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Dove volano gli avvoltoi

avvvvvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono davvero senza vergogna: parlo dei media, dei giornaloni, delle dirette dal virus con la mascherina che dagli occhi è scivolata giù, non impedendo purtroppo di somministrare scemenze.

Parlo dell’inevitabile ruzzolone dalla cronaca alla testimonianza e rappresentanza degli umori delle tifoserie, governo si, governo no, Conte celebrato statista, Conte azzeccagarbugli narcisista, come avviene di consueto in un paese che vive in perenne campagna elettorale in vista di un voto sempre più ridotto a sigillo notarile su liste chiuse e a teleconsenso riservato a chi si mostra di più, perfino per quel che è davvero, miserabile e cialtrone quanto e più del volgo rozzo e ignorante di cui vuol dare testimonianza.

Parlo della legittimazione offerta all’opinione scientifica che sostituisce le auspicabili certezze, le rilevazioni su campioni, le analisi di laboratorio, proposta da dei Dulcamara che alle fiere di paese hanno preferito le più comode poltroncine dei talkshow o Skype da casa, non dall’ospedale, dall’ambulatorio o dall’università.

Parlo del maldestro impiego della disciplina statistica, ridotta a confusa e disordinata distribuzione di numeri a caso, che, a conferma della felice intuizione di Trilussa, ha abbracciato la dottrina emergenzialista, sicchè  nessuno avrà l’ardire di decretarne la fine della pandemia identificando il paziente Ultimo.

Parlo dei torrenti di indecente retorica che si rovesciano dalla carta stampata, dai social, dai balconi tra “siam pronti alla morte”, corna facendo, alla “maglietta fina”, all’encomio dei “martiri” del lavoro che “doverosamente” si prestano per riempire scaffali e produrre pezzi di bombardieri, ugualmente indispensabili alla sopravvivenza e al prestigio della nazione, e alla celebrazione dei “commendatori” del lavoro di Confindustria che “generosamente” si preoccupano dei destini dell’economia e del benessere generale, bene incarnato dai loro azionariati (ben 80 settori produttivi e merceologici) costretti malgrado il tempo libero a ridurre le puntate al casinò finanziario.

Parlo della rievocazione dello spirito patrio, del grande spolvero dello sciovinismo, che per fortuna non aveva mai avuto gran successo di pubblico nella nostra autobiografia nazionale, rigenerato per offrire una sponda alla militarizzazione perfino del linguaggio con gran spreco di trincee, eserciti, generali e desiderabili soldatini, eroi e traditori nella guerra contro il coronavirus, dell’obbligatorietà di disporre e di mettere in campo tutte le armi – e le leggi marziali e il coprifuoco – per riportare pulizia, ordine sanitario e non solo, contrastando i germi della insubordinazione.

Parlo dell’epica sui reclusi e sulla loro resistenza sul divano davanti a Netflix con la lattina dell’ultima birra in mano, disattivata saltuariamente per mettere un mi piace sull’invettiva contro i disertori/untori o per controllare dalla finestra quante volte la vecchia pensionata del terzo piano va dall’alimentari.

In controtendenza, però. Perché il sigillo lirico sulla commemorazione della terza età che bella età, l’ha messo proprio il Manifesto a firma di una giornalista e scrittrice poliedrica che si divide equamente tra il quotidiano comunista e Vanity Fair, e che ha dedicato un inno alle nonne guerriere che non si rassegnano “al ruolo di parente fragile e da proteggere”, quelle reattive “ che non si deprimono neanche se dai loro una padellata in testa, forse perché sono guerriere da sempre o lo sono diventate per necessità”. Quelle che, ricordandole le staffette partigiane, vanno a comprare il giornale o cantano Volare coi ragazzi di fronte. Tanto da farle concludere spericolatamente: ” e chi le ammazza queste qua?”,  che non si sa se sia una minaccia  o un auspicio mutuato da Madame Lagarde o dalla professoressa Fornero e che sfida buonsenso e statistiche a vedere come la fine del diritto di cura ne stia abbattendo in numero esorbitante.

