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Altro che vaccini: in 12 milioni costretti a rinunciare alle cure

news127508Qualcuno leggendo questo blog avrà probabilmente notato come l’ottimismo vi abbia poca cittadinanza, sia nella sua forma di ottusa adesione alla fiesta mobile del liberismo che in quella di placebo o peggio ancora di rimozione dei dati di realtà. Questo perché l’ottimismo, se applicato al di fuori delle singole esperienze personali, non è tanto una sorta di stato d’animo, un tentativo apotropaico ma diventa una deformazione conoscitiva e in ultima analisi un auto inganno. In realtà le stesse categorie di ottimismo e pessimismo sono spurie e nate all’interno del dibattito filosofico sul migliore dei mondi possibili tra la Teodicea di Leibniz e il Candide di Voltaire insomma, poi volgarizzate dal capitalismo trionfante nella prima metà dell’Ottocento in quanto utili alla sua mitopoietica e alla spiegazione antropologica del mercato, con una puntata teologica attraverso Weber e l’etica protestante.

Credo che sia una doverosa introduzione alla sempre più radicata convinzione che l’Italia non ce la può fare preda com’è di una ceto politico insignificante in tutto tranne che nella corruzione, di una società ormai atomizzata e indirizzata nel complesso dalla peggiore informazione del mondo occidentale quella che mente persino nelle previsioni del tempo per ragioni turistiche e che – agghindata nei panni del boia quando si tratta della minima protesta – trasforma in eroi i terroristi venezuelani che bombardano dagli elicotteri i palazzi governativi. Se questa carta straccia vende ancora qualcosa della sua merce adulterata vuol dire che qualcosa non funziona, che non è solo la testa del pesce che puzza, ma è il corpo che sembra presentare inizi di ottenebrazione e decomposizione sempre più evidenti.

Tre settimane fa è stato presentato dal Censis un nuovo rapporto sulla sanità nel quale si scopre che 12, 2 milioni di italiani hanno dovuto rinunciare alle cure sanitarie per l’impossibilità di pagarre persino il ticket con un aumento di oltre il 10 per cento rispetto all’anno precedente. Nel contempo – nell’ambito del caos organizzato della sanità pubblica, derivante dalle ruberie politiche e dall’avidità del ceto medico – sono mediamente aumentate di altri 8 giorni le attese per esami ed interventi, così che la spesa presso le strutture private è salita a 35,2 miliardi con un aumento di oltre il 4 per cento. Qualcosa di drammatico perché sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno (2016) hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria, 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con le banche, proprio mentre 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.

Ma mentre questi dati drammatici sono passati sotto silenzio, anche grazie all’anonimato anglofilo del convegno Welfare day in cui tutto questo è stato discusso, ciò che ha tenuto banco è stata la battaglia  sui vaccini obbligatori come se non si badasse per nulla al diritto alla salute, ma piuttosto alla libertà di rifiutarla a priori. Non mi voglio soffermare sulle assurde fesserie con le quali si sono prodotti centinaia di incompetenti e tuttologi allo sbaraglio, compresi quelli considerati autorevoli da chi non conosce i personaggi, che hanno seminato timori inesistenti, sinergiche nel tempo della paura, né sul singolare ragionamento che le vaccinazioni siano imposte dal sistema delle major farmaceutiche: in realtà queste nel medio periodo avrebbero tutto da guadgnare dall’aumento delle patologie piuttosto che dalla loro prevenzione. Non mi metto in questo discorso perché da un punto di vista formale non c’è dubbio che la libertà di rifiutare le cure (anche se in questo caso si agisce per conto di altri) sia basilare e che il comportamento ottuso della ministra con i suoi obblighi inutili in sostituzione di una corretta ‘informazione, sia stato un ennesimo esempio di stupidità governativa.

Sta di fatto però che l’unica fiammata sulla sanità sia stata questa e non una ribellione alla distruzione del sistema pubblico, allo scandalo di civilità costituito dai milioni di persone che non possono più curarsi, alla sempre più catastrofica disuguaglianza tra chi può accedere ai presidi sanitari e chi no. Si è incendiata invece sulla libertà di non prevenire, trovando guarda caso spazio e consensi all’interno di una sedicente sinistra che sta liberamente vaccinandosi contro l’intelligenza.

