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La Rai di Amici miei

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Meglio fare attenzione. Un giorno o l’altro potrebbe arrivare e pretendere di imporre i suoi nomi al consiglio della bocciofila, designare l’economo al centro anziani, l’amministratore e magari anche il portiere del vostro condominio.

È che ha una cerchia vasta e rapace di famigli, amici, affini che avanzano pretese e vanno accontentati, gente ormai in fila da un bel po’, accampati nel dimenticatoio dal quale vengono estratti come surgelati prossimi alla scadenza da qualche talk show, appartenenti alle cricche del familismo amorale, assatanati postulanti di clientele risparmiate dalla rottamazione, ma non ancora sistemate. Costretto a ridurre consigli di saggi, popolati di gufi e disfattisti, limitare il numero di pletore di tagliatori, spesso infidi, esauriti i giri di poltrone di enti e aziende pubbliche, persuaso della bontà di confermare come inamovibili inquisiti quando non pendagli da forca, quello è capace di arrivare a casa vostra. E dopo aver rinnovato grazie a   presidi ad personam i consigli di istituto, anche  grazie all’inserimento di personale di fiducia di Agnese,  aver nominato i segretari del sindacato unico e i probiviri di tutti i 10 circoli del Pd, al servizio di 100 mila irriducibili iscritti, vorrà decidere il vertice dell’impresa di pulizia che vi lava le scale, immettere facce nuove nel discount in fondo alla strada e chi più ne ha più ne metta.

Deve essere stato un problema per lui doversi trattenere nelle nomine della Rai, far finta di lasciar fare ai “partiti” e al Parlamento, non poter allargare il consiglio di amministrazione per infilarci personalità che popolano il suo panteon personale, Mago Zurlì, Jovanotti, la signora Briatore che della grande famiglia della televisione pubblica fa già parte come intrattenitrice in uno show che si contende la palma dell’ignominia con quelli di Agon Channel, i Righeira, qualche chef di fiducia di Farinetti.

Per fortuna gli sono morti La Pira, Mike Buongiorno, Berlinguer, Funari e Mandela così non ha dovuto trovargli una sistemazione, per lasciare  invece il posto a  Franco Siddi, Guelfo Guelfi, Rita Borioni,  Paolo Messa,   Arturo Diaconale,  Giancarlo Mazzucca, e, obtorto collo, Carlo Freccero, sgradito in quanto competente, proprio come quei saccentoni, quei sapientoni, quegli intellettualoidi che ostacolano dinamico progresso e audace modernizzazione.

Guelfo Guelfi, pseudonimo di Guelfo Guelfi, un nome che pare quello di un fidanzato pilota dei romanzi di Liala, è così assiduo del premier da potergli essere parente; è stato consulente della sua comunicazione fin dai tempi della  presidenza della Provincia, quando il giovane Matteo smantella l’ufficio stampa per affidare la comunicazione dell’ente a Florence Multimedia, società creata ad hoc  nota per sconcertanti partite di giro, per aver intascato 6 milioni “poco chiari” secondo il parere della Corte dei Conti ed anche per la promozione di eventi epocali: la mostra Ori, Argenti e Gemme, Oleovagando, una insostituibile mostra su Valencia, oltre all’evento il Genio Fiorentino, realizzato per “immaginare un futuro che già ora ci impone sfide all’altezza dei personaggi più illustri che hanno fatto grande questo territorio”. Guelfi, pronipote di un mazziniano, un’obliata militanza in Lotta Continua, di Florence Multimedia è stato il direttore creativo, ma a motivare  la sua ascesa nel Gotha della radiotelevisione pubblica c’è soprattutto il suo curriculum di pubblicitario al servizio della politica. Pare che dobbiamo a lui molti motti celebri del reuccio, l’idea di riformare i loghi e gli slogan della città di Firenze, per “accreditarla” presso il grande pubblico, la centralità attribuita alla rete, la comunicazione tramite Twitter, insomma l’annuncite. E cosa avremmo potuto aspettarci da uno che sul suo blog pubblica certi pensierini: “Il tempo nuovo abita il vecchio con impazienza. Ha le sue buone ragioni. Se non fosse così non ci sarebbe mai stato il tempo. Ogni cosa sarebbe restata com’era: redingote logora, sbottonata”.

Potremmo immaginarcelo in redingote abbottonata  invece uno che ha saputo invecchiare senza impazienza, grazie alle provvidenze che da fonte pubblica hanno foraggiato la sua creatura, quel quotidiano che, sarò sfortunata, non ho mai avuto il bene di vedere in edicola, ma nemmeno nella mazzetta di un notabile, quella Opinione, diretta appunto da Arturo Diaconale, così ben ravviato da suscitare l’invidia del ciuffo di De Bortoli, a differenza di lui trombato forse per eccessiva familiarità col mondo dei media o magari per un tardivo ravvedimento che ha dettato al suo Pc qualche critica indirizzata al governo e al suo presidente.

Allo sconosciuto Siddi, ex presidente (per due mandati) e ex  segretario (per tre mandati) della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, del quale si mormora che  abbia perfino fatto il giornalista prima di  passare a pieno  tempo pieno all’impegno nel sindacato dei giornalisti si deve una prima dichiarazione molto significativa: l’auspicio di contribuire perché  la Rai diventi “una  vera azienda, perchè è la principale azienda culturale italiana” mediante “ una transizione fortemente proiettata sul rinnovamento”, che tradotta nella lingua del partito unico della nazione – Siddi è stato votato dal Pd ma anche dal centro –  vuol dire esaltare i valori del mercato, della competitività, del marketing, del management, insomma dell’aziendalismo in modo che a partito unico corrisponda Raiset o Mediarai che dir si voglia. E quindi ci vuole un lobbista, ma che non vuole che si sappia altrimenti si incazza come una formica. Potrebbe essere  Paolo Messa, fondatore di Formiche,  vicino ai centristi,  autorevole  attività di ufficio stampa dell’Udc  e al  Ministero dell’Ambiente, criticato per un supposto conflitto di interesse tra alcune poltroncine in Invimit, Centro Studi Americani, Conai. Intanto potremmo rimpiangere  per il comparto quote rosa e rappresentanza della società civile,  la Tobagi, sostituita da tal Rita Borioni, che non è nemmeno un’orfana eccellente e che vanta nelle referenze una specializzazione in storia dell’arte, poco rilevante si direbbe se ad accreditarla presso l’ottava, la Tv,  è  la funzione di  assistente di Andrea Marcucci, oltre, ci aggiorna Lerner,  alla redazione di “diversi pezzi” per Left Wing,   la rivista della corrente di Orfini.

Un parterre così merita un presidente adeguato. Aspettiamo di ora in ora se la prestigiosa carica andrà a Barbara Palombelli reduce dai fasti di Forum, trasmissione di punta della diversamente concorrenza, Oppure se il prescelto sarà Marcello Sorgi, molto quotato come lettore di titoli di quotidiani nei vari talkshow. O se verrà tolto dalla naftalina nella quale giacciono commentatori che si accorgono degli eventi dopo che sono successi da un bel po’, Piero Ostellino. Intanto per l’incarico di direttore generale si dà per certo il nome di Alessandro Campo Dall’Orto, uno che ha indirettamente lavorato sia per la Rai che per Mediaset. È infatti famoso come affossatore della concorrenza grazie al flop de la7, insomma l’uomo giusto al posto giusto.

 

 

 

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