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Il pastore ingrato

pastore-murales-di-orgosoloAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sardegna: Solinas presidente con il 47,8%. Zedda ottiene il 32,9 per cento. Terzo l’esponente del M5S Desogus con l’11,1 per cento. Sanna, sindaco di Sassari candidato al Consiglio per la sua città, che ha avuto solo 600 voti, si fa interprete della condanna che sale dal web: “Le elezioni di domenica scorsa rappresentano una svolta storica per il popolo sardo. Le politiche nazionaliste e più reazionarie promosse dalla Lega Nord hanno trovato proseliti presso un quarto degli elettori sardi e un’altra metà circa non è più interessata alla partecipazione politica e democratica”.

Ecco fatto, come diceva Brecht a un certo momento arriva l’ora di sciogliere il popolo, di fare le pulci alla cosiddetta società civile che sa dare voce solo ai moti istintivi e irrazionali, di consegnare la responsabilità del disincanto della democrazia al volgo ignorante e retrivo che non ne vede la bellezza e la bontà. E così a leggere i commenti degli opinionisti della carta stampata e della rete, prima l’Abruzzo e ancor più la Sardegna assumono la configurazione dell’allegoria, della profezia avverata dello scivolamento improvviso quanto incontrastabile nel fascismo, nella forma contemporanea che ha assunto di un populismo cialtrone che interpreta a modo suo la triade della destra come nei testi del liceo: autoritarismo, razzismo e xenofobia. E basta.

Chissà cosa ci aspettavamo se abbiamo creduto che nella notte del 25 luglio 1943 il regime «si sia sciolto come neve al sole» a conferma della sua natura transitoria e labile, quando l’intera nazione aveva «riacquistò in una notte il suo sicuro, istintivo senso della realtà storica» (l’Unità, 27 luglio 1943). E allo stesso modo se crediamo che la negazione o la rimozione della colpa collettiva e peggio ancora del riscatto possa contrastare la permanenza delle condizioni grazie alle quali il fascismo si risuscita in qualità di declinazione del totalitarismo economico, quando il paradigma antifascista e quello qualunquista si integrano per assolvere ieri come oggi e ridurne il contrasto a un incerto spirito umanitario che si guarda bene dall’opporsi al capitalismo globalizzato, che si ispira a quel pensiero unico diventato condizione ontologica oggettiva che accomuna tutte le varianti  beatamente unite dal prefisso ‘liberal’: liberalprogressista, liberaldemocratico e liberalconservatore.

Chissà cosa ci aspettavamo dai tumulti dei pastori che riversano a terra il sacro latte, la loro lotta è piaciuta a chi preferisce ridurre la contestazione a esibizione spettacolare, meglio se sotto forma di flash mob sotto i palazzi del potere, meglio se fossero arrivati coi costumi e le maschere da mamouthones, proprio come li vuole un ceto dirigente che per legge nazionale e regionale ha svenduto territorio, coste e dignità e che ha condannato la sua gente a ridurre la tradizione a macchietta in maschera, un’isola a parco tematico del turismo balneare, il lavoro a sudditanza al servizio  degli sceicchi che si sono comprati a poco prezzo, suolo, mare e regole grazie a provvedimenti nazionali, regionali e comunali.

È stata quella l’unica opposizione che ha avuto l’onore della cronaca presso coloro che non si erano mai accorti invece dei movimenti che da anni si battono contro la militarizzazione dell’isola (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/); o dei presidi dei cittadini e dei lavoratori di Portovesme che lottano contro l’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa  il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario, frutto di un accordo firmato da Calenda  e sottoscritto da Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, incaricata di contribuire ai 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione  in uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima,  tanto che i campioni prelevati nell’area industriale dall’Arpa hanno accertato la presenza di  arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti. O pensavamo che i sardi che hanno assistito progressivamente alla produzione di leggi regionali pensate e adottate per  modificare il regime dei suoli, distribuire volumetrie e rendite fondiarie, ideare discrezionali percorsi di deroga, subordinando l’interesse pubblico a quello dei privati posti nella condizione di negoziare deroghe e varianti a loro piacimento. O che si sarebbero accontentati delle promesse visionarie post-industriali di trasformare le loro miniere in luna park sotterranei con gli ex cassintegrati convertiti in guide e ciceroni con tanto di caschi e test coi canarini, coordinati da una apposita startup.

