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I pisapippi e l’Emirato di Milano

zipipAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi par proprio di sentirlo: ma dai, è troppo, così mi imbarazzate e poi chi glielo dice agli Amici della Scala, che già mi rimproverano di eccesso di accondiscendenza, salvo qualche repulisti in stazione Centrale, nei confronti degli stranieri.

Eh si, il sindaco Sala che come gli è già successo con incarichi e appalti opachi e infiltrazioni mafiose all’Expo, si è accorto con un certo ritardo della esagerata donazione che i sauditi hanno offerto alla Scala, una prima tranche di tre milioni di euro per entrare tra i soci fondatori del teatro. «Non per i diritti umani, perché non esiste una black-list governativa e perché il Cda non reputa l’Arabia Saudita un Paese con cui non si debba collaborare», ribadisce il Sindaco, che rimanda al mittente, il principe-ministro Badr dell’Arabia Saudita, il lauto contributo, inaccettabile, a suo dire, per mere questioni procedurali che però denuncerebbero la volontà della controparte di assumere un ruolo di gestione nelle scelte del prestigioso luogo della cultura milanese e italiana, esuberando da quello di generoso mecenate. Resta la volontà di continuare a collaborare, vedi mai, così come la fiducia del sindaco, catapultato sulla poltrona di primo cittadino su mandato della divina provvidenza, nei confronti della sovrintendente così sprovveduto da aver creduto nei politici, sic, che cambiano idea un giorno si e un giorno anche.

Eh si, devono essersi trovati spiazzati dall’atteggiamento del lombardo più autorevole del governo, che prima guarda all’Arabia Saudita come a un partner desiderabile e poi lo infila nella lista nera degli indesiderabili. Mentre invece avranno guardato con sollievo alle nuove aperture nei confronti dei più scatenati shopping victim che da anni fanno acquisti vantaggiosi in quel di Milano, grazie alla benevola disponibilità di un susseguirsi di giunte comunali fotocopie della gestione Moratti, quella che ha dato il via alla penetrazione del Qatar – prima malvisto dai governi in carica in qualità di petrol-monarchia finanziatrice del terrorismo, oggi diventato ambito “socio” commerciale, generoso compratore, munifico sponsor –  che ha occupato militarmente la capitale morale sul gradino più elevato delle gerarchie della finanza immobiliare più assatanata.

Ma quello che più ha contribuito alla trasformazione di Milano in terreno di conquista per i predatori del deserto e non solo, è stato Pisapia, al quale era stato attribuito un ruolo salvifico, quello della rottura col passato, quello della discontinuità sulla quale avevano scommesso i tanti pisapippi (la società civile di architetti, fotografi di moda, Pr, arredatori, stilisti, chef ), che oggi rialzano la testolina in presenza del tandem del rinnovamento, oggi  terzetto, l’araba fenice che risorge dalla cenere forte della empatia oltre che dell’unità di intenti: denigrazione del voto popolare sul referendum, abiura di mandato e tradizione “di sinistra”, sviluppismo delle Grandi opere intorno al buco con l’utopia del cemento intorno, europeismo scatenato, esecutivi (nazionali e locali) rafforzati con la riduzione del potere parlamentare rispetto a governo e sindaco, attenzione speciale “per chi innova, investe e produce”, Riva o Arcelor Mittal compresi.

Aveva fatto un gran brutta fine quel sogno, quando l’audace sindaco preferì tirarsi fuori dalla partita dell’Expo, lasciando il giocattolo già avvelenato nelle mani degli affaristi, dando luogo a uno dei più indecenti intrecci di interessi illeciti e di atti corruttivi  che l’intervento della magistratura ha marginalmente arginato. O quando ha manifestato la stessa apatica inerzia nel contesto della istituzione della Città Metropolitana nel corso della quale è stato consolidato il processo di trasformazione di Milano in città vetrina svuotata dai suoi abitanti spinti a forza nelle cintura metropolitana. Peggio ancora è andata per le speranze accese con 5 referendum consultivi che non erano un  piano di governo della città, ma ne fornivano indirizzi, e spente quando nessuno dei pronunciamenti ha trovato attuazione. O quando il voto su uno di quei 5 referendum, quello sulla piantumazione di  verde pubblico, è stato tradito tagliando centinaia di alberi sani, ultimo residuo polmone della città, per far posto ai cantieri della linea 5 del metrò. O quando con la privatizzazione-finanziarizzazione di A2A sono stati collocati ai vertici  soggetti  che hanno incrementato le falle di    una delle ex municipalizzate più indebitate d’Italia grazie a progetti dissennati come la centrale a carbone in Montenegro e l’integrazione in A2A della gestione dei rifiuti, per aumentarne la quota da incenerire.