Non perdo nemmeno tempo a citare la paccottiglia  non sorprendente dei Giornali, delle Verità, dei Fogli, che poi non è mica differente dal resto della stampa, con la stessa determinazione a dare comunque sostegno alle misure disciplinari di severa restrizione delle libertà personali, che si sia Feltri padre o Feltri figlio, si sia Giannini o Ferrara (quello che scrive: “Bisogna che i compatrioti si decidano a obbedire all’autorità, al governo, quando gira come un pipistrello un virus di cui non si conoscono l’origine, la natura, il comportamento, la cura. Affidiamoci per una volta ai pieni poteri”), sono indicate per contenere le esuberanze dei cittadini comuni, già da anni criminalizzate per via di capricci dissipati e di aspirazioni illegittime, con l’intento ormai esplicitato di conferire potere assoluto e illimitato a autorità superiori, delegando loro docilmente e forse non temporaneamente la propria precaria esistenza in pericolo, attaccati come cozze alla roccia di Gibilterra, ultimo confine dell’Europa che si sta sgretolando.

È che siamo di fonte a una fenomeno già molto esplorato, quello della “scomparsa del reale“, sostituito dalla sua rappresentazione  e narrazione a opera delle telecamere, dei titoli urlati, degli appelli apocalittici a non farsi possedere dalla paura, alle “opinioni” degli esperti a confronto, ai numeri e i dati ogni aggiornamento dei quali smentisce la veridicità del precedente, a conferma che quello straordinario effetto del progresso: la trasparenza, la disponibilità e l’accesso alle informazioni, contiene le sue più paradossali controindicazioni: l’incertezza, l’opacità, la manipolazione.  Così chi vede scorrere la pandemia da casa, sul divano col telecomando, possa aspettare fiducioso che passi tutto, senza interrogarsi sul terribile dopo che ci sarà, il suo e quello del Paese.

E dire che qualche certezza l’abbiamo, chiunque può farsi un’opinione, non sull’ipotetico numero di decessi da Covid19 magari, ma su quelli da nuove e antiche povertà, da sanità pubblica malata e sanità privata vaccinata contro il diritto alla salute, diventato un lusso e un privilegio. Chiunque può farsi un’opinione su uno sviluppo che avrebbe dovuto recarci doni in benessere, salute, garanzie, istruzione, e che mostra la sua faccia regressiva, facendo circolare con i capitali, inquinamento, sfruttamento, disuguaglianze, malattie.

Chiunque può farsi un’opinione non sul pipistrello magari,  ma sugli avvoltoi, si.

 

 


2 giugno, i generali disertano

Grosz-part.Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il malumore che vieta moralmente ad alcuni generali di presenziare alla parata del 2 giugno abbia avuto origine da altra celebrazione, che per i militari non ha la stessa valenza istituzionale. I festeggiamenti del  25 aprile non prevedono ostensioni pubbliche di armamenti pagati a caro prezzo in un Paese che proprio il 2 giugno festeggia una repubblica che ripudia la guerra, e nemmeno commemorazioni muscolari con parterre di alte uniformi  e pennacchi, tanto è vero che un generale, Paolo Riccò, ha abbandonato provocatoriamente la  cerimonia della festa della Liberazione a Viterbo appena i presenti hanno intonato Bella ciao, inoffensivo inno legittimato anche dalla presenza in hit parade e da versioni multilinguistiche.

Nei confronti del generale,  che ha avuto in quell’occasione il sostegno del ministro dell’Interno, che vuole aggiungere il dicastero della Difesa al suo repertorio di incarichi simbolici e non, è stata aperta un’istruttoria che i vertici militari (si è costituito addirittura un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò») hanno inteso come una inqualificabile offesa alla loro proverbiale indipendenza, rivendicata con forza dal un altro generale, Marco Bertolini, casualmente candidato alle europee con Fratelli d’Italia, in un video sui social: “Il Ministro Trenta pretende di insegnare l’etica alle Forze Armate….  e  ad un signor generale decorato al valor militare che ha avuto la signorilità, il coraggio ed il buon gusto di sottrarre la propria unità ad un comizio durante il 25 aprile di pessimo gusto” e che, viene da aggiungere, è per sua fortuna troppo giovane per aver dovuto dimostrare coraggio e buon gusto l’8 settembre.

Questo è dunque il pretesto che impone coerentemente a tre generali (non abbastanza a riposo) e forse ad altri, di disertare l’evento reintrodotto da Carlo Azeglio Ciampi, che mentre contribuiva in prima persona a sottrarre potere decisionale allo Stato, al Parlamento e pure e al popolo, gli offriva un intrattenimento con tanto di frecce azzurre e carri armati su via di Fori imperiali giustamente interdetta al traffico civile.