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Per l’Istat siamo felici: la nuova vergogna del Si

9cb31a6d-e6f4-4d85-b4af-47eda69673f2_largeIl referendum costituzionale, più ancora di altre occasioni, ha spalancato il vaso di Pandora di un Paese eticamente devastato, economicamente umiliato, privo di spina dorsale, nel quale alla continua vergogna istituzionale che di certo non giunge inaspettata dalla gang di Guappo Renzi, la quale ha approntato persino una elettorale scheda truffaldina, si aggiunge quella ignobile dei clientes del regime di ogni tipo, dagli speculatori  del farmaco, ai trafficanti di rifiuti fino ai talentucoli e figli di papà che campano di televisione e di spot, che hanno bisogno bisogno di piegare una testa che spesso è solo un’ipotesi di lavoro.

Sappiamo che una grande quantità di soldi pubblici, sono stati spesi per far sapere agli italiani all’estero che bisogna votare Sì, secondo un tipico metodo da lettera di Berlusconi, per non parlare dei due milioni di euro, sempre di tutti, spesi per uno spot del Sì spacciato per comunicazione sociale; Repubblica ci informa che dicendo sissignore si curerà meglio il cancro riprendendo un argomento del Cavaliere; il lugubre Del Rio, ignaro di ogni elementare correttezza ha invitato i sindaci a mobilitarsi per il sì; la Boschi invita fare stalking per far passare il massacro costituzionale; De Luca, lo squallido vigilante di Salerno, che dice di fregarsene della costituzione mentre a Ercolano il Pd ha avuto la faccia di appropriarsi dell’immagine di Falcone per propagandare il proprio prefascismo da debosciati. Ma questo è ancora niente perché persino l’Istat ha gettato la maschera e si è rivelato per quello che è: un organismo di governo che fa carte false pur di asserire le verità del padrone di turno. Certo gli standard internazionali con la loro visione politica tutta amerikana, lo aiutano molto a metter un velo di piombo sulla realtà senza dover fare esame di coscienza, ma ancora non basta e perciò tira fuori ad orologeria un’indagine che attesta la ritrovata felicità degli italiani, un puro ballon d’essai con il solito scopo di aizzare i titoli dei media di regime a corto di buone notizie da far bruciare nella caldaia del Si.

Non c’è che dire precari sempre più precari, disoccupati con sempre meno speranze, pensionati e pensionandi sempre più derubati, operai licenziati e riassunti con salario inferiore, hanno improvvisamente scoperto di essere più soddisfatti delle loro condizioni di vita e hanno persino una migliore percezione della situazione economica. Dico subito che questo tipo di sondaggi su campioni la cui effettiva correttezza rimane segreta e sconosciuta, oltre ad essere infinitamente manipolabili non hanno alcun  senso e soprattutto non hanno alcuna validità scientifica, né possono essere ascritti a qualche disciplina che abbisogna di rigore. Concetti vaghi e indefiniti come quella di “soddisfazione per la propria vita” o di “percezione” lasciati alla libera interpretazione sia dell’intervistato che dell’intervistatore, dunque inutili e per giunta congegnati in maniera (la divisione in vari capitoli , famiglia, amicizia, lavoro, tempo libero, socialità e via dicendo la cui incidenza relativa, del tutto “politica” determina il risultato finale) da poter tirare fuori dal cilindro qualsiasi coniglio, sono puri strumenti di falsificazione e di narrazione opportunista. Si tratta di nient’altro che concrezioni dell’antropologia liberista, condite di un po’ di matematica per far sembrare credibili al profano le favole del potere.

Si può capire che le statistiche sull’occupazione – tanto per fare un esempio – siano falsate in ingresso basandosi su una concezione ideologica della società e considerando come occupato un disoccupato che ha svolto un’ora di lavoro in una settimana, ma questi sciocchi giochini della felicità e della fiducia sono manipolati anche in uscita a seconda delle necessità e delle urgenze che vengono dal governo da cui del resto l’Istat dipende. Il che significa che da esso dipendono posizioni, stipendi, assunzioni e quindi sono costretti a seguire quello che impone l’asino di Palazzo Chigi e a mettere insieme numeri da circo, acrobazie in punta di canna, ma di quelle pesanti .  Del resto Winston Churchill che di potere e dei suoi intrighi se ne intendeva parecchio diceva che ” sole statistiche di cui ci si può fidare sono quelle che abbiamo falsificato”.


