. Manca quella di Marino, manca quella di Nardella, manca anche quella di Pisapia. Magari non si sono accorti di questo richiamo a dovere e responsabilità, passato accuratamente sotto silenzio dalla stampa. Magari in qualcuno ha avuto il sopravvento la “ragion di municipio”, la preoccupazione  di perdere il consenso degli operosi cittadini lombardi che tacciono sulla misura punitiva ipotizzata dal governo  della loro regione nei confronti degli alberghi che decidono di ospitare profughi. Magari da uomini di mondo,   pragmatici e fattivi, si sono persuasi dell’inutilità di appelli e petizioni: e sarebbe un inedito in un paese dove una firma in calce non si nega mai.  Magari sono europeisti talmente convinti da accettare supinamente il giogo dei patti di bilancio, da approvare muri e recinti, da contribuire e acconsentire  nel loro piccolo a invasioni di Muos, trivelle, Tav, che disapprovano le critiche alla matrigna severa, ma giusta. Magari qualcuno, ma è una supposizione fantasiosa e probabilmente infondata, ha tratto profitto elettorale o addirittura finanziario dal brand dell’immigrazione, dal business più infame degli ultimi 150 anni., la speculazione a tutte le latitudini sulla disperazione di popoli in fuga.

Oppure semplicemente sono talmente contratti, ingabbiati, avviliti dal diktat più potente che viene dall’ideologia dominante: la proibizione a pensare a un’alternativa, la condanna del pensiero critico come fosse una colpa, la censura dell’utopia come fosse un’eresia, che non riescono a immaginare soluzioni civili, soluzioni umane, soluzioni responsabili, preferendo rovesciare su altri lagnanze e negligenze, preferendo delegare ad altri competenze e doveri, preferendo essere esautorati piuttosto che decidere, scegliere, governare.

Certo la sfida è ardua. La certezza amara che la bellezza non ci salverà, ripresa proprio in questi giorni da Salvatore Settis viene confermata da quello che succede nelle nostre città, grandi e piccole, impoverite dai debiti ma soprattutto, idealmente e politicamente, da una impotenza imbelle fatta di incompetenza, ubbidienza a lobby e rendite,  sottomissione a potentati privati locali e non,  dove la fa da padrona una forma di corruzione particolarmente subdola, quella dell’inerzia, dell’ammuina, del laissez faire, dell’inanellarsi di progetti che restano tali, perché l’astenersi dal realizzare  rende di più dell’azione, mediante promesse, incarichi continuamente rinnovati, studi da chiudere nel cassetto, consulenze e commissioni oggetto di ostensioni periodiche come prova di efficienza, ascolto dei bisogni, volontà di agire.

E suona retorico dire che quella dell’arrivo di profughi, in verità in misura minore che in altri paesi –  che  il nostro assume sempre di più il carattere di una tappa indesiderata,  e non è difficile spiegarselo – potrebbe essere un’opportunità per ragionare su modelli che non ripetessero pedissequamente sul territorio le disuguaglianze, grazie a un’urbanistica negoziale volta solo a assecondare poteri proprietari e ridotta a scienza del controllo sociale. Che moltiplica il format dei ghetti: su in altipiani lussureggianti quelli del lusso, protetti da guardiole, muri elettrificati, chiodi che vengono su dal selciato, vigilantes, giù o oltre, periferie favelas, bidonville, dove a poco poco silenziosamente si sono trasferiti vicini che non vediamo più, lasciati “marcire” nell’incuria, nell’abbandono, del degrado in modo da prepararsi a “accogliere” altri diseredati di altri colori, altre lingue, altre disperazioni, in modo che quello che era incivile diventi disumano, che il malessere diventi rancore, che il malumore diventi violenza da riversare su chi è più debole, su vite nude, senza docuemnti, senza identità, senza niente da perdere.