Alle defezioni in divisa dei tre pensionati d’oro si sono via via aggiunte quelle di eterni aspiranti a pennacchi, galloni e baionette. A cominciare da Ignazio La Russa che non va  in segno di protesta verso la ministra  “che pensa di trasformare le Forze armate in `Peace&Love´, mancando di rispetto ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa”,   a Giorgia Meloni che protesta così contro il tentativo di convertire “la tradizionale rivista su via dei Fori Imperiali in uno strumento di propaganda anti-militarista”. E potrebbe forse restare a casa anche il sottosegretario Tofalo, 5stelle ma appassionato di divisa come l’influente alleato di governo, tanto che è stato di sovente immortalato in mimetica,  e che ha accusato la Trenta “di non tutelare fino in fondo i militari e gli investimenti nel settore”.

Come al solito basta grattare un po’ sotto i dogmi e si sente l’odore dello sterco del diavolo e dietro la battaglia ideologica dei vertici militari che “non vogliono applaudire i soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate” –  riferendosi anche a Conte colpevole di aver sostenuto che è meglio rinunciare a 5 fucili e spendere i soldi risparmiati per finanziare una borsa di studio, c’è l’allarme per un “riordino” e una riforma del comparto che potrebbero minare autorità e prestigio, valori che pare sia  necessario riconfermare con acconci investimenti in armamenti, strutture, equipaggiamenti, trattamenti di favore e privilegi per i militari al servizio dei signori della guerra globale, con netta preferenza per le alte gerarchie che pensano che la loro indipendenza in nome della sicurezza nazionale debba essere tutelata limitando  il controllo del Parlamento e delle istituzioni sulla legittimità e congruità costituzionale e perfino giudiziaria (ne abbiamo visti di scandali sottratti ai tribunali civili) sui comportamenti  anche all’interno del corpo.

Come dimostrato anche dall’ostilità nei confronti dell’ipotesi di sindacalizzazione che potrebbe accomunare la sicurezza militare alla Polizia di Stato, così come l’equiparazione delle retribuzioni, che minaccia il comparto con il pericolo inquietante di diventare una forza “civile”.

E infatti a farsi interprete delle preoccupazioni dei vertici – la bassa forza continua a non avere voce – è Salvini che ne ha troppa e che così rappresenta anche l’istanza di quelli cui non bastano i Daspo, i decreti sicurezza, il potenziamento delle competenze delle polizie municipali e che a ogni fermento di piazza, picchetto che occupa le vie del borgo, a ogni colpo di pistola sulle stese, anche a fronte dei dati che segnalano la diminuzione dei reati, e chiedono i soldati nelle strade, i militari in piazza, l’artiglieria pesante davanti alle fabbriche o ai cantieri dell’alta velocità.

Non è una novità che l’ordoliberismo dei guardiani del mondo si voglia declinare a tutti i livelli territoriali, in nazioni a sovranità limitata e in quelle dove la si vorrebbe limitare di più, nelle città e nei paesi dove il controllo sociale reclamato e imposto dai “primi” ha il compito di criminalizzare gli ultimi perché si rassicurino i penultimi persuasi alla rinuncia alle libertà e all’obbedienza in nome della sicurezza, come dimostra il permanere di misure eccezionali quando l’emergenza che le ha suggerite finisce: dall’operazione “Strade sicure”, alla presenza militare richiesta dai sindaci per tutelare il decoro  minacciato dal meticciato, ai soldati che controllano le vie di collegamento con le zone del sisma del Centro Italia.

La ministra Trenta fin dal suo insediamento ci ha abituati che le sue stelle non ammontano solo a 5   ma si ispira alle 50 del padrone Usa:  in linea con la prassi di governo che a ogni cauto tentativo di rompere con  il passato consiglia immediato e tempestivo ravvedimento nel timore di sanzioni  peraltro smentite perfino dalla Corte die Conti,  ha perseguito l’approvvigionamento di strumenti di morte per garantire la pace proprio come pontificava la sua predecessora.