Un No, anche contro la “ludopatia”

Stadio della Roma

Stadio della Roma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che, se la coerenza è la virtù degli imbecilli, come si legge spesso su Facebook, quelli del Pd e i loro fan devono essere davvero intelligentissimi, a ricordare l’encomio sobrio ma infervorato espresso a suo tempo per la decisione di Monti di non candidare Roma alle Olimpiadi del 2020. Cui adesso corrisponde invece la condanna, altrettanto risoluta, per chi ne segue l’esempio, con qualche motivazione in più e proprio come hanno fatto città magari meno investite da fenomeni di corruzioni, degrado dell’ambiente, fenomeni di saccheggio del territorio autorizzati e legittimati da aggiramento di regole e leggi, in virtù di inadeguatezze, incompetenze, ed anche di ritardi promossi e favoriti per ingenerare condizioni di emergenza da gestire tramite regimi speciali, sistemi di deroghe e commissariamenti.

E quell’altissimo QI è dimostrato anche dal nostalgico rammarico col quale guardano al celebre trombato, che, chissà perché, non si sono tenuti, visto che – è opportuno ricordarlo a chi si duole che una scelta strategica e cruciale come la candidatura ai giochi sia affidata a un Comune, mentre dovrebbe avere una portata nazionale per effetti e ricadute – fu proprio Marino a rivendicare quella deliberazione votata dalla sua Giunta che ebbe l’ardire di definire la “sua” strenna per i romani. E fu sempre il mai abbastanza rimpianto, soprattutto dagli abitanti di altre metropoli e cittadine, “marziano” a prodigarsi su un altro intervento altrettanto indecente –  sul quale mi auguro  la ferma opposizione di  Berdini, unico esponente al quale sarebbe comunque doveroso dare fiducia e consenso in una compagine schizzata che gli fa fare da contraltare al socio del sindaco picchiatore – consegnando la città al manipolo di speculatori di Tor di Valle e assoggettando  la Capitale all’empio progetto di uno stadio della Roma in un’ansa del Tevere a Ovest dell’Eur, Un intervento definito di pubblico interesse: circa un milione di metri cubi, pari a dieci Hilton, come ha ricordato Vezio De Luca ricorrendo all’unità di misura della speculazione edilizia inventata  da Antonio Cederna quando denunciava lo scandalo dei 100 mila metri cubi del famigerato hotel Hilton realizzato a Monte Mario dalla Società generale immobiliare.

Iniziativa anche questa molto auspicata dal partito, unico più che trasversale e manager della sola industria davvero produttiva del paese, quella del “falso”, tanto che, ricorrendo alla cosiddetta legge sugli stadi (in realtà tre articoletti spalmati lungo la legge di Stabilità 2014) l’ambizioso progetto, previsto in un’area che il piano regolatore destina a verde attrezzato, impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero,  riserva allo stadio una percentuale “minore” del 20%. Su circa 90 ettari infatti  è prevista l’edificazione di due costruzioni:  quella destinata all’arena (fino a 60 mila posti), e un’altra, costituita da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici dedicata  ad uffici, centri congressi, attività ricettive e commerciali. E chi se ne importa se  questo ennesimo laboratorio di un’urbanizzazione indirizzata solo a premiare rendita e proprietà privata, di un’urbanistica retrocessa a pratica negoziale con immobiliaristi e speculatori, non si preoccupa di collocarsi in un quadro di pianificazione di strutture, infrastrutture e servizi; chi se ne importa degli stadi,: quello in nuce ridotto a accessorio mentre nella si sa della destinazione dell’Olimpico e del Flaminio. E chi se ne importa di consultare e informare le comunità più direttamente interessate, se i giornali in questi giorni così impegnati in attività investigative, tacciono e tacciono perfino i tifosi della Lazio, nella non peregrina e probabile illusione di potesri fare uno stadio tutto loro a spese dei romani.