Ed è ancora niente rispetto all’ideale di città perseguita dalla giunta Pisapia in totale continuità con la gestione Moratti, su cui spiccano i grattacieli che nemmeno Dubai interpreta più come monumenti alla modernità, tanto che cerca di appiopparli a noi, con la mega-sede di Unicredit progettata da Cesar Pelli (230 metri di altezza) o il Palazzo Lombardia, 161 metri, progetto di Pei-Cobb-Freed e Partners, prodotto della megalomania di Roberto Formigoni, in una foresta di torri tirate su  senza un piano particolareggiato del Comune e per iniziativa liberista e irregolare di società immobiliari, banche, presidenza regionale. O rispetto ai regali fatti al Qatar nell’ambito di quella che è stata definita una “Jihad” virtuale, immobiliare e finanziaria con l’acquisto a prezzo scontato del 40% dell’area di Porta Nuova, inteso a edificare quasi 300 mila metri quadrati del centro città, nei quartieri Garibaldi-Repubblica, appena oltre la cerchia monumentale dei Bastioni spagnoli. O se pensiamo allo strapotere concesso alla finanza immobiliare anche grazie allo sciagurato accordo di programma sugli Scali Ferroviari improntato a criteri di deregulation che trasformano l’urbanistica in negoziato privato tra amministrazione e imprese i cui appetiti vanno appagati, in questo caso spalmando in maniera pressoché indifferenziata 670.000 mq di superficie di cemento, per terziario, commercio, residenze di lusso e ricezione alberghiera per il turismo aziendale. O con l’autorizzazione nel Piano di Governo del Territorio a quello che viene definito il “mix funzionale libero” con cui si permette al privato piena libertà di intervento su tutto il tessuto consolidato della città.

E mentre i dati evidenziano una sorta di boom edilizio nel centro metropolitano, le tendenze rilevate sul fronte demografico segnalano la continua emorragia di popolazione a Milano  e una crescita robusta dell’hinterland, segno evidente che è in corso una espulsione degli abitanti per sostituirli con avventizi, per convertire il patrimonio residenziale in uffici, sedi di imprese e banche, grandi firme, residence e hotel.

A guardare a Milano, dove si è già consumato dietro a qualche battibecco di facciata, il sodalizio  tra Pd e Lega, a guardare al Lazio, a guardare a Taranto, c’è da preoccuparsi pensando all’Italia che potrebbe essere  nella futura età del “meno peggio”.

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Navigliatori di lungo corso

grattAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai non c’è politico e amministratore che  non voglia lasciare una indelebile impronta del suo passaggio, la sua piramide, il suo Leonardo, il suo ponticello, il suo scavo.

Il sindaco Sala ha scelto per questo la riapertura dei Navigli, sulla quale si erano espressi a larga maggioranza i milanesi attraverso un referendum. Era il 2011 e il sindaco Pisapia ne prese atto, commissionò uno studio ma visti i risultati fermò la radiosa visione di una Milano come Amsterdam (anche se in tanti, a cominciare da Dorfles, ricordarono che non si trattava di romantiche vie d’acqua, ma di pozze insalubri). Il fatto è che i lavori avrebbero richiesto almeno 10 anni, un investimento di più di 400 milioni, molte ricadute indesiderate sulla circolazione.

Sala invece non si arrende, ci tiene a passare alla storia, anzi alla storiella, ridimensionando il primitivo progetto e scoperchiando solo 5 aree:  Via Gioia partendo dalla Martesana per 800m (senza lambire la nuova area di Porta Nuova), via San Marco 200m, via Sforza in corrispondenza dell’Università, via Molino delle Armi intorno a piazza Vetra e infine Conca del Naviglio da via Marco d’Oggiono alla Darsena, con una spesa di “soli” 150 milioni.

