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Archivi tag: Pericle

Piccola Atene, piccola Gomorra

Jack VettrianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

E dire che si erano auto-proclamati la Piccola Atene, quell’enclave di personalità stese mollemente sulle chaises longues dell’ultima spiaggia fino al dolce tramonto con “Chi” nascosto dentro al Newseek  e Dagospia iconizzato che occhieggia sotto Twitter per poi andare a nutrirsi nella grande greppia maremmana, una fiorentina a Vallerana, una pizza al Fontanile dei Caprai, il cinghiale da Guido, le cene di compleanno da Caino, in cerca ogni anno tutti gli anni dei sapori locali, come principi contadini che, magnanimi, valorizzano la grande tradizione della cucina italiana.

Se quella di quella Piccola Atene è la democrazia, l’hanno talmente screditata, che forse è meglio lasciarla a loro, al nemico, per saggiare le possibilità concrete della dittatura del proletariato. Se sono loro la classe dirigente (non a caso questo è l’unico contesto dove è concesso l’uso della parola classe, sostituita da “ceto”, target, segmento di pubblico, grazie al sopravvento linguistico del gergo di quella che ci fa e vince la guerra contro di noi) non stupisce che sappiamo testimoniare e rappresentare gli istinti peggiori, una volta tenuti celati per pudore, oggi liberamente sbrigliati ed esibiti nell’intento , legittimandoli a livello di élite d’avanguardia,  di promuoverne l’affrancamento nelle masse.

Deve essere quello il senso della divina e sdegnosa insurrezione della comunità di Capalbio: il principe di Garavicchio, ambientalista e Testa nuclearista, uniti nell’estensione del Nimby, dai termovalorizzatori e dagli inceneritori all’immigrazione, per proclamare che si deve, si,  accogliere, come si devono, si, trattare i rifiuti, ma non nel loro uliveto, non nel loro cortile, non nel loro giardino. E possibilmente le trivelle scavino, si, ma non davanti al tratto di mare dell’ultima spiaggia, alla loro villa di Cala Grande, perché le ragioni dello sviluppo magnifico e progressivo devono essere ambientate in modo da non disturbare il loro panorama, da non turbare i loro sonni, da non mortificare la loro vista con immagini di umiliazione e miseria, da non infastidire il riposo meritato delle loro fertili intelligenze, che, come è evidente proprio in questa occasione, sono stanche e hanno diritto a una pausa contemplativa.

50 immigrati a ciondolare a Capalbio, a Orbetello, a Albinia, ricoverati impudentemente perfino in alloggi “di lusso”, contigui ai loro possedimenti, pare siano un affronto, un oltraggio lesivo appunto della democrazia e della partecipazione di cittadini così speciali al processo decisionale: come hanno voluto precisare, loro, la crème, l’aristocrazia sia pure stagionale, non sono stati consultati. E sostengono di parlare a nome degli indigeni, probabilmente antropologicamente inferiori, quasi, forse, al livello degli aspiranti ospiti sgraditi, per segnalare l’impossibilità che si produca una benigna integrazione, che quando loro tornano alle loro elevate occupazioni in autunno, restano soli in balia di presenze invadenti, scomode e inquietanti.

E poi ammettiamolo, ne hanno pagati di mutui, hanno dato vita a fior di cooperative di famigli di mamma Rai, ne  hanno dovuto produrre articolesse e pensosi editoriali, hanno dovuto inghiottire rospi nella tremenda lotta per i soldi e il potere nelle impresi di Stato. Hanno il sacrosanto diritto di proteggere il valore delle loro proprietà e delle loro rendite, di ripristinare – ma è mai finita?- una necessaria apartheid che segni anche geograficamente e moralmente le disuguaglianze.

È vero che comprano i parei dai vu’ cumpra’ che transitano sul bagnasciuga, è vero che nonna  è accudita dalla moldava, è vero che come fa gli springrolls la loro tata filippina, nessuno, è vero che fanno il tifo senza remore per colorati annessi alla squadra olimpica, è vero che in passato hanno dedicato riprovazione e condanna per i sindaci sceriffi che multavano i lavavetri, è vero che si beano delle imprese della nostra guardia costiera che salva i naufraghi, ma quel che è troppo è troppo.