Città dove la rivelazione della morte in un condominio si ha dopo due anni per via dell’odore che aleggia e che si è cercato di contrastare incerottando la porta, dove a fronte di centinaia di alloggi vuoti e mai finiti centinaia di “senzatetto” di varia natura sono costretti a entrare nelle geografie dell’illegalità. Città dove impera il brutto, mentre il bello è trasandata, trascurato in modo che sia più facile, nell’indifferenza o nell’accettazione comune, darlo in affidamento. Città dove intorno alle cattedrali della modernità, torri di cristallo che si ergono specchiando sulle loro facciate la lontananza remota e crudele, si spargono insediamenti estemporanei frutto di un’urbanistica contrattata con i boss immobiliari, senza programmazione, senza pianificazione, senza progetto. Città dove le piazze, i luoghi dell’incontro e del ragionare insieme sono sostituite dai centri commerciali dove echeggia la monotona e pervasiva nenia della musica ambient lounge inframmezzata dai comunicati commerciali, dalle offerte, dalle occasione del gran mercato delle illusioni e dove si ricoverano individui che hanno perso la qualità di cittadini e perfino quella di consumatori, ridotti da nuove povertà a guardare senza toccare.

 

 


Un palazzinaro vi esproprierà

lupi-renzi-640Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avviata in forma pudicamente semiclandestina, si è chiusa il 15 settembre la consultazione online sul disegno di legge in materia di governo del territorio. Ci si duole poco di non aver potuto partecipare con raccomandazioni e suggerimenti: l’unica proposta sensata era accartocciarlo e buttarlo nel cestino dei rifiuti anche se la presentazione tramite brochure patinata faceva sospettare una scarsa propensione a introdurre modifiche a un testo che anche esteticamente si presentava come “definitivo” , sacro ed infrangibile.

E vorrei anche vedere, si tratta del vangelo della privatizzazione dei suoli, dell’apertura entusiastica a cemento e legalizzazione delle irregolarità e dei soprusi, del coronamento dell’ideologia dell’alienazione e dell’espropriazione e anche della consacrazione dei principi dello Sblocca Italia. La logica che lo sostiene è la stessa del job act, approfittare della crisi per levare garanzie, diritti, beni, frastornare con l’orrendo gergo dei giovinastri messi a fare i killer locali della democrazia: valorizzazione, flessibilità,  mobilità,  affrettare il naufragio popolare,  perché   le scialuppe sono poche e di proprietà esclusiva loro. Loro che sono a un tempo i topi, la peste, le ondate avvelenate dall’inquinamento di una ideologia  che condiziona la crescita al desiderabile incremento dell’iniquità, delle disuguaglianze, in modo che promuovano artificiali superiorità e inguaribili discriminazione, infami arbitrarietà e  inattaccabili privilegi in regime di totale monopolio.

Anche in questo caso l’arma è quella della divisione, dell’alimentazione di differenze e conflitti, quello di sempre tra chi ha e non ha, di chi possiede ma vuole voracemente possedere di più, ma anche quello molto moderno di chi attribuisce ancora valore a contenuti etici, alle ragioni della legge e della giustizia, al rispetto di regole e buonsenso, alla tutela di ambiente e risorse e chi invece considera tutto questo un molesto ostacolo alla libera iniziativa privata.

A fronte dei mille vizi del provvedimento, gli va riconosciuto la virtù della trasparenza dei fini. Serpeggia fino all’articolo 8  dove invece esplode con tutta la sua sfrontata potenza il fondamento cardine della proposta: l’egemonia indiscutibile e inalienabile della proprietà privata e quindi, c’è da sospettare, della sua rendita, riconoscendo ai proprietari   delle aree il “diritto di iniziativa e di partecipazione” nei procedimenti di pianificazione, tanto che, per non lasciare dubbi, i soggetti istituzionali – Comuni, Province, in questo caso tornate in auge, Città metropolitane, Regioni e Stato – sono sollecitati, nell’esercizio delle rispettive competenze, a estendere ai “privati che partecipano alla pianificazione” gli stessi principi che regolano i rapporti interistituzionali (leale collaborazione, sussidiarietà, trasparenza ed altri ancora).

Come sottolineano, in una lettera aperta ad altre firme, tecnici, studiosi, rappresentanti di quella società civile che viene ricordata solo quando si lascia andare a un remissivo consenso, si tratta di  un approccio che delegittima in  modo clamoroso i principi e le modalità che stanno alla base del processo di pianificazione e che dalla legge urbanistica del 1942, con modifiche, aggiornamenti e con l’innesto delle leggi regionali, è stato applicato sino ai nostri giorni. E nel quale non si ravvisano elementi di affinità in nessun’altra legislazione urbanistica dei paesi avanzati, come a dire che per una volta non si potrà dire che è l’Europa che ce lo chiede.