Non dirò che 150 milioni potrebbero trovare migliore destinazione in attività di manutenzione di varie tipologie di aree urbane, nella valorizzazione di parchi e giardini, nel recupero di immobili per far fronte alla richiesta abitativa popolare.

E’ che in città d’arte, in metropoli come in centri minori, da tempo cittadini e studiosi  hanno imparato a diffidare di questi spot da propaganda elettorale perenne (il sindaco meneghino dichiara apertamente di volerne fare il marchio simbolico della sua campagna per un secondo mandato), estemporanei e occasionali, che si sviluppano senza un piano e un progetto che tenga conto del rapporto costi e benefici, degli effetti sulla mobilità urbana, del reale contributo ai valori di appartenenza e identità di una città e di arricchimento sociale per i suoi abitanti. A Roma abbiamo assistito alla riduzione del grande progetto di creazione della più vasta area archeologica all’interno di una città alla  pedonalizzazione incompleta di una parte di Via dei Fori Imperiali, ad uso, si direbbe, dei lavori, quelli si faraonici per spesa, durata e megalomania corruttiva, della Metro.

Il sindaco dell’Expò  ( pende ancora sul suo capo una indagine per  abuso d’ufficio per aver creato un vantaggio a un società, la Mantovani spa (si, quella che appare e scompare nelle varie inchieste sulle Grandi Opere) grazie all’affidamento opaco dell’appalto per la fornitura di 6mila alberi per un importo di 4,3 milioni, e oggi impegnato a trovare una sistemazione per postuma per il sito del suo Bal Excelsior, con l’irragionevole trasferimento degli studenti della Statale da una zona viva a un deserto); il sindaco dell’operazione “Mind”  ( 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, per un progetto da 2 miliardi di euro, destinati quasi esclusivamente al  terziario (200 mila mq), da offrire a grandi aziende come Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm,  e 63 mila mq di cui 9 mila senior living, cioè residenze di altissimo livello e 16 mila mq di spazi commerciali, ma senza grande distribuzione, e 7 mila mq di hotel, il tutto  gestito dai privati di Lend Lease insieme alla società pubblica proprietaria delle aree, Arexpo) ; il sindaco dell’operazione “stazioni” ( sette grandi aree delle Ferrovie dello Stato (scali Farini, Romana, Porta Genova, Lambrate, Greco Breda, Rogoredo, San Cristoforo), per oltre 1 milione di metri quadrati, saranno riprogettate, grazie a una intesa  con il fondo anglosassone Olimpia investment fund per la realizzazione di edifici per 674 mila metri quadrati, meno di un terzo dovrebbe essere destinato a edilizia convenzionata, per il resto speculazione immobiliare: residenze, uffici, aree commerciali, grazie a un  indice edificatorio altissimo, più dello 0,8 che farà piovere su Milano un diluvio di cemento e 500 milioni di euro nelle casse delle Ferrovie);  ecco quel sindaco con ogni sua scelta denuncia la sua immagine di città.

La Milano che vogliono i suoi padroni esteri e nazionali (sempre gli stessi, cordate eccellenti che entrano e escono dalle porte girevoli dai grandi appalti e pure dei tribunali, come uno dei suoi finanziatori elettorali. Parnasi, a dimostrazione che certe amicizie valgono nella capitale infetta come in quella morale) è una Gran Milan senza più milanesi, come e più di come si vuole succeda quasi ovunque, dal Centro Italia del dopo sisma, a Venezia, a Firenze. Basta pensare che in controtendenza col resto del mondo il futuro skyline della città è irto di grattacieli: quello di 26 piani che prenderà il posto della torre Inps di via Melchiorre Gioia della Coima di Manfredi Catella, immobiliarista  cresciuto all’ombra di Ligresti, che alla guida dell’Hines, poi girata al fondo sovrano dle Qatar,  aveva già realizzato la riqualificazione dell’area di Porta Nuova con il Bosco Verticale e la Unicredit Tower,  quello che si prevede sorgerà a Santa Giulia grazie al progettone della società Lend Lease che dovrebbe completare i lotti Nord:  50 per cento residenziale di lusso, il resto terziario e alberghiero, affidati inizialmente a un’archistar Norman Foster.

Non si può che apprezzare il gesto plateale di un’altra vedette dell’architettura, Piano, che  ha sbattuto la porta (“Non sono certamente il garante di uno shopping center con un parco divertimenti”) in corso d’opera dopo aver firmato il primo progetto per l’Area Falk di Sesto San Giovanni, chiamato “Città della salute e della ricerca”, perché qui dovevano essere edificate le nuove sedi dell’Istituto neurologico Besta e dell’Istituto dei tumori: spesa 480 milioni (328 li mette la Regione, 40 lo Stato, 80 i privati) e affidato alla società  Milano Sesto dell’immobiliarista Davide Bizzi, insieme al gruppo arabo Fawaz Abdulaziz Alhokair. Anche là a parte i due nosocomi tutto il resto dell’area sarà occupato da solito terziario, residenziale di prestigio e centri commerciali.

Non potendo dire “e allora il Pd” saldamente al governo, possiamo dire però “e allora Pisapia”, che questo disegno di “valorizzazione” della città lo ha facilitato e sponsorizzato con tenacia, in continuità con l’empia gestione Moratti a  cominciare dall’adozione frettolosa del un Piano di Governo del Territorio e del Piano delle Regole, opaco e non partecipato come quello sottoscritto dalla giunta precedente, o dal “rendering” della zona dell’Idroscalo promossa a Central Park di rito ambrosiano, o dall’apertura della Darsena  costata già 40 milioni e che avrebbero dovuto portare in barca all’Expò i visitatori, ma che, strada facendo, si è trasformata in una fogna per raccogliere gli scoli dei padiglioni, e soprattutto da scelte di fondo  che hanno confermato la tendenza a un dualismo produttivo-residenziale che separa  il centro consegnato alla finanza immobiliare, dall’hinterland metropolitano,   segnalando  una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta della cintura (+8,99%) e  generando crescenti movimenti pendolari.

Ecco come si sta allestendo la Gran Milàn di domani: il  parco tematico di una città al servizio delle sedi di multinazionali, un territorio a disposizione delle scorrerie degli speculatori immobiliari, un laboratorio dove perfezionare il sistema di espropriazione del bene comune e della residenzialità degli abitanti, per consegnarli a investitori stranieri, dove quel che resta di memoria e identità in sui riconoscersi diventa dehors, location, passerella modaiola per un turismo di manager e centro commerciale a cielo aperto per sceicchi, per i creativi, i fighetti, le modelle e la neo-intellighenzia che non ha conosciuto il Giamaica e nemmeno Brera ridotta a jukebox per fare cassa.

Nel rivendicare le differenze con Roma  (bella gara: i risultati dell’Arpa parlano di una Terra dei fuochi meneghina, si susseguono gli incendi dolosi in centri di raccolta e smaltimento, per via dello smog e a causa dello sforamento del Pm10 si è dato fondo al  il bonus europeo, il Comune ha dovuto attivare una centralina  per il monitoraggio delle buche, non è stata prevista una rete di accoglienza per gli almeno  900  migranti che resteranno fuori dai centri  della città ( sabato chiude anche il Corelli) e che non avranno la possibilità di ottenere la protezione umanitaria e non potranno più essere accolti nell’ambito dello Sprar, MM, la società delle metropolitane milanesi ha accertato che sono più di 50.000 gli occupanti abusivi delle case popolari, mentre non può quantificare quelli sfuggiti al monitoraggio, preda del racket degli alloggi che ricatta e strozza italiani e stranieri), Sala ha proclamato che con il suo progetto Navigli, una vera e propria rivoluzione,  ha voluto dare inizio al tempo dell’orgoglio. Bisognerebbe non rieleggerlo non fosse altro che per l’abuso di quelle due parole che parlano di dignità e libertà.