E infatti il loro mantra preferito è che in nome della sicurezza bisogna rinunciare a alcuni diritti e privilegi.  Dunque che ci rinuncino gli altri, quelli più abituati, che siano gli “stranieri” o quelli di Lampedusa. E poi non è vero che non dobbiamo abbandonare le nostre abitudini? Dunque le abbandonino gli altri quelli che con usi e tradizioni, hanno lasciato case e affetti.

L’importante è che non si vedano, l’importante, se proprio devono passare di qua, è che siano invisibili e non ostentino la loro disperazione, non ci guastino in buonumore vacanziero con la loro presenza fastidiosa.

Proprio Testa oggi ci fa sapere dal suo buen retiro  che sarebbero accettabili se potessero essere impiegati in occupazioni socialmente utili, se facessero come i buoni selvaggi romeni ospiti della Maremma che fanno della pasticceria squisita, se insomma si mettessero al nostro servizio, c’è da arguire, come giardinieri, camerieri, badanti, lavapiatti, meglio ancora per “riparare” il dissesto del territorio,  invece di bighellonare per le strade.  Ha ragione, di ripristino del suolo ci sarebbe proprio bisogno in una delle zone più sottoposte a speculazione, abusi, delirio costruttivo e immobiliare. Ha ragione, non fa bene né a noi né a loro che stiano in giro a non far nulla. Peccato che sia la condizione imposta non solo dalla mancanza di occupazione di una società in recessione, ma anche dalla volontà politica di ostentarli come parassiti, di accreditarli come quelli che ci rubano il pane, le case, il lavoro, per suscitare nel popolo bue quelle reazioni di pancia infami che nella divina comunità di Capalbio sono invece ragionevoli e civili manifestazioni degne dell’età di Pericle.

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25 aprile, l’abbecedario della Liberazione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anniversari: procedura istituzionale molto impiegata in sistemi consacrati a un rassicurante oblio e che permette di cantare Bella ciao un giorno all’anno e negli altri 364 celebrare l’addio alla Costituzione nata dalla Resistenza, ai diritti che voleva tutelare, al lavoro sul quale si fonda la Repubblica, alla sovranità che appartiene al popolo.

Bella ciao: nota canzone oggetto di un processo di revisionismo, che l’ha retrocessa a jingle di spot governativi. Le è andata comunque meglio che all’Internazionale definitivamente obsolescente, almeno quanto il Primo maggio degradato a Festa dell’Expo.

Colonialismo: epoca storica rimossa per quanto riguarda crimini e misfatti, ma presente nell’immaginario nostalgico e che resuscita di quando in quando, favorendo partecipazioni inopportune ed autolesioniste a “missioni di pace” a “esportazioni di democrazia” a “guerre umanitarie”, con sconcertanti ritorni nei luoghi dei passati fasti dell’impero fascista.

Democrazia:  governo del popolo. Da noi ha subito un iter di normalizzazione dinamica attraverso alcune rapide evoluzioni in oligarchia, cleptocrazia, peggiocrazia, poco percepite grazie a varie forme di anestesia del pensiero comune e molto accelerate mediante riforme elettorali, mirate a ridurre la partecipazione, compresa quella al voto, regredito a stanca e arcaica formalità domenicale, indegna di un paese moderno e competitivo, l’ultima delle quali verrà probabilmente celebrata ogni 27 aprile, come ricorrenza fondativa  della restauraazione del regime.

Epurazione: rito propiziatorio del consolidamento di leadership affette da cesarismo. Molto caro a vecchie e nuove tirannie, ha registrato la dismissione dell’olio di ricino, preferendo la riprovazione in rete e la cancellazione dalle amicizie nei social network,  ricorrendo alla felpata  sostituzione di oppositori sia pure cauti con entusiaste cheerleader e appassionati tifosi. Non viene praticata nei confronti di accertati fuorilegge, di criminali rei confessi, perlopiù eredi dinastici e  non  di omologhe bande influenti dopo 70 anni fa grazie a successivi accreditamenti e redenzioni.

Fascismo: vivo e vegeto, sembra saper superare eclissi formali per ripresentarsi con rinnovata potenza, in virtù di  reiterati riscatti e periodiche legittimazioni. Il suo recupero, anche in  assenza di lettura storica affidata invece a varie interpretazioni “giornalistiche” e divulgative aberrante, viene facilitato  dalla riproposizione sotto diverse etichette, degli stessi capisaldi irriducibili e delle stesse qualità genetiche: corruzione, servilismo a padronati locali e esteri, autoritarismo, incremento delle disuguaglianze sociali, disprezzo della rappresentanza, razzismo, xenofobia, penalizzazione del Mezzogiorno, impoverimento del patrimonio pubblico, dileggio della cultura.