La Russa, Meloni, la signora Rauti in Alemanno hanno poco da preoccuparsi, non sarà questo il governo del disarmo che rappresenterà gli scarsi spericolati, da sempre  retrocessi a codardi disfattisti, che di tanto in tanto osano proporre di indirizzare a ben altra finalità i  miliardi destinati all’acquisto di   F-35. Nemmeno quello che  rinnega il  No italiano alla Risoluzione politica delle Nazioni Unite che chiedeva di avviare i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari, mentre dice Si ai consigli per gli acquisti della fortezza europea che ha imposto alla Grecia sull’orlo del precipizio di cascarci dentro, ma armata fino ai denti di rottami da discarica pagati a caro maggiorato…  e a noi di seguire il suo esempio. Che tanto le forze riformiste intendono così il progresso agli ordini della Nato e delle sue imprese di esportazione democratica, compreso quello tecnologico da testare in territori nazionali militarizzati e convertiti in poligoni e laboratori di sperimentazione, tanto che abbiamo finito di vergognarci se ne rivendichiamo il possesso come abbiamo pudore dei morti per l’uranio impoverito quanto ne abbiamo dei tarantini sacrificati dall’Ilva.

Ben altro vorremmo, ma intanto la Trenta faccia 31, ci esoneri dalla sfilata e apra provvedimenti disciplinari nei confronti degli alti gradi che offendono con lei la Repubblica democratica che si celebra oggi e che sarebbero incaricati e pagati per tutelare.

 

 

 

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Il pastore ingrato

pastore-murales-di-orgosoloAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sardegna: Solinas presidente con il 47,8%. Zedda ottiene il 32,9 per cento. Terzo l’esponente del M5S Desogus con l’11,1 per cento. Sanna, sindaco di Sassari candidato al Consiglio per la sua città, che ha avuto solo 600 voti, si fa interprete della condanna che sale dal web: “Le elezioni di domenica scorsa rappresentano una svolta storica per il popolo sardo. Le politiche nazionaliste e più reazionarie promosse dalla Lega Nord hanno trovato proseliti presso un quarto degli elettori sardi e un’altra metà circa non è più interessata alla partecipazione politica e democratica”.

Ecco fatto, come diceva Brecht a un certo momento arriva l’ora di sciogliere il popolo, di fare le pulci alla cosiddetta società civile che sa dare voce solo ai moti istintivi e irrazionali, di consegnare la responsabilità del disincanto della democrazia al volgo ignorante e retrivo che non ne vede la bellezza e la bontà. E così a leggere i commenti degli opinionisti della carta stampata e della rete, prima l’Abruzzo e ancor più la Sardegna assumono la configurazione dell’allegoria, della profezia avverata dello scivolamento improvviso quanto incontrastabile nel fascismo, nella forma contemporanea che ha assunto di un populismo cialtrone che interpreta a modo suo la triade della destra come nei testi del liceo: autoritarismo, razzismo e xenofobia. E basta.

Chissà cosa ci aspettavamo se abbiamo creduto che nella notte del 25 luglio 1943 il regime «si sia sciolto come neve al sole» a conferma della sua natura transitoria e labile, quando l’intera nazione aveva «riacquistò in una notte il suo sicuro, istintivo senso della realtà storica» (l’Unità, 27 luglio 1943). E allo stesso modo se crediamo che la negazione o la rimozione della colpa collettiva e peggio ancora del riscatto possa contrastare la permanenza delle condizioni grazie alle quali il fascismo si risuscita in qualità di declinazione del totalitarismo economico, quando il paradigma antifascista e quello qualunquista si integrano per assolvere ieri come oggi e ridurne il contrasto a un incerto spirito umanitario che si guarda bene dall’opporsi al capitalismo globalizzato, che si ispira a quel pensiero unico diventato condizione ontologica oggettiva che accomuna tutte le varianti  beatamente unite dal prefisso ‘liberal’: liberalprogressista, liberaldemocratico e liberalconservatore.

Chissà cosa ci aspettavamo dai tumulti dei pastori che riversano a terra il sacro latte, la loro lotta è piaciuta a chi preferisce ridurre la contestazione a esibizione spettacolare, meglio se sotto forma di flash mob sotto i palazzi del potere, meglio se fossero arrivati coi costumi e le maschere da mamouthones, proprio come li vuole un ceto dirigente che per legge nazionale e regionale ha svenduto territorio, coste e dignità e che ha condannato la sua gente a ridurre la tradizione a macchietta in maschera, un’isola a parco tematico del turismo balneare, il lavoro a sudditanza al servizio  degli sceicchi che si sono comprati a poco prezzo, suolo, mare e regole grazie a provvedimenti nazionali, regionali e comunali.