Eh si, il Renzi, il suo fiduciario Lupi, strafanno, ben oltre Berlusconi,  ben oltre Lunardi, ben oltre Matteoli, per non dire di Prandini, di Mannino, di Nicolazzi, di Gullotti o Ferrari Aggradi che mai si spinsero tanto oltre con altrettanta sfacciata derisione dell’interesse generale, dei beni comuni, della salvaguardia del territorio e delle sue ricchezze, della qualità urbana e abitativa. Spogliare la sfera pubblica e in particolare i Comuni,  della facoltà di pianificare e programmare gli interventi  che attengono al governo del territorio, significa escludere l’intera comunità, che gli amministratori locali sono chiamarti a rappresentare: se in altri settori viene spacciato come ammissibile se non auspicabile il ridimensionamento della presenza pubblica in funzione – vera o presunta – di una maggiore snellezza ed efficacia delle azioni e delle decisioni, in questo campo  la “confisca” per decreto delle competenze  non è   accettabile, visto  che le decisioni riguardanti la qualità dell’assetto del territorio e le relazioni che in esso si stringono e  consolidano riguardano tutti,  poiché il territorio appartiene a titolo di sovranità al popolo; poiché come stabilisce la nostra Costituzione, il diritto alla proprietà privata è condizionato al perseguimento della sua “funzione sociale”.

Nemmeno in piena Tangentopoli, nemmeno durante il regno dell’immobiliarista di Milano 2, 3, 4, 5 e delle new towns dell’Aquila si era arrivati a favorire  in maniera esclusiva e per legge la categoria dei  proprietari, attribuendo loro  la posizione riconosciuta di soggetti istituzionali coinvolti a pieno titolo nel processo di pianificazione, perfino negli interventi che dovrebbero   assicurare condizioni di maggiore benessere all’intera popolazione, alle categorie produttive, ai lavoratori, ai pendolari, agli artigiani, agli studenti, agli sfrattati,  conciliando le diverse aspettative che devono in ogni caso aderire alle istanze di   salvaguardia dell’ambiente  e di manutenzione e conservazione del patrimonio storico.

Ma la climax, l’apogeo, l’acme vengono raggiunti nelle disposizioni sul rinnovo urbano, amabile quanto allarmante definizione per opere mirate alla “valorizzazione” di immobili, stabili, condomini, isolati, quartieri, anche mediante fastosi abbattimenti e formidabili ricostruzioni, con criteri ispirati alla  rimozione degli ostacoli legali e legittimi a iniziative speculative, che si traducono nel dare spazio illimitato  ai privati, abilitati a attivare e consolidare procedure negoziali alla pari con i Comuni, accordandosi  perfino   in assenza di pianificazione operativa o in difformità da questa. E non basta: qualora nell’ambito di opere   oggetto del “recupero” prenda forma  un consorzio tra proprietari tale da rappresentare la maggioranza del valore degli immobili, è previsto l’avvio di una procedura che non ha precedenti nemmeno in epoca feudale, nemmeno nel latifondo: il consorzio è legittimato a punire la disubbidienza anche dettata da ragioni estetiche, dalla mancanza di requisiti di tutela e sicurezza, espropriando  i colpevoli di indisciplinatezza senza che sia prevista alcuna forma di tutela  a garanzia  dei proprietari indocili,  privati del proprio alloggio senza alcuna offerta in alternativa.

Per Lupi, esecutore fin troppo solerte, urbanistica vuol dire edilizia, vuol dire cemento, soprattutto quello della grandi opere, delle grandi colate, di grandi piloni, proprio come quelli cari ai gangster, pronti a ricevere chi si sottrae alle leggi della malavita o del malaffare. Nel presentare la sua proposta, prima di aprire la consultazione, il ministro ha citato più volte il Piccolo principe, auspicando certamente che il suo premier si affermi fino a diventare il Principe, autoritario , unico, dispotico, assoluto, abilitato a togliere, togliere per prendere, prendere. Homo homini lupus, sarà bene esercitarsi se le disuguaglianze fanno sì che loro siano sempre più Lupi di noi.

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: