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I due Berlinguer

enrico_berlinguer_675-675x275In questi giorni il web è stato pieno di messaggi, epitaffi ed ex voto in forma di bit per il 35° anniversario della morte di Enrico Berlinguer, colto da un ictus a Padova mentre teneva un comizio per le europee, cosa certo tragicamente casuale, ma a posteriori pensabile come simbolico perché in quei giorni il segretario del Pci svolgeva una campagna contro tutte  le tesi fondanti della governance europea, a cominciare dalla difesa della scala mobile per finire con il rifiuto dello Sme, il serpentone monetario che prefigurava l’euro. Stupisce quindi che a ricordarlo siano in gran parte gli smemorati nipotini che hanno fatto dell’Europa il loro intoccabile feticcio come sacerdoti della Diana Nemorensis. In realtà Berlinguer nonostante sia scomparso da tanti anni è nel bene e nel male un personaggio assolutamente contemporaneo, attraversato da dubbi, errori e infine consapevolezza degli stessi sul medesimo sentiero della storia sul quale camminiamo.

La sua segreteria del Pci esordisce nel 1972, ma è quasi come se si fosse alle prese con gli stessi problemi che avranno molto dopo i suoi successori ed epigoni nei tardi anni ’90: un anno dopo l’incoronazione si trovò ad affrontare un 11 settembre privo di ombre e fondati sospetti,  ma chiaro come l’inferno, ovvero il golpe militare in Cile che terminò con il suicidio – assassinio  di Allende. Fu da subito chiaro, anzi quasi evidente che la Cia e il potere reale Usa erano stati  al centro di quella tragedia e se mi è concesso portare una testimonianza personale il mio primo caporedattore, quando ancora ero praticante, mi disse che lui, al tempo del golpe inviato in Cile, aveva appreso il modo e il momento dell’attacco al Palacio de la Moneda, con due giorni di anticipo da personale dell’ambasciata americana. Non aveva remore a dirlo visto per un disgraziato errore di fuso orario,  aveva mandato il servizio sul golpe prima che esso avvenisse e dunque la cosa era risaputa e anzi gli rendeva lustro per aver queste prestigiose entrature. Ad ogni modo quell’evento che fu il primo colpo battuto dal neoliberismo, convinse Berlinguer che se anche il Pci e le forze di sinistra avessero conquistato la maggioranza assoluta non sarebbero state in grado di governare effettivamente e liberamente, che sarebbero state sempre sotto ricatto e minaccia per cui occorreva preparare una sorta di intesa con la Democrazia cristiana e un compromesso che portasse non tanto a un’alternativa di sinistra, quanto invece  un alternativa democratica. E così cominciò una stagione di lento riavvicinamento che sfociò nel compromesso storico.

Un’altro tragico evento , ovvero il rapimento e l’uccisione di Moro, cambiò di nuovo le carte in tavola: Berlinguer comprese che nella nuova situazione di capitalismo in uscita dal keynesismo,  le forze comuniste sarebbero state state combattute con ogni mezzo dai poteri forti interni ed esterni e che le concessioni fatte negli anni precedenti, non solo non avevano cambiato la situazione e fatto cadere il fattore K, ma avevano innescato una logica a valanga tendente a scardinare le conquiste sociali, presentandole come contrarie agli interessi dell’economia del Paese. E se le chiacchiere, che sono rimaste sempre le stesse perché i portatori di fine della storia sono intellettualmente inesistenti, non bastavano, si doveva passare ai fatti, uno dei quali fu la separazione fra  Tesoro e Banca d’Italia che costrinse lo Stato a finanziarsi sul mercato per le sue spese, prima assorbite dalla Banca d’Italia. Si creò così la servitù del debito che mise il vento in poppa alle riforme antisociali e che ancora oggi è il motore del declino e dell’impoverimento, visto che nemmeno più abbiamo una moneta con la quale operare. Fu per questo che Berlinguer, sfidando i miglioristi come Napolitano e Macaluso, che si erano subito accomodati sul cocchio dei nuovi poteri, cambiò rotta di 180 gradi e lo fece partendo da tre questioni che si sarebbero rivelate cruciali: disse no allo Sme, disse no al taglio della contingenza che collegava i salari al costo della vita e disse no all’installazione di nuovi missili USA, che reinterpretavano il ruolo della Nato, come strumento di aggressione, non più “ombrello” come qualche anno prima, ma randello. Sono le stesse cose con quale mutatis mutandis facciamo i conti oggi.