Nemmeno tanto sotto-sotto pare proprio che i sardi si siano meritati e si meritino la condizione insulare e l’emarginazione che ne deriva, e che li espone al rischio di essere malgovernati, consegnandosi alla destra esplicita dopo averla sperimentata sotto altre mentite spoglie, quelle tanto per fare un esempio, di un  presidente regionale di centro sinistra che ha fatto rimpiangere il vassallo di Berlusconi,  autore di un disegno di legge di riordino della tutela delle coste e del paesaggio inteso a dare il via libera a una nuova e libera colata di cemento magari con la griffe del Qatar, a conferma che l’unica vocazione e l’unico destino è lo sfruttamento turistico e l’unico sviluppo è quello speculativo.

E che si siano meritati e si meritino che le uniche spinte autonomiste concesse siano quelle ideate da precedenti governi, autorizzate e elargite con decreto d’urgenza attribuendo  poteri e risorse a tre regioni che esprimono quasi un terzo della popolazione italiana e il 40% del Pil, mentre le altre sono deplorevoli, in qualità dei frutti avvelenati della combinazione efferata populismo e sovranismo, che metterebbe a rischio l’utopia europea, quella che le isole dopo che sono state l’ambientazione di un ideale elitario e oligarchico, le intente come meta dei grandi viaggiatori carolingi reduci da Aquisgrana o come poligono di tiro e sperimentazione per quelle strane operazioni belliche secondo le quali è legittimo andare a bombardare coi droni a 10 mila chilometri di distanza per difendere il suolo patrio e la nostra civiltà.

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Bucofilia mediterranea

50f24090-4229-11e8-8634-eb6027fc1288_Rievocatori del Gruppo storico romano-kYCH-U1110454889197N9B-1024x576@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so voi, ma io non mi sono scandalizzata per l’ipotesi, oggi fortemente ridimensionata, che militari dell’esercito siano impiegati per urgenti lavori stradali, che per opinionisti e forze politiche in disgrazia rappresentano una drammatica emergenza, almeno quanto il traffico a Palermo.

Ora si sa che le buche di Roma non sono un fenomeno recente, anche se certamente degenerato, in una città dove la manutenzione ordinaria è un lusso dimenticato anche per via delle cravatte che il racket europeo ha imposto con il consenso del nostro Parlamento. Sono l’effetto prevedibile di lavori “cattivi”, di decenni di  rattoppi e rabberci eseguiti con materiali “cattivi”, di una “cattiva” gestione di appalti e incarichi opachi all’insegna non del risparmio, comunque colpevole, ma dell’interesse di una cricca di imprese selezionate con criteri clientelari dalle amministrazioni che si sono susseguite.

Che ora, però, assume la forma di una sorprendente rivelazione per osservatori e commentatori da sempre contigui al ceto dirigente capitolino, colpiti nelle sospensioni delle loro smart e oltraggiati nella resa dei loro suv, tipo la Perina, ormai assunta in pianta stabile da tutte le possibili fazioni critiche – fermenti in quota rosa compresi – che si materializzano  secondo l’aria che tira, per via di una sua vis polemica tanto  corrosiva quanto facile all’oblio di passate correità e intrinsichezze che è lecito definire disonorevoli.  Dobbiamo a lei, ma non solo, le reprimende  per l’offesa mossa da una sindaca inetta e da un governo incompetente al nostro esercito, retrocesso dall’incarico di difendere le sacre sponde dalle invasioni barbariche, dal mandato di prestare la sua opera al fianco del guardiano del mondo per salvaguardare la nostra civiltà superiore, dal compito di vigilare sui delicati trasporti e commerci privati minacciati dalla pirateria di pescatori ostili, alla umiliante mansione di stradino.

Compito peraltro non nuovo, se da che mondo è mondo la principale attività svolta dai soldati nei rari tempi di pace –  quando non impegnati a razziare, saccheggiare, colonizzare (ma oggi si chiama esportazione di democrazia e rafforzamento istituzionale),  a morire, carne da macello,  in trincea per appagare i sogni criminali e megalomani di re travicelli, duci e generali, a scappare da steppe gelate con stivali di cartone sfondati, come successe quando a comandare c’era appunto una delle divinità del pantheon della opinionista in questione, è, per l’appunto, fare ammuina, in modo che stiano fuori dal contesