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Pedaggio? No, estorsione. Il racket delle autostrade

Ponte-crollato-1030x615-720x430Alle volte i disastri rendono più chiaro lo sguardo, livellano gli ostacoli che si frappongono alla vista o i veli che la confondono: così la strage di Genova, il crollo improvviso di quel ponte definito in ottima salute, è un apologo della raccapricciate banalità del male oligarchico finanziario. Un caso di scuola del neoliberismo, dei suoi assetti, della sua incongruità ontologica con gli interessi comuni. Al di là delle specifiche responsabilità che purtroppo sarà molto difficile accertare e delle incerte conseguenze sul piano politico, basta soltanto guardare dentro la scatola nera di Atlantia per vedere l’abisso: essa infatti è detenuta per poco più del 30 per cento da Benetton  attraverso la solita matrioska societaria, poi viene un fondo sovrano di Singapore che possiede oltre l’8 per cento e per quote via via inferiori la finanziaria statunitense Blackrock, una sorta di longa manus di Washington negli affari europei, poi la Hsbc, una grande banca inglese al centro di un enorme quanto soffocato scandalo di evasione fiscale visto che ha fatto sparire dai radar fiscali oltre 180 miliardi dollari e infine la Fondazione della Cassa di risparmio di Torino. Il resto dell’azionariato, le cosiddette quote flottanti che cambiano di mano a seconda del mercato, è  rappresentato in gran parte da investitori istituzionali americani e inglesi mentre solo il 19% è in mani a gestori di risparmio o come dire, azioni occulti italiani.

Come si può facilmente vedere si tratta di capitali puramente speculativi, senza alcun interesse per il Paese o per l’efficienza o la sicurezza della sua rete stradale: il fatto che gli incassi dei pedaggi siano di fatto scollegati dalla gestione effettiva ne fa un bocconcino niente male per questi pescecani i quali sanno bene che poi per gli investimenti veri subentra Pantalone, ovvero lo stato, ovvero noi. Sarebbe ben difficile immaginare che soggetti così diversi e distanti possano avere attenzione a un servizio universale che si svolge in un ambiente estraneo. Del resto Atlantia che ha sfruttato l’eredità del telepass ovvero delle tecnologie sviluppate in ambito pubblico, ha certo in Italia la  maggiore fetta di affari, i tremila chilometri di autostrade, oltre agli scali di Fiumicino e Ciampino, ma gestisce anche gli aeroporti francesi della Costa azzurra (in diretta concorrenza con il nostro turismo), oltre ad altri 2000 chilometri autostradali a pedaggio in Cile, Brasile, India e Polonia. Sempre e comunque nella stessa logica.

Infatti i 6 miliardi di ricavi li sta facendo senza aver mai costruito menneo un metro di strada, un pilone, un guard rail: fa solo e solamente gestione con i risultati che abbiamo visto e di fatto rappresenta un vistoso esempio di quella economia nata nel brodo di cultura neoliberista che si mostra come dinamica e modernissima, ma che in realtà è soltanto parassitaria, campando come un fungo velenoso su strutture realizzate in precedenza o comunque da altri soggetti, sempre pubblici e incapace di fare qualcosa se non l’esattore per stessa. Non meraviglia in queste condizioni che i pedaggi delle autostrade italiane siano i più alti del continente. E non meraviglia nemmeno che proprio questo organismo parassita, forte dei suoi profitti, così’ alti da comprarsi il consenso, immagine e copertura mediatica. faccia una caparbia resistenza contro tutto ciò che mette in pericolo il sistema da cui guadagna. E’ abbastanza evidente che l’era delle strade a pagamento si sta concludendo: in Germania, Belgio e Olanda non si è mai pagato; in Svizzera, Austria, Slovenia, Croazia Ungheria e Romania i problemi di gestione dei pedaggi sono stati eliminati con il pagamento di una cifra fissa per un certo periodo di tempo che prescinde dai chilometri percorsi e che per un abitante del luogo è enormemente conveniente rispetto alle nostre tariffe (in Austria per un anno a chilometraggio illimitato si paga meno di un viaggio Roma  Milano e ritorno da noi )  in Spagna è in atto un dibattito per eliminare i pagamenti che probabilmente rimarranno solo per alcune opere particolari come trafori o lunghi ponti. vista anche la confusione che creano 29 società di gestione che si riferiscono alla tratte costruite in origine.

Dunque il ruolo di società come Atlantia ha solo un grande futuro dietro le spalle e in realtà il discorso della nazionalizzazione che si va facendo in questi giorni dopo la tragedia di Genova dovrebbe essere fatto a prescindere proprio perché lo strumento del pedaggio è vecchio, nato in anni lontani quando lo sforzo finanziario per la creazione della rete autostradale era gigantesco, ma divenuto ormai anacronistico, tenuto in piedi, sia da noi che in Francia proprio dagli interessi delle società che gestiscono le  tratte e i caselli. Basterebbe introdurre la “vignetta” come in tanti altri paesi e di colpo Atlantia e i suoi 6 miliardi di raccolta non avrebbero più letteralmente senso: i cittadini e le aziende risparmierebbero e lo Stato con la raccolta potrebbe efficacemente svolgere l’opera di manutenzione primaria  Ai privati, sempre che si accontentino di profitti collegati alla qualità dei servizi, una cosa che oggi i famosi azionisti schifano, c’è sempre la gestione dei distributori, degli autogrill, del soccorso stradale e di altre iniziative che possono essere facilmente immaginate. specie in un periodo di trasformazione tecnologica.  Ma cominciamo col farla finita con gli squali.

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La bomba carta di Conte

dio Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Via a revoca della concessione ad Autostrade. Non possiamo aspettare i tempi della Giustizia”. La frase di Conte ha avuto l’effetto di una bombetta puzzolente scaraventata da un giovinastro imbucato in una cena della Rotary.

Ma come, si saranno detti i convitati, autori di varie tipologie di massacri sociali, di erosione di sovranità, di cancellazione di diritti e conquiste del lavoro, di stravolgimenti costituzionali, di corruzione autorizzata per legge, e pure quelli che li guardano da dietro i vetri con invidia sperando in qualche avanzo tirato con bonomia, e che hanno subito senza obiettare l’avvicendarsi di golpisti, lo sperpero e il ladrocinio di beni comuni.

Ma come, e dire che l’avevamo tirato su così bene: studi appropriati, adeguate frequentazioni e pure il patentino del diavolo di avvocato e adesso cede al molesto populismo come fosse lecito  paragonare il delicato incarico dato a Autostrade e le sue responsabilità all’agire di un padroncino di pullman che ha trasportato ragazzini morti e feriti in un prevedibile incidente, e che invece di spendere parte della remunerazione contrattuale per controlli e manutenzione dell’automezzo se li è inquattati per godersi la vita insieme ai  soci. Proprio come farebbe l’uomo della strada che passa ogni giorno su ponti e viadotti a rischio, che paga profumati pedaggi, che sta ore in fila in autostrade frequentate (mentre altre, la Brebemi per fare un abusato esempio, lastricate di cattive intenzioni e malaffare sono deserte) a causa  di perenni lavori in corso, avviati e prolungati ad arte per favorire introiti opachi.

Il fatto è che a turbare i benpensanti del neoliberismo non è certo l’intemperante minaccia allo stato di diritto, considerato una loro prerogativa in regime di monopolio messa in pratica con leggi ad personam, intimidazioni nei confronti della magistratura, ricatti economici alle forze dell’ordine, smantellamento del sistema della vigilanza, affidamento dei controlli nelle mani dei controllati. Non è la preoccupazione che si instauri uno sbrigativo Far West, con la cancellazione della pretesa di innocenza, macché. A   impensierirli di quella inattesa incursione nel realismo  a discapito della realpolitik, è la creazione di un allarmante precedente che potrebbe determinare delle falle nel sistema delle privatizzazioni, restituendo allo stato la facoltà di esigere il rispetto delle più elementari norme contrattuali, la trasparenza e la rintracciabilità delle risorse erogate e il diritto di parola sul loro impiego in materia di servizi, manutenzione, sicurezza.