Esistono dunque due Berlinguer, quello del compromesso storico e delle concessioni al capitale che trovava compimento nella questione morale e quello che rifiutava tutto questo in nome della questione sociale. Mi chiedo di quale Berlinguer parlino gli epitaffi e quanti di questi si riferiscono al leader spacciato come moderato e quanti invece del leader sceso a difesa delle conquiste sociali e contro l’incipiente neoliberismo. Ma non ho dubbi che l’ipocrisia regni sovrana.

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Ode ai falsari di Napoli

La_banda_degli_onestiEvviva. Se c’è qualcuno che in questo Paese fa qualcosa di economicamente coerente sono proprio i falsari di Napoli che invadono il mercato di euro contraffatti. Infatti sono gli unici che fanno ciò che si dovrebbe fare, ma che purtroppo è impossibile fare all’interno dell’eurozona, vale a dire usare la leva monetaria per stimolare la crescita: e lo fanno concretamente a forza di piccoli e medi tagli che – se sottratti all’asfittico sistema criminale – avrebbero un effetto più benefico rispetto ai 300 miliardi di pura fantasia spacciati da Juncker e sniffati dai media di regime che ormai si accontentano di merce scadente e tagliata male. Di pessimi stupefacenti.

Ora la cosa potrà sembrare assurdo, ma non lo è affatto perché i falsari non agiscono diversamente dalle banche: creano denaro dal nulla. La credenza popolare secondo cui la banca quando presta denaro si serve di quello depositato dai correntisti, è priva di senso e non lo dico io, ma la banca d’Inghilterra: “In pratica la creazione di denaro differisce da vari malintesi popolari: le banche non agiscono solo da intermediari, dando in prestito i depositi effettuati presso di loro… Ogni volta che una banca fa un prestito, crea allo stesso tempo un corrispondente deposito sul conto del mutuatario, creando in tal modo nuovo denaro.”
Si può interpretare il meccanismo in vari modi, ma di fatto quando accendete un mutuo la banca vi fornisce unicamente un certificato di credito che solo in percentuale minima è coperto dai depositi. Il resto, il 99% o spesso anche di più, è una pura ipotesi che sarete voi, con il lavoro a rendere eventualmente effettivo. E non basta, perché il vostro mutuo, specie se vi sono dubbi di esigibilità, verrà immesso nel beato mondo delle scommesse finanziarie,creando nuovo e ulteriore denaro dal nulla. Quindi  la banca per farvi credito spende pochi euro in carta e in tempi di lavoro, mentre almeno i falsari sono costretti a investimenti  molto più corposi in termini di progettazione, disegno, stampa e organizzazione distributiva. Insomma creano più lavoro.

Dalla fine della parità aurea in effetti è ben difficile capire quale sia la sostanza del reato: prima, quando ogni banconota o moneta, aveva un corrispondente valore in oro, stampare soldi falsi significava immettere denaro senza copertura e dunque fasullo. Oggi di certo non è più così e in realtà il reato consiste solo nel non avere l’autorizzazione ufficiale ad immettere carta moneta, perché in una certa misura tutto il denaro è falso, è un atto di fede. Anche da un punto di vista tecnico le differenze sono poche perché la banca d’Italia tramite la zecca può stampare quante banconote vuole su richiesta delle banche per la sostituzione di biglietti vecchi o danneggiati o per rifornire bancomat e cassa clienti: non esistono limiti precisi perché si ritiene che che la immissione in circolazione di banconote sia un processo indotto dalla domanda ( vedi qui dalla Gazzetta ufficiale della Bce). Però anche l’immissione di biglietti formalmente falsi è anch’essa determinata dalla domanda solo che in questo caso essa cresce con la crisi ed è dunque anticiclica, rivolta all’economia reale, mentre il sistema di stampa monetaria tarato esclusivamente sulle banche ( che lavorano in gran parte su denaro elettronico) approfondisce la crisi  perché man mano che essa morde c’è meno richiesta di contante.

Dulcis in fundo, con il conteggio nel Pil delle attività criminali, anche la fabbricazione e lo spaccio di biglietti contraffatti entra nel conto ufficiale, generando una quantità di valore riconosciuto e ufficiale forse pari a quello nominale fabbricato nelle stamperie. Certo vedere le cose sotto questo punto di vista può apparire paradossale, ma non meno delle aporie del mercato e del capitalismo finanziario che teme i piccoli spacciatori di carta moneta come il diavolo perché è esso stesso il grande falsario.


Armi non convenzionali al mercatino dell’usato

La forza sia con il DragoSi fa un gran parlare di armi e misure non convenzionali creando tra l’altro una disgraziata confusione con i venti di guerra imposti dal premio nobel per la pace Obama. Una moda che ha lanciato Draghi e che adesso dilaga dovunque al punto che persino gli albergatori le reclamano per superare la crisi conclamata del turismo. Ma che si tratti del governatore appollaiato sulla torre della Bce a Francoforte, degli spot mediatici del guappo di Rignano o del gestore della pensione Rosetta a Riccione, la minestra è sempre la stessa, le ricette sempre uguali ormai da 40 anni e si sostanziano in tre parole: umiliare il lavoro.

Si, il lavoro è stato colpito rendendo ufficiali, stringenti, ossessive le dottrine contro l’ inflazione come se quest’ultima fosse portatrice di tutti i mali, cosa del resto vero se la si guarda dal punto di vista dei potentati economici per i quali tutto ciò che favorisce il debitore è satanico. Questo insieme di teorie e di interessi collegati in maniera da non poter distinguere tra causa ed effetto, in un primo tempo ha portato all’abolizione dei meccanismi di adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni, poi ha consigliato il milieu politico non a risanare il Paese, ma a scegliere la scorciatoia dell’adesione all’euro come garante di bassi interessi sul debito pubblico, senza pensare  alle conseguenze di non poter stampare e gestire la moneta. Poi si è cominciato ad aggredire il welfare e le tutele, quando si è visto che l’insieme non solo non bastava ma rendeva stentata la crescita tanto da farla sembrare stagnazione. E naturalmente anche i proprietari degli alberghi non vedono altra soluzione. altra arma non convenzionale se non quella della diminuzione del costo del lavoro. Che invece è del tutto convenzionale, anzi ritrita e sbagliata perché affronta il problema solo e soltanto dal punto di vista dell’offerta e mai della domanda.

Ora che tutto questo ha portato alla deflazione rischiando di erodere i profitti e di aumentare il debito, si cerca qualche rimedio per rianimare l’inflazione, chissenefrega se i salari calano e i pressi aumentano. Ma si continuano a produrre job act con il compito di abbassare i salari e dunque ancora una volta si pensa all’offerta e si dimentica la domanda. Solo gli idioti non cambiano parere e dobbiamo concludere che viviamo in un Paese e in un continente governato da utili idioti dei potentati finanziari. Per di più in questa grande trappola di pensieri ammuffiti, giustificati spesso con ricerche truffaldine ed errori voluti sulle linde schermate dei fogli di calcolo per contraddire il mondo reale, Draghi cerca di barcamenarsi con formule tardive e insufficienti che tra l’altro hanno messo sul piede di guerra un certo numero di Paesi attorno alla Germania che temono operazioni rischiose sui titoli privati, simili a quelle della grande bolla che mandò all’aria la Lehman Brothers. La moneta è comune, dunque niente azzardi che nel tentativo di  salvare un Paese ne possono mandare a bagno altri. Perciò Germania, Olanda, Austria, Slovacchia e Finlandia hanno già costituito un cartello del no. Su questa strada – avverte il Frankfurter Allgemeine  giornale che occupa  in Germania il ruolo del Corriere da noi – l’euro non si salva, ” è ancora a rischio anche se a molti politici piace affermare il contrario. Dipende soprattutto da Paesi con Italia e Francia”. Il che suona come una minaccia di morte per l’euro.

Insomma dalle politiche e dal retroterra dottrinale dell’anti inflazionismo funzionale ai profitti non si esce sia che esso si presenti come flessibilità dei parametri, sia come “flessibilità” ovvero precarietà del lavoro, sia come flessibilità delle regole della Bce. Ma queste non sono per nulla armi non convenzionali, sono la solita minestra con aggiunta di qualche spezia monetarista. Dentro l’euro si può fare poco o nulla se non sacrificare ancora di più i ceti popolari e quelli medi, dall’euro non si può uscire perché questo rianimerebbe le battaglie sociali oggi schiacciate: il potere finanziario e bancario che agita i burattini politici non può tolleralo.

La vera arma non convenzionale sarebbe accartocciare tutto questo e buttarlo dove si merita per andare in direzione contraria con massicci investimenti pubblici, ritrovata libertà del denaro, ritorno alla dignità del lavoro, ricostituzione delle dinamiche democratiche  e ricostruzione dell’Europa lontano dalle morbose confricazioni con l’Fmi e con le guerre americane. Ma naturalmente in questo caso scatta immediatamente il trattato finanziario contro la proliferazione delle idee. Per loro sono come la bomba atomica.


Il crepuscolo dell’euro e la rinascita della politica

faro nella tempestaChiedo venia per non riuscire proprio ad occuparmi dei mostri della cronaca, tutte persone “normali” agli occhi del conformismo paesano e della doppia morale che si annida nella cultura profonda del Paese. E se nemmeno ho voglia di occuparmi del Pitti Bimbo Renzi, delle operazioni di potere che il suo clan sta intraprendendo via Telecom, né delle cene in mezzo ai ponti per celebrare gli stilisti di regime, rinverdendo antichi riflessi craxiani e nemmeno dello scenario di cartapesta di riforme e promesse che viene squadernato di fronte alla neo italia plebea. Lo spettacolo è troppo avvilente. Perciò mi porto avanti, alle vere decisioni che sono nel vicino futuro anche se il complesso mediatico cerca di mettere sul desktop del futuro prossimo venturo uno scenario con mare e palme.

Capita di dover sentire dai cimeli del passato sotto forma di economisti, che siamo fuori dalla crisi, anche se la ripresa è fragile e viene la voglia di telefonate ai gosthbuster. Siamo circondati da pensierini elementari, da compitini e strafalcioni di politici cui nessuno chiede il favore di spiegare con parole proprie cosa intendono per evitare i silenzi che naturalmente uccidono l’audience e verrebbe voglia di prendere il bastone. Ma insomma guardando le discussioni che si accendono in Europa non si può non prendere atto che ci si sta avvicinando alle porte di ferro. Per questo oggi non scrivo proprio nulla, mi limito a riportare solo una ricerca di Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini di prossima pubblicazione sulla Rivista di Politica Economica e anticipato online sul sito  Economia e politica, che studia gli effetti salariali che avrebbe un’eventuale uscita dall’ euro. Ciò che viene radicalmente contestato è il catastrofismo venduto a piene dai poteri finanziari e dalla politica ad essi subalterna, riguardo al un eventuale “passo indietro” sulla moneta unica. Si può essere d’accordo o meno, ma almeno è davvero una boccata di aria pura tra i miasmi degli slogan e delle frasi fatte, un pertugio aperto nella camera a gas nella quale stiamo soffocando tra populismi, politica d’accatto e sinistre prive di bussola .

 

Negli ultimi cinque anni la Germania ha conseguito una crescita del Pil di quasi tre punti percentuali, a fronte di una caduta superiore ai sette punti in Italia. Si tratta di una divaricazione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra. Giovedì scorso, gelando gli ottimisti al governo, Eurostat ha confermato la tendenza: confrontando il Pil del primo trimestre 2014 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, si rileva una crescita superiore ai due punti percentuali in Germania e una ulteriore diminuzione di mezzo punto in Italia.[1] Semmai ve ne fosse stato bisogno, siamo di fronte all’ennesima conferma del “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso: le politiche di austerity e di flessibilità del lavoro non riescono a ridurre le divergenze tra i paesi membri dell’Eurozona, ma per certi versi tendono persino ad accentuarle.[2]

L’allargamento della forbice macroeconomica tra i paesi dell’euro tiene vivo il dibattito sulla sostenibilità futura dell’Unione monetaria europea e sulle implicazioni di una sua possibile deflagrazione. Ma se un paese abbandonasse l’eurozona quali sarebbero gli effetti sul potere d’acquisto dei salari e sulla distribuzione del reddito tra salari e profitti? Come talvolta accade, anche su questo tema si sono formate due opposte fazioni di ultras. I sostenitori dell’uscita dall’euro senza se e senza ma confidano nella opinione di quei commentatori secondo i quali «l’esperienza storica non presta particolare supporto alle preoccupazioni» riguardanti i salari e la distribuzione dei redditi.[3] Di contro, gli apologeti della permanenza nell’euro a tutti i costi hanno sostenuto che una uscita dalla moneta unica determinerebbe un crollo inesorabile del potere d’acquisto delle retribuzioni, che sarebbe avvalorato dalla previsione di Mario Draghi secondo cui «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione».[4]

Quale di queste visioni contrapposte trova conferme nei dati? Uno sguardo alle passate crisi valutarie può aiutare a rispondere. In due studi di prossima pubblicazione abbiamo selezionato i casi di “crisi valutaria” che si sono verificati nell’arco di oltre un trentennio, a partire dal 1980. Dai 28 episodi individuati è emerso un quadro decisamente più complesso rispetto alle semplificazioni delle opposte tifoserie in campo.[5]

In primo luogo, il pericolo di una “grande inflazione” evocato da Draghi non trova riscontri adeguati. Guardando l’intero campione di episodi, il tasso d’inflazione mediano dell’indice dei prezzi al consumo in effetti aumenta di quattordici punti percentuali, passando dal 10,6 percento nell’anno prima della crisi al 24,6 nell’anno della svalutazione. Si tratta di un incremento rilevante. Tuttavia, se si confrontano i valori mediani nei cinque anni prima della crisi con quelli relativi ai cinque anni successivi alla crisi, l’aumento dell’inflazione è più modesto: meno di tre punti, dal 16,0 al 18,9 percento. Ma soprattutto, se si escludono i paesi meno sviluppati dal campione e si concentra l’attenzione sui soli paesi ad alto reddito procapite, la crescita dell’inflazione nell’anno della crisi risulta decisamente più contenuta: poco più di due punti percentuali, dal 4,5 al 6,7 percento. Inoltre, confrontando i cinque anni precedenti alla crisi con i cinque successivi, si scopre che nei paesi ad alto reddito l’inflazione tende addirittura a diminuire, dal 6,4 al 4,1 percento. Dunque, almeno per quanto riguarda l’Italia e i paesi relativamente più ricchi, lo spauracchio più volte evocato secondo cui lasciando l’euro saremmo costretti a far la spesa con una carriola piena di soldi svalutati, non trova conferme nell’evidenza storica.

tabella 1

 

D’altro canto, gli episodi esaminati rivelano che le uscite da regimi di cambio associate ad aumenti temporanei e relativamente contenuti dell’inflazione, possono comunque indurre cambiamenti rilevanti dei salari reali e della distribuzione dei redditi. Osservando l’intero campione di episodi, abbiamo calcolato che le crisi valutarie sono correlate a una riduzione media del salario reale di 5,0 punti percentuali nell’anno dell’uscita, che viene riassorbita solo dopo cinque anni; inoltre, le crisi risultano correlate a una caduta media della quota salari – cioè della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori subordinati – che non subisce inversioni di rotta e che dopo cinque anni ammonta a 5,5 punti percentuali. Guardando i soli paesi ad alto reddito la situazione non è molto migliore: in media il salario reale cade di 4,0 punti nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, anche se dopo cinque anni recupera e supera di 1,7 punti il livello pre-crisi; la quota salari continua a cadere e dopo cinque anni risulta diminuita di 5,2 punti percentuali rispetto al livello pre-crisi. Infine, sia per quanto riguarda il salario reale che la quota salari, dopo l’uscita gli andamenti di queste variabili si collocano su un sentiero nettamente inferiore rispetto a quello precedente all’abbandono dell’area valutaria. Chi ha sostenuto che non ci dovremmo preoccupare troppo degli effetti salariali e distributivi di una eventuale uscita dall’euro farà bene a ridare uno sguardo alle evidenze storiche.