È stata quella l’unica opposizione che ha avuto l’onore della cronaca presso coloro che non si erano mai accorti invece dei movimenti che da anni si battono contro la militarizzazione dell’isola (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/); o dei presidi dei cittadini e dei lavoratori di Portovesme che lottano contro l’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa  il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario, frutto di un accordo firmato da Calenda  e sottoscritto da Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, incaricata di contribuire ai 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione  in uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima,  tanto che i campioni prelevati nell’area industriale dall’Arpa hanno accertato la presenza di  arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti. O pensavamo che i sardi che hanno assistito progressivamente alla produzione di leggi regionali pensate e adottate per  modificare il regime dei suoli, distribuire volumetrie e rendite fondiarie, ideare discrezionali percorsi di deroga, subordinando l’interesse pubblico a quello dei privati posti nella condizione di negoziare deroghe e varianti a loro piacimento. O che si sarebbero accontentati delle promesse visionarie post-industriali di trasformare le loro miniere in luna park sotterranei con gli ex cassintegrati convertiti in guide e ciceroni con tanto di caschi e test coi canarini, coordinati da una apposita startup.

Nemmeno tanto sotto-sotto pare proprio che i sardi si siano meritati e si meritino la condizione insulare e l’emarginazione che ne deriva, e che li espone al rischio di essere malgovernati, consegnandosi alla destra esplicita dopo averla sperimentata sotto altre mentite spoglie, quelle tanto per fare un esempio, di un  presidente regionale di centro sinistra che ha fatto rimpiangere il vassallo di Berlusconi,  autore di un disegno di legge di riordino della tutela delle coste e del paesaggio inteso a dare il via libera a una nuova e libera colata di cemento magari con la griffe del Qatar, a conferma che l’unica vocazione e l’unico destino è lo sfruttamento turistico e l’unico sviluppo è quello speculativo.

E che si siano meritati e si meritino che le uniche spinte autonomiste concesse siano quelle ideate da precedenti governi, autorizzate e elargite con decreto d’urgenza attribuendo  poteri e risorse a tre regioni che esprimono quasi un terzo della popolazione italiana e il 40% del Pil, mentre le altre sono deplorevoli, in qualità dei frutti avvelenati della combinazione efferata populismo e sovranismo, che metterebbe a rischio l’utopia europea, quella che le isole dopo che sono state l’ambientazione di un ideale elitario e oligarchico, le intente come meta dei grandi viaggiatori carolingi reduci da Aquisgrana o come poligono di tiro e sperimentazione per quelle strane operazioni belliche secondo le quali è legittimo andare a bombardare coi droni a 10 mila chilometri di distanza per difendere il suolo patrio e la nostra civiltà.


Bucofilia mediterranea

50f24090-4229-11e8-8634-eb6027fc1288_Rievocatori del Gruppo storico romano-kYCH-U1110454889197N9B-1024x576@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so voi, ma io non mi sono scandalizzata per l’ipotesi, oggi fortemente ridimensionata, che militari dell’esercito siano impiegati per urgenti lavori stradali, che per opinionisti e forze politiche in disgrazia rappresentano una drammatica emergenza, almeno quanto il traffico a Palermo.

Ora si sa che le buche di Roma non sono un fenomeno recente, anche se certamente degenerato, in una città dove la manutenzione ordinaria è un lusso dimenticato anche per via delle cravatte che il racket europeo ha imposto con il consenso del nostro Parlamento. Sono l’effetto prevedibile di lavori “cattivi”, di decenni di  rattoppi e rabberci eseguiti con materiali “cattivi”, di una “cattiva” gestione di appalti e incarichi opachi all’insegna non del risparmio, comunque colpevole, ma dell’interesse di una cricca di imprese selezionate con criteri clientelari dalle amministrazioni che si sono susseguite.

Che ora, però, assume la forma di una sorprendente rivelazione per osservatori e commentatori da sempre contigui al ceto dirigente capitolino, colpiti nelle sospensioni delle loro smart e oltraggiati nella resa dei loro suv, tipo la Perina, ormai assunta in pianta stabile da tutte le possibili fazioni critiche – fermenti in quota rosa compresi – che si materializzano  secondo l’aria che tira, per via di una sua vis polemica tanto  corrosiva quanto facile all’oblio di passate correità e intrinsichezze che è lecito definire disonorevoli.  Dobbiamo a lei, ma non solo, le reprimende  per l’offesa mossa da una sindaca inetta e da un governo incompetente al nostro esercito, retrocesso dall’incarico di difendere le sacre sponde dalle invasioni barbariche, dal mandato di prestare la sua opera al fianco del guardiano del mondo per salvaguardare la nostra civiltà superiore, dal compito di vigilare sui delicati trasporti e commerci privati minacciati dalla pirateria di pescatori ostili, alla umiliante mansione di stradino.