 

 


Opera di massima sicurezza

scala 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma  li avete visti coi loro pomposi abiti di scena, tutti imbellettati come mascheroni, incoraggiati ad esibire diamanti e zibellini dalla messa in sicurezza del teatro convertito in fortezza blindata contro lo sciagurato antagonismo che osava minacciare la vice ministra entrata alla chetichella, ben contenti di ascoltare un’opera soporifera che aveva il merito ai loro occhi di mettere in luce i danni delle rivoluzioni che oscurano la ragione e pure la poesia?

Parevano  usciti dall’album di famiglia della maggioranza silenziosa, spaventata ma arrogante, con le  nuove Luisa Ferida, i commendatori e le loro sciure, qualche festosa creativa in cerca dei 5 minuti di notorietà, banchieri marginali, una Milano da bere retrocessa al vermuttino in galleria con in testa il sindaco molto indagato e ciononostante irriducibile nella narrazione  di quella  credenza talmente ben propagandata da essere entrata a buon diritto nell’album  della nostra autobiografia nazionale: il mito cioè della capitale morale alla quale si dovrebbero affidare le redini del paese per restituirgli autorevolezza e credibilità internazionale, fama e prestigio nel mondo dell’economia, e perfino della cultura, dopo il conclamato fallimento politico e civile di Roma, segnata da una gestione occasionale e scalcinata, e che, ad onta di antiche  nomee – Capitale corrotta, nazione infetta – viene diffusamente presentato come fenomeno patologico nuovo, originale e inguaribile.

Una leggenda difficile da smentire, altro che fake news, malgrado si sia saputo il perché dell’esito dell’estrazione a sorte dell’Ema, ospite d’onore presto sostituito nell’immaginario dell’establishment dalla Goldman Sachs,  benché si sprechino notizie che raccontano come l’hinterland sia infiltrato capillarmente da varie tipologie mafiose, malgrado la questura abbia impresso un giro di vite per contrastare l’occupazione militare del racket nei bar e ritrovi del gran Milan.

Perché se è vero che, come disse una volta un capitano dei carabinieri, tutto quello che non è Calabria, Calabria è destinato a diventare, ci sono analisi dell’antimafia che confermano la profezia sull’esposizione di istituti di credito a ingressi di colletti bianchi della ‘ndrangheta, sulle acquisizioni da parte di clan mafiosi di aziende sofferenti da trasformare in comodi prestanome, sulla potenza del racket che impone la sue rete di gorilla e buttafuori, vigilantes anche nelle vesti di incendiari, che taglieggia negozi fino a che i proprietari e esercenti si arrendono e li cedono a qualche organizzazione malavitosa spesso al servizio di imprese multinazionali e firme insospettabili, e che rivelano perfino  primati guadagnati nel mercato dei permessi falsi per immigrati. A conferma che si tratta di un territorio e di un tessuto sociale che non possiede i necessari eppur conclamati anticorpi, anzi…

Per quello colpisce la fiducia attribuita all’apparizione di Pisapia nella grotta dei madonnari in cerca di un leader di elevata statura morale, alla guida di una sinistra garbata ed educata ma capace di imprimere una svolta sia pure gentile e addomesticata.
Mentre le sue prestazioni dopo le promesse di rottura col passato all’atto della candidatura a sindaco, non avrebbero  dovuto persuadere nessuno  a cominciare dalle sue responsabilità nell’esecuzione minuziziosa dell’Expo in veste notarile, da addetto alla  concretizzazione e conformità del grande evento con il dettato della grande sponsor Moratti, per non dire della definitiva trasformazioni di Milano nella capitale della deregulation urbanistica, grazie all’attenzione riservata alle pretese dei veri dominatori della città: finanzieri, corporazioni commerciali, imprenditori e impresari edili, tanto che a detta di urbanisti ed architetti non ancora arresi al dominio proprietario, se  c’è oggi una città esemplare della licenza edificatoria come una volta Roma, è Milano.

Favorita anche dalla consegna megalomane dei luoghi alla progettualità di star straniere, estranee alla storia e ai contesti urbani, quelle che, senza un piano particolareggiato,  hanno  “integrato” i tre (uno è in ritardo) insensati grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, attorniati  da impressionanti cataste di falansteri che qualcuno ha paragonato  alle mostruose navi da crociera che ogni giorno attraversano pericolosamente il corpo di Venezia, replicando così il paesaggio di Dubai, di Doha, del Quatar, perfettamente congruo peraltro, visto che è il fondo sovrano del Qatar il proprietario unico di quella parte di Milano.