Tabella 2

Oltretutto questi sono dati medi. Tra paese e paese la variabilità delle dinamiche può essere anche molto elevata. Ciò significa che la risposta dei salari reali e della quota salari dipende anche dai sistemi di contrattazione e dalle politiche economiche adottate. Se al momento dell’uscita dall’area valutaria un paese lascia sguarnite le retribuzioni, e magari affida la fluttuazione della moneta nazionale alle famigerate “libere forze del mercato”, il rischio è che si assista a una caduta dei salari ancor più accentuata. Per citare due esempi opposti, nel 2002 l’Argentina affrontò l’abbandono della parità con il dollaro con una politica salariale espansiva, che comportò un notevole incremento delle retribuzioni e della quota salari. Al contrario, dopo l’uscita dallo SME del 1992 l’Italia adottò una politica salariale restrittiva che in cinque anni contribuì a una riduzione del salario reale di 3 punti percentuali e a un crollo della quota salari di 6,3 punti. In definitiva, stando alle evidenze disponibili, possiamo affermare che in assenza di opportune politiche di salvaguardia dei lavoratori subordinati, gli effetti salariali e distributivi di una uscita dall’euro potrebbero rivelarsi significativi e duraturi, in misura anche più accentuata rispetto ai dati medi. Questi effetti, peraltro, non sembrano giustificati in termini di efficienza economica: il nostro studio contrasta la tesi ortodossa secondo cui la ripresa del Pil sarebbe tanto maggiore quanto maggiore sia la riduzione dei salari reali causata dalla svalutazione. Se esiste una correlazione tra gli andamenti dei salari reali e del Pil dopo una crisi valutaria, essa al limite ci dice che il Pil aumenta quando i salari reali aumentano, e non viceversa.[6]

La nostra analisi sottolinea però anche un altro aspetto. L’indagine sui costi di un eventuale abbandono della moneta unica dovrebbe sempre essere effettuata in termini comparati, ossia confrontandoli con i costi che già si sostengono all’interno dell’eurozona. Da questo punto di vista occorre tener presente che dal 2009 stiamo assistendo a fenomeni di deflazione salariale che in alcuni paesi periferici dell’Unione hanno già raggiunto dimensioni importanti: in cinque anni i salari reali medi lordi sono diminuiti del 2,2 percento in Italia, del 3,8 in Portogallo, del 3,9 in Irlanda, del 5,4 in Spagna e sono crollati del 22 percento in Grecia; la quota salari è diminuita di appena 0,3 punti percentuali in Italia, ma è caduta di 4,2 punti in Spagna, di 4,4 punti in Portogallo, di 5,7 punti in Irlanda ed è precipitata di 7,7 punti in Grecia.

Tabella 3

 

Queste tendenze non rappresentano solo un riflesso della recessione. Esse sono anche il frutto di una precisa dottrina, che altrove abbiamo definito di “precarietà espansiva”. Secondo questa visione, sarebbe possibile accrescere la competitività e la connessa solvibilità dei paesi periferici dell’Unione a colpi di ulteriore flessibilità del lavoro e conseguenti riduzioni dei salari, nominali e reali.[7] Stando a questa ricetta, l’Italia in un certo senso sarebbe addirittura in ritardo, nel senso che dovrebbe cercare di adeguarsi più rapidamente alle cadute salariali che già si registrano negli altri paesi periferici dell’Unione. Il recente Jobs Act, del resto, trova la sua ragione di fondo non certo nella fantasiosa pretesa di creare direttamente occupazione, ma proprio nel tentativo di adeguarsi alla linea deflazionista prevalente in Europa.[8]

Quali risultati ci si può attendere da questa linea d’azione? Il caso della Grecia ci pare emblematico: nello stesso periodo in cui attuava una spaventosa deflazione salariale, questo paese ha fatto registrare nuove cadute del reddito nazionale e un aumento conseguente dei rapporti tra debito estero e debito pubblico da un lato e reddito dall’altro. Il caso greco, si badi, è estremo ma non rappresenta un’eccezione logica. Come Fisher e Keynes ben sapevano, e come oggi ricorda lo stesso Krugman, la riduzione dei salari non necessariamente corregge gli squilibri ma anzi può accentuarli, e può portare dritti verso una deflazione da debiti.[9] Ciò nonostante, negli indirizzi delle istituzioni e dei governi europei non si intravede il benché minimo ripensamento. Gli interessi prevalenti, in Germania e non solo, sono avversi a qualsiasi inversione di rotta, che sia ad esempio basata su uno “standard retributivo europeo”[10] o che sia pure solo fondata su una generica politica di reflazione. Si insiste pertanto con l’idea perniciosa che la corsa al ribasso dei salari porterà in equilibrio l’Unione. La conseguenza è che gli effetti perversi delle tendenze deflazioniste proseguiranno. Di questo passo, il “monito degli economisti” prevede che la deflagrazione dell’attuale eurozona prima o poi sarà inevitabile.

L’implicazione è chiara: a lungo andare, come è già avvenuto in altri paesi, la reiterazione delle politiche di deflazione salariale potrebbe provocare anche in Italia una caduta dei salari reali e della quota salari persino superiore a quella che potrebbe scaturire dall’abbandono della moneta unica. Ma l’accentuazione della deflazione salariale in un paese grande come l’Italia potrebbe avere effetti ancor più destabilizzanti sulla tenuta complessiva dell’Unione. La conclusione ha un che di ironico: i salari potrebbero subire una doppia decurtazione, in un primo momento dovuta alla deflazione dentro l’eurozona e in un secondo momento dovuta alla svalutazione fuori dall’Unione. Se così davvero andasse, per i lavoratori sarebbe una vera beffa. 

In linea di principio non è affatto detto che debba per forza andare in questo modo. Abbiamo già osservato che i paesi che hanno gestito le crisi valutarie tramite politiche di salvaguardia delle retribuzioni hanno fatto registrare dinamiche dei salari e delle quote distributive molto migliori degli altri. Ma al di là degli andamenti salariali si può anche trarre una riflessione più generale. Seguendo Althusser, potremmo dire che la crisi di un’area valutaria costituisce un tipico esempio di crocevia, di “congiuntura” del processo storico che può esser governata secondo modalità alternative tra loro, ognuna delle quali può avere ben diverse ripercussioni sui diversi gruppi sociali in gioco. A tale riguardo, torna utile recuperare le riflessioni di quegli studiosi che, dopo un travagliato percorso intellettuale, giunsero alla conclusione che al fine di salvaguardare i lavoratori le fluttuazioni del cambio dovrebbero esser sostituite da una politica di controllo degli scambi di capitali e di merci.[11] Chi la consideri un’indicazione fuori dal tempo storico farà bene a notare che dal 2008 sono state adottate ben 700 nuove misure protezionistiche a livello mondiale.[12] E’ la riprova delle difficoltà di tenuta dell’attuale modello globale di accumulazione e della sperimentazione in atto di regimi di sviluppo almeno in parte diversi. Con l’eccezione degli eredi della tradizione del movimento operaio novecentesco, di questa tendenza sembrano essersene accorti tutti.

La lezione che possiamo trarre, per l’attuale fase politica, è chiara. Al di là della grancassa mediatica, le divergenze macroeconomiche in atto segnalano che occorre prepararsi a una prospettiva di deflagrazione dell’eurozona. Al tempo stesso, bisogna riconoscere che non vi è molta differenza tra i retori europeisti che propongono di preservare l’eurozona a colpi di deflazione salariale e i gattopardi che esortano ad abbandonare la moneta unica ma non osano mettere minimamente in discussione il mercato unico europeo. Gli uni e gli altri, dopotutto, costituiscono il prodotto di un liberoscambismo manicheo che ha avallato in questi anni una indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali e delle merci e che ha già fatto tanti danni. Nel crocevia che stiamo attraversando, la critica del liberoscambismo non dovrebbe esser lasciata in esclusiva alle forze reazionarie. Tale critica può esser declinata in senso progressivo e potrebbe costituire la premessa per una svolta di politica economica favorevole al lavoro. 