Compito peraltro non nuovo, se da che mondo è mondo la principale attività svolta dai soldati nei rari tempi di pace –  quando non impegnati a razziare, saccheggiare, colonizzare (ma oggi si chiama esportazione di democrazia e rafforzamento istituzionale),  a morire, carne da macello,  in trincea per appagare i sogni criminali e megalomani di re travicelli, duci e generali, a scappare da steppe gelate con stivali di cartone sfondati, come successe quando a comandare c’era appunto una delle divinità del pantheon della opinionista in questione, è, per l’appunto, fare ammuina, in modo che stiano fuori dal contesto sociale,  occupati in azioni insensate, scavando fossati e poi riempiendoli possibilmente senza nessuna utilità, come robot o moti perpetui,  da addestrare all’ubbidienza  senza che protestino o si interroghino sulla natura dei comandi che ricevono, anche i più disumani. Ma anche da esibire.

E non solo il 2 giugno nella incongrua mascherata a fini dimostrativi che si ripete con una certo fasto mentre pare consigliato un pudico riserbo per quanto riguarda altre celebrazioni di pochi giorni antecedenti e in aperta contraddizione con quella Carta che proprio in quel giorno si dovrebbe festeggiare e che parla di ripudio della guerra. Perché da anni di utilizzi non solo muscolari ce ne sono stati, quando la guerra mossa al territorio e ai suoi abitanti registrava pesanti sconfitte con alluvioni, incendi, frane straripamenti e terremoti catastrofici, perché, come per le buche, abbandono criminale, trascuratezza colpevole, primato del malaffare, hanno alimentato le crisi  in modo da farle diventare emergenze da gestire appunto con poteri e corpi speciali, leggi e autorità “straordinarie”.

Vale anche per la sicurezza, che si fa diventare emergenza per autorizzare la presenza “dissuasiva” delle tute mimetiche e dei mitra nelle piazze, nei porti, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle geografie che si vogliono percorse da tubi venefici, treni sferraglianti che bucano montagne e contaminano dolci e fertili pianure, a presidiare il cratere del sisma di tre anni fa, controllando molesti visitatori che potrebbero poi far circolare la cattiva novella di senzatetto sotto la neve. Dobbiamo a sindaci di tutto l’arco costituzionale di aver preparato quella deriva della sicurezza della quale si fa interprete finale il trucido all’Interno, ispirata all’ideale di militarizzazione delle città, coi Daspo urbani, i muri difensivi e offensivi, le panchine dedicate nel segno dell’emarginazione dei poveracci di ogni colore, la tutela del decoro in modo da spingere chi turba la vista dei bravi cittadini verso estreme periferie già così brutte da meritare ulteriori sconci,  con le continue richieste di “mandare l’esercito!” a sedare conflitti, mantenere l’ordine, intimorire gli antagonisti, respingere e impaurire anche chi è scappato da paure ben peggiori, condannato a provarle ancora.

Ecco, se invece di andare a esercitarsi nei poligono che il padrone ci fa allestire nelle nostre isole per testare le sue armi proibite, obbligandoci a fare da cavie e da primi bersagli alla mala parata, ecco, se invece di andar per mare a fare i vigilantes a nostre spese, se invece di fare i controllori delle patenti in nome di un incarico che doveva essere a termine, quello stabilito dall’operazione “Strade sicure”  che invece si perpetua per fare ostensione di potenza,  un po’ di soldati si prestassero per usi civili come in fondo dovrebbe essere chiamato a fare il Genio,  non ci sarebbe niente di male. Non si sarebbe niente di male a rendere, appunto le strade sicure a Roma, a Genova, a Milano, (dal 22 ottobre al 13 novembre scorsi sono stati 1.550 gli interventi di emergenza), la  vera capitale dove anche le buche sono “morali”  e si autodenunciano alle apposite centraline.

Ecco, non c’è niente di male. Che tanto l’ipotesi di un new deal di salvaguardia e risanamento del territorio che diventi anche una formidabile strategia di mobilitazione per l’occupazione è ormai ancora più utopistico e irrealistico del disarmo.

 

 

 

 

 

 


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