Le motivazioni che hanno portato il Comune a confermare l’annunciato no, non costituiscono gran motivo di interesse ormai, che siano state dettate dall’opportunità di mantenere il punto e riaggregare un consenso della base e degli elettori minacciato da comportamenti sgangherati e decisioni inopportune, o che invece abbia prevalso la volontà di dimostrare di avere a cuore, coi fatti, l’interesse  di una città in fallimento, con un debito storico intorno ai 14 miliardi, a carico delle generazioni a venire, compresi i debiti risalenti ai giochi del ’60, con un repertorio velenoso di  incompiute a cominciare dalla Città dello sport, con le rovine abbandonate delle costruzioni che dovevano essere completate per i Mondiali di nuoto del 2009, delle prodezze dalla celebrata Archistar, delle stazioni abbandonate, con Grandi Opere che di grande hanno solo la cattiva fama di laboratori sperimentali per corruzione, malaffare e infiltrazione mafiosa, come la Metro C.

E sono risapute quelle che muovono Renzi e il governo a battersi ancora e tenacemente per i giochi, se ancora ieri l’impunito di Palazzo Chigi si è pronunciato lapidario con la consueta faccia di tolla: “c’è chi dice no perché c’è chi potrebbe rubare. Ma in un Paese serio i ladri si arrestano. Ma se si arrestano le grandi opere allora hanno vinto i corrotti”. Una frase la sua davvero esemplare, per via del tornare sempre alla contrapposizione manichea tra si e no,  a causa dell’uso del condizionale a proposito dell’ipotesi remota che ci sia chi ruba nel contesto di grandi opere, grandi eventi, grandi interventi e piccole ricostruzioni, per il suo inusuale richiamo alla giustizia, una parola che sia nel suo significato morale che in quello amministrativo di solito gli fa venire l’orticaria, per non dire del condannabile abuso del termine “serio” per un Paese che sta riducendo a una macchietta, retrocesso a espressione geografica, espropriato di sovranità, lavoro diritti, storia, memoria, cultura.

Forse meno chiare sono le ragioni per le quali, irragionevolmente, vittime dei crimini della sua ideologia, lavoratori, inoccupati, disoccupati, precari, pensionati, malati, vecchi, invalidi, giovani che nemmeno cercano più un’occupazione e cinquantenni che hanno perso tutto compresa l’identità di persone,  dovrebbero dargli retta e, peggio ancora, perché qualcuno, per indole al masochismo o per istinto a preferire il tifo sportivo alla democrazia, gli conceda ancora consenso. Per alcuni ci sarà la speranza che si possa godere della ripetizione su scala e  a livello locale della pratica di clientelismo, favoritismo, familismo, corruzione anche di piccolo cabotaggio, del sistema arbitrario di deroghe e licenze, cifre irrinunciabili della politica governativa e che vengono interpretate come l’unica difesa rimasta in tempi segnati da discrezionalità, precarietà, perdita. Per altri resta un’aspirazione a appartenere, sia pure di riflesso, alla cerchia di chi è “arrivato”, sperando di essere contagiato da fortuna e privilegio. Per qualcuno si tratta ancora della nostalgica identificazione e del malinteso riconoscimento in un corpo sociale, in un’organizzazione, che era stata un grembo materno rassicurante, anche ora che sono evidenti slealtà e tradimento, abiura del mandato e della tradizione.

Ma è possibile anche che tanti siano così disperati da volersi far convincere dall’ottimismo farlocco dei profeti del “fare”, da un dinamismo che assomiglia all’iperattivismo di ragazzini viziati, piazzati davanti ai videogiochi, sempre a pigiare sui tasti di telefonini, Iphone, tablet, svogliati e renitenti a letture e giochi che richiedano attenzione e riflessione, talmente ossessionati dal presente, dal possesso istantaneo del tutto e subito da omettere la visione e la speranza del futuro.

Fa paura la loro visione rosea e giuliva del mondo, il loro affaccendarsi intorno e grazie alla nostra fatica, alle nostre rinunce, alla diserzione obbligatoria di desideri e speranze. Fa paura perché l’impronta che vogliono lasciare la loro megalomania e il loro culto dell’illimitatezza dissipata,  sarà impressa come un marchio sulla nostra carne, si tratti di giochi, ponti, tunnel o perfino di guerra, occasione storicamente consacrata a crescita e profitto. Fa paura anche la loro “ossessione” per il gioco: azzardo, casinò finanziario, Olimpiadi, calcio, tre carte e wargames.


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