 
[1] Eurostat (2014). Flash estimate for the first quarter of 2014, Eurostat news release, 76, 15 may.
[2] AA.VV. (2013). The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of VersaillesFinancial Times, 23 September.
[3] Bagnai, A. (2012). Il Tramonto dell’euro. Imprimatur, Reggio Emilia.
[4] Draghi, M. (2011a). FT Interview Transcript, Financial Times, edited by Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
[5] La nostra definizione di “crisi valutaria” combina due criteri di selezione largamente adoperati in letteratura. Abbiamo infatti adottato la classificazione dei regimi di cambio proposta dal Fondo Monetario Internazionale per individuare gli episodi di transizione da un regime di cambio relativamente rigido ad uno più flessibile, e tra questi episodi abbiamo ulteriormente selezionato i casi in cui si siano verificate svalutazioni superiori al 25 percento rispetto al dollaro nell’anno del cambio di regime, oppure nell’anno precedente o in quello immediatamente successivo. Scopo di questo duplice criterio è di contemplare sia il fenomeno della svalutazione che i decisivi cambiamenti politico-istituzionali che in genere contraddistinguono gli abbandoni dei regimi di cambio. Gli episodi selezionati sono i seguenti. Sette casi hanno riguardato paesi ad alto reddito procapite: Australia (1985), Finlandia (1993), Islanda (1985), Italia (1993), Corea del Sud (1998), Spagna (1983), Svezia (1993). Gli altri 21 casi hanno riguardato paesi a basso reddito procapite: Argentina (2002), Bielorussia (1999), Brasile (1999), Cile (1982), Costa Rica (1981), Costa Rica (1991), Egitto (2003), Guatemala (1990), Honduras (1990), Indonesia (1998), Kazakistan (1999), Messico (1995), Paraguay (1989), Perù (1988), Polonia (1990), Romania (1990), Sud Africa (1984), Suriname (1994), Turchia (1999), Uruguay (1982), Uruguay (2002). L’anno di “crisi” è quello in cui si verifica la svalutazione superiore al 25%. La soglia di svalutazione è quella suggerita da Frankel e Rose ed è ampiamente utilizzata in letteratura. Ad ogni modo, i risultati delle nostre analisi non cambiano se si adotta una soglia diversa, ad esempio del 20%, e risultano robusti alla rimozione di eventuali outliers. Il caso del Regno Unito (1992) non è contemplato poiché la svalutazione della sterlina fu inferiore al 20%. Gli unici episodi che rispettano il nostro criterio di selezione ma non sono stati contemplati riguardano paesi per i quali mancano dati sui salari reali o sulla quota salari (è il caso ad esempio della Russia 1998). Per approfondimenti rinviamo a Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014a), Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio, di prossima pubblicazione sulla Rivista di Politica Economica, e Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014b), Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production, mimeo (submitted).
[6] Cfr. Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014b), cit.
[7] Draghi, M. (2011b), Introductory statement by Mr Mario Draghi, President of the European Central Bank, ECB press conference, Frankfurt am Main, 3 November. Blanchard, O. (2012), The Logic and Fairness of Greece’s Program, iMFdirect, 19 March.
[8] Del resto, che il Jobs Act e in generale le politiche di flessibilità del lavoro non abbiano effetti diretti sull’occupazione è un dato che trova da anni conferme nella ricerca empirica. Per un recente contributo sul tema, cfr. Realfonzo, R., Tortorella Esposito, G. (2014), Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termineEconomia e politica, 13 maggio.
[9] Eggertsson, G.B., Krugman, P. (2012). Debt, Deleveraging, and the Liquidity Trap: A Fisher-Minsky-Koo Approach, Quarterly Journal of Economics, 127, 3.
[10] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a “European wage standard”, International Journal of Political Economy, vol. 41, 1.
[11] Kaldor, N. (1978). The effects of devaluations on trade in manufactures, in Further Essays on Applied Economics, Duckworth, London. Sui possibili vantaggi derivanti da moderne forme di limitazione degli scambi cfr. anche Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, W. W. Norton & Company.
[12] European Commission (2013). EU Report: Trade protectionism still on rise across the world, 2 September. E’ interessante notare che l’invocazione di clausole di controllo politico degli scambi è stata recentemente avanzata anche da Sergio Marchionne in qualità di presidente della associazione dei costruttori automobilistici europei (Reuters, European car market needs EU-led restructuring -Fiat boss, 10 October 2012).
 

 


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