Così si è subito messa in moto la macchina minatoria con tanto di “Europa che ce lo impone”, avvertimenti trasversali e non in merito a sanzioni, multe, perdite in Borsa, il tutto indirizzato a dimostrare ancora una volta che non esiste alternativa al sopravvento dell’interesse privato su quello generale.

E infatti era una breve ed estemporanea incursione e tutti, Conte compreso, a chiedere indagini approfondite, investigazioni oggettive, commissioni ispettive, spaventati di riprendersi, compresi quelli che militano sul web, diritti alla difesa riconosciuti invece ad  assassini, e funzioni che la Costituzione e la giurisprudenza riconoscono allo Stato e ai cittadini. Come se la supposta negligenza dovesse essere confermata da ben altro oltre a decine e decine di morti.

Come se non fosse praticabile mettere al lavoro quelle Commissioni, quei giureconsulti per rivedere tutto il contesto dei patti scellerati sottoscritti con bande criminali cui è stata offerta in comodato e senza gare o con gare truccate la gestione dei servizi e del nostro vivere quotidiano: comunicazioni, trasporti, elettricità, gas, acqua, urbanistica ridotta a concessione di territorio e uso alle rendite, e in gran parte, istruzione, assistenza, patrimonio artistico e culturale, perfino il sistema pensionistico con aziende che lucrano allestendo fondi “obbligati” per i loro dipendenti.

E come se le privatizzazioni non avessero già mostrato il loro insuccesso, o meglio la cuccagna a corrente  alternate a beneficio dei fortunati azionisti e contro di noi e come se non fosse evidente a chi sa vedere oltre il guardare che in tutti i contesti: compagnie aeree, industria siderurgica, banche, aziende di servizi, la soluzione consisterebbe proprio nel riprenderci i beni comuni dei quali siamo stato spogliati.

Purtroppo è troppo tardi. Quella ideologia (ha un nome, Neoliberalismo, anche se viene pronunciato raramente e solo dai derisi addetti ai lavori del “benecomunismo”, quelli della «solita mine­stra sta­ta­li­sta e dirigi­sta che ha nutrito per oltre un secolo la sini­stra») ha intriso tutto come un veleno,  così pervasivo che  lo consideriamo come l’unico e insostituibile potere accettabile, alla stregua di una utopica fede millenaria,  una sorta di legge biologica, come la teoria dell’evoluzione di Darwin. Che può e deve ridefinire i popoli  in quanto consumatori, le cui scelte democratiche sono meglio esercitate con l’acquisto e la vendita, un processo che premia il merito e punisce l’inefficienza. I tentativi di limitare la concorrenza sono trattati come ostili al dispiegarsi di iniziativa e talenti. Pressione fiscale e regolamentazione devono essere ridotte al minimo, i servizi pubblici   privatizzati, l’organizzazione del lavoro e la contrattazione collettiva da parte dei sindacati sono considerate come distorsioni del mercato, che impediscono lo stabilirsi di una naturale gerarchia di vincitori e vinti. La disuguaglianza è  descritta come virtuosa: un premio per i migliori e un generatore di ricchezza che viene redistribuita verso il basso per arricchire tutti, tanto che gli sforzi per creare una società più equa sono sia controproducenti che moralmente condannabili.

Non c’è speranza: dopo l’abolizione della sfera politica democratica resta solo la vita economica. Deve aver vinto la soluzione fascista se il capitalismo organizzato nei diversi settori diventa l’intera società,   talmente dominata dai rapporti commerciali, al punto, paradossalmente, di perdere il controllo delle attività economiche, in funzione di un mercato esteso su scala mondiali e che crea e consolida istituzioni ed equilibri al suo servizio, che si regge sulla pretesa che gli esseri umani si comportino in modo da tale da appagare accumulazione, guadagno, avidità. Il paradosso è che con tutta probabilità si è insinuato un germe suicida nelle regole che si è imposta la teocrazia del mercato, come spesso succede a chi è posseduto da una incontrollata hybris, da una tracotanza così orgogliosa e cieca da ribellarsi a ogni ordine morale e umano, ammesso che vi sia ancora qualcosa di umano in terra. E non si sa se la sua caduta è auspicabile, se la sua apocalisse ci salverà.


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