Sono  di quella risma i nuovi padroni di casa – così  si sono auto definiti in occasione della fastosa inaugurazione. E non stupisce se si considera che gli abitanti se ne vanno dal centro, per gli stessi motivi per i quali vengono espulsi i veneziani, che lo sviluppo occupazionale riguarda è vero il comune centrale, ma che, dopo che l’industria manifatturiera ha abbandonato il capoluogo almeno a partire dagli anni ‘70, per motivi di ristrutturazione, di riconversione ma soprattutto di delocalizzazione, è  sempre più rivolto ai servizi finanziari, di comunicazione e della moda e non essendo in grado di incrementare  in modo significativo un terziario qualificato che non sia quello puramente commerciale.

Una Milano senza milanesi, una città senza cittadini, è così che la vogliono quelli che ieri sera erano asserragliati nella loro cittadella del privilegio, mezze figure che trovano il loro Andrea Chenier in Fabio Volo, il loro Stendhal in Severgnini, la loro Brera nelle vetrine delle grandi firme di Montenapoleone. Ma sotto sotto hanno una gran paura che prima o poi arrivi Robespierre.


Scuole da orbi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Botte a scuola: un docente di un liceo scientifico di Matera, nel corso di un colloquio scuola-famiglia, è stato picchiato da un genitore,  convocato per parlare dello scarso rendimento della figlia. Il professore, subito dopo l’aggressione, è finito al pronto soccorso e i medici gli hanno diagnostico una spalla lussata con una prognosi di trenta giorni.

“In 25 anni di carriera non mi era mai successo niente di simile” è stato il commento del docente. Ha rincarato il preside dell’istituto: “In 40 anni non avevo mai visto qualcosa del genere”. La tempistica dell’episodio, non certo il primo e probabilmente nemmeno l’ultimo, rende difficile attribuire tutte le colpe alla Tv cattiva maestra, che pure un tempo ospitò Manzi di Non è mai troppo tardi, sostenere che responsabile sia la rete, dove si consumano prevaricazioni e aggressioni non solo virtuali, additare come reo il “populismo” che avrebbe eroso dalle fondamenta l’edificio dell’autorità, o imputarlo all’abbattimento di figure e icone care alla cultura patriarcale, peraltro ancora forte e in piena vigenza.

Se concorso di colpa c’è, andrà pur considerata l’eclissi dell’istituto del buon esempio,  definitivamente defenestrato da quello cattivo, dalla aberrante decodificazione del principio basilare della meritocrazia, piegata alle regole ferree delle disuguaglianze, cosicché successi, gratificazioni, affermazioni sono diventati monopolio di chi ne ha diritto per appartenenza, affiliazione e accondiscendenza. Per non dire dei voti, tutti, soggetti a interpretazioni estemporanee e personali. E mica solo quelli scolastici, se pensiamo a fantini disarcionati aiutati a rimettersi in sella con tutti gli onori, a acrobatiche  esegesi per le quali un 40 % vale moralmente e politicamente di più del 60%. O delle bugie assurte a comunicazione ufficiale e istituzionale, indispensabile all’esercizio di governo.

Tanto che proprio oggi, ancora una volta, assistiamo a una poco nobile gara indirizzata a creare gerarchie e differenze a seconda degli utilizzatori finali, di modo che il giudizio sia giudiziosamente condizionato dalle ragioni della realpolitik, dalla tolleranza verso un costume diffuso, da pregiudizi di varie tifoserie: una menzogna è peccato veniale se è in quota rosa, meglio ancora se riguarda  un titolo usurpato, laddove lo studio è merce svalutata e i laureati fuggono dal paese con buona pace della Puppato. O se serve a difendere virtù domestiche, come avrà pensato di fare il buon babbo di Matera, per proteggere fratelli in cerca di onorevoli occupazioni, per tutelare la reputazione di babbi incresciosi, o a salvaguardare funzioni diversamente pubbliche, presidenze del consiglio, dicasteri influenti.