Guerra: nessun treno in orario dovrebbe riscattare un regime dalla vergogna di aver portato una nazione  in guerra, con gli stivali di cartone sul Don e i fucili che fanno cilecca, per appagare gli appetiti insaziabili dell’avidità di industriali, banchieri, clero,  classe politica corrotta. Vedi alla voce Storia, a proposito dell’incapacità di stati e popoli di apprenderne al lezione, se un Paese alla fine del secolo breve che faceva auspicare anche la fine della barbarie più cruenta, si associa a improvvide imprese imperialistiche, se addirittura si propone di promuovere azzardate campagne militari, in barba a una costituzione che le ripudia.

Heidegger: in nazioni che hanno saputo fare i conti col passato, non si sono verificati caso di riabilitazione sgangherata di intellettuali intrinseci col regime e l’ideologia nazifascista. Nemmeno in Italia, dove la restituzione di stato, dignità, cattedre e posti non si è resa necessaria a causa dell’inamovibilità di un ceto politico, accademico, manageriale, giornalistico, intoccato dalla vergogna, dall’autocritica e inviolato da censure e riprovazione pubblica e privata, tanto che una “più alta carica” ha ostentato l’adesione tardiva, quindi ancora più colpevole, al Guf, come la appassionata manifestazione di militanza culturale di un giovane, proprio quando altri giovani andavano a difendere perfino le sue libertà in montagna.

Immigrazione: proprio mentre favoriva l’emigrazione di lavoratori italiani verso le colonie, mentre promuoveva quella interna con l’assorbimento di una considerevole parte di manodopera proveniente dal Mezzogiorno italiano e dalla parte Nord-occidentale del paese, ma anche verso Roma, per renderla più popolosa, grande e splendente di opere, mentre    orientava l’esodo veneto, quello friulano e quella romagnolo verso la Sardegna e l’Agro pontino, mentre non si esauriva il flusso verso America e Australia, il fascismo  preparava il grande esodo di connazionali  come merce di scambio con le materie prime indispensabili alla crescita dell’economia italiana, in particolar modo  del carbone: nel corso del triennio 1938-1941, più di 400 mila cittadini italiani sono mandati a lavorare in Germania sulla base di un’ intesa economica raggiunta tra i due stati. Ma noi eravamo noi e gli altri erano gli altri: un ideologia intrisa di sciovinismo, xenofobia, razzismo assimilava agli stranieri/nemici tutti, ebrei, omosessuali, zingari, slavi, oppositori. Nel ’41 provvede a cederli all’alleato,o  li confina in lager nostrani,  o li interna in campi, uno dei quali è “dedicato” ai cinesi in numero di quasi duecento. Ancora una volta si rinvia alla voce Storia.

Jobs Act: allora avrebbe avuto altro nome, ma è lo stesso l’annichilimento del lavoro e dei suoi valori di affrancamento e emancipazione, la loro riduzione a difesa corporativa e solitaria della fatica, come unico diritto, l’annientamento della rappresentanza di interessi e garanzie, la retrocessione  del lavoro a servitù feudale, il primato dell’ubbidienza e dell’assoggettamento ineluttabile al padrone o al generale.

Liberazione: si è parlato molto quando ancora si tentava una lettura storica di quell’epoca di tre resistenze, come di una guerra patriottica, di una guerra civile, di una guerra di classe, esaltando o censurando il ruolo di chi come Bandiera Rossa, peraltro osteggiato dal Partito Comunista, si prefissava di trasformare la Resistenza in rivoluzione sociale. Ma  una contrapposizione  così manichea di obiettivi non ha voluto tener conto che comunque la lotta di liberazione non  si limitava all’aspirazione di riscatto e riappropriazione del suolo patrio, che abbattere il regime significava proporsi la trasformazione della società, l’emancipazione da autoritarismo, corruzione, clientelismo, familismo, sopraffazione economica e padronale, per dare forma alla visione della democrazia, dei diritti e dei doveri che prevede, delle libertà che vi si esprimono.

Memoria: tecnologia ad intermittenza  arbitraria, soggetta a strumentali blackout individuali e collettivi, preferibilmente circoscritta a liturgia da officiare una volta l’anno, come il rispetto di donne, babbi, mamme, nonni possibilmente benedetta da cioccolatini, cognac e cravatte. Essendosi persa quella del lavoro, la sua commemorazione è sospesa (vedi alla voce Bella Ciao).