Si, siamo di certo in presenza di vari fattori che concorrono a questo stravolgimento di valori e principi. Ma volendo fare una graduatoria, si dovrà attribuire un ruolo primario alla Buona Scuola che rappresenta al meglio questa deformità morale a cominciare dal nome. Altro che alunno svogliato, il solerte demolitore  ha completato il disegno perverso di dequalificazione dell’istruzione pubblica già avviato a dispetto del cognome Berlinguer, della fama di noti educatori, di proverbiali efficientismi, che aveva già fatto della scuola il rifugio sia pure frustrante e malpagato di molte donne in cerca di sistemazione parallela alla funzione di moglie e madre e di molti laureati che avevano via via ridotto ambizioni e velleità, ripiegando su tabelline e applicazioni tecniche.

Così è stata sancita, tramite riforma, la cancellazione del prestigio, dell’autorevolezza, della credibilità dell’insegnante, partendo dalla volontà precisa di  rendere tutti precari e ricattabili, migranti e senza famiglia, sradicati e deterritorializzati, assoggettati, sempre disponibili e senza alcuna garanzia. Distruggendo quel carattere attribuito al posto fisso come luogo della stabilità e del riconoscimento sociale, in modo che la flessibilità e la mobilità arbitraria esalti il potenziale di intimidazione e di discrezionalità della figura del dirigente. Proprio come esige l’istruzione secondo il pensiero forte ben espresso dalla ex ministra Giannini e che dubitiamo verrà smentito dal governo di burattini mossi da un altro burattino e da una neo ministra in odor di fedeltà, di nome e di fatto, al vento neo liberista: «Dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico….L’esempio al quale tendiamo sono gli Stati Uniti e dobbiamo sognare gli Stati Uniti d’Europa… ». Proprio come impone  la “missione” di ridurre l’istruzione a somministrazione di competenze tecniche e pratiche, sostituendo cultura, sapere e esaltazione di talento con il  know how e gli obiettivi di marketing dell’impresa.

Basta pensare agli accordi stretti per trasferire nell’università la formidabile esperienza della Mc Donald’s. O, peggio mi sento,  il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, per promuovere una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana  e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale”, cancellando con un unico colpo di spugna la vocazione “pacifista” della Carta, oltre che una idea di cittadinanza fondata su coesione, solidarietà, giustizia fondante della democrazia, piuttosto che su F35 e guerre Nato.

Varrebbe la pena di ricordare una frase di Goethe: “Le discipline di autodistruggono in due modi, o per l’estensione che assumono, o per l’eccessiva profondità in cui scendono” per mettere in guardia dal pericolo di educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”, secondo un modello tagliato su misura su Charlot, un operaio superspecializzato che esegue un solo gesto, che sa fare una sola cosa. E meglio ancora se la fa senza pensare, senza curiosità, senza ambizioni, senza memoria e senza speranza.

E senza dignità. Come devono essere i docenti, incaricati di impartire questa oscena didattica di abiura di diritti, desideri e aspirazioni agli alunni, per prepararli pedagogicamente a essere merci, prodotti invitanti e commerciabili sul mercato in virtù della disponibilità all’obbedienza, al conformismo, alla soggezione.

Quando il più bullo del Paese presentò la “sua” riforma ebbe a dire: “Non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi”, sottolineando come in una società intesa a esaltare le disuguaglianze venisse affidato al nucleo domestico la potestà di contribuire direttamente alla gestione della scuola e al destino della progenie, finanziando la libera iniziativa di presidi dinamici, eliminando gli ostacoli rappresentati da pesi morti, studenti sfavoriti, per promuovere carriere dinastiche e affermazioni di alti lignaggi.

È probabile che sia lo stesso sentimento che ha animato il bullo meno prestigioso che ha voluto esprimere la sua diretta e muscolare partecipazione al governo della Buona Scuola. Ma per tutti e due non basta di certo la nota sul diario, sbatterli dietro la lavagna, sospenderli per tre giorni. Tutti e due li sospenderei a vita.

 

 


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