Neonazismo: guardato con indulgente tolleranza, come a fenomeni di giovanili intemperanza, di folklore inoffensivo, rinfrancato da revisionismo e negazionismo, ben organizzato e finanziato tanto da intimidire e perseguire chi ne denuncia la minaccia attraverso i canali legali, denunce per diffamazione, propaganda, protezione di cariche istituzionali e elettive, e quelli illegali, violenze, abusi, soperchierie, il movimento internazionale beneficia di riflettori mediatici e di nuovo vigore, grazie all’adesione più o meno esplicita a partiti presenti nei Parlamenti che ne hanno sdoganato gli “ideali” col favore della crisi,  della diffidenza, della paura.

Opposizione: vedi alla voce Storia, come il passato da Pericle a Cesare, dalla Rosa Bianca all’Aventino, non insegni nulla. Oggi poi si tratta di fenomeno marginale, che non desta allarme sociale né preoccupazione nei Palazzi. Intellettuali vaporosi ed evaporati, media ginocchioni facilitano le operazioni di ridicolizzazione ed emarginazione, mentre qualche aggiornamento è stato introdotto a livello semantico,  da disfattisti a gufi e rosiconi.

Pacificazione: formidabile figura retorica volta a  sostenere il passaggio da governi di salute pubblica, di unità nazionale, di larghe intese fino a partiti unici, per indurre la convinzione che “sono tutti uguali”, tutti rubano quindi l’uno vale l’altro, tutti sono colpevoli ed innocenti, tutti a loro modo sono vittime e aguzzini, così da sollevare i cittadini dalla fatica della scelta.

Storia: l’uso di parte che se ne è fatto, la  divulgazione aberrante dei  Pansa, dei Bruno Guerri e così via, se non sono del tutto riusciti nell’azione di canonizzazione del fascismo, di dittatura domestica e bonaria, quando non innocentemente ridicola, ne hanno comunque decretato la fine in quel 25 aprile come se l’indole all’illegalità, la personalizzazione della politica, la sopraffazione, il totalitarismo, il razzismo, la xenofobia fossero terminate allora e se ne fosse magicamente  impedito il  ripresentarsi sotto nuove e dinamiche forme, adatte ai nostri tempi, anche grazie a certi regolamenti di conti e all’ideologia della riappacificazione.

Tiranni: alcuni storici hanno approfondito il tema della ricorrenza delle dittature in Italia, della loro durata, della predisposizione nazionale ad affidarsi a una personalità dispotica,  con una vocazione istrionica al protagonismo, al primato della propaganda. Se il fascismo fu il primo esempio di una tirannia di massa, il berlusconismo si è presentato come un regime formalmente democratico ma in realtà ferocemente controllato da uno solo,   senza l’uso della forza, ma con lo stesso scandaloso aggiramento delle leggi, con la stessa manipolazione dell’opinione pubblica. Ambedue sono durati una ventina d’anni. C’è quindi da preoccuparsi per il nuovo corso.

Unità:  L’inizio del  processo di normalizzazione, inteso ad addomesticare  sul nascere le pulsioni  innovatrici incubate nella Resistenza, coincide con  la caduta del governo Parri, quando si affievolisce   la speranza di un cambiamento profondo dell’Italia e  si afferma  la retorica dell’unità nazionale, sfruttata per sottovalutare le differenze politiche, culturali, ideologiche  fra fascismo e antifascismo, per favorire il consociativismo,  per spegnere la luce dell’utopia. Tramontato il sogno dell’unione dei lavoratoti, sancita quella dei padroni, consolidata quella di maggiordomi zelanti al servizio dell’imperialismo finanziario, si è messo un sigillo anche sull’altra unità, quella fondata da Antonio Gramsci, che oggi avrebbe dovuto tornare in edicola grazie al suo sponsor, a finaco di Stop e Vero.

Violante: a lui si deve il riscatto e la riabilitazione dei ragazzi di Salò, impudentemente messi alla pari dei fratelli Cervi. Malgrado ciò, malgrado l’assistenza morale al condannato ben prima della pena, non è riuscito a diventare presidente della Repubblica, sacrificato da ingrati ed irriconoscenti.

Zeta: pare che l’orgia del potere sia la vera festa italiana.

 

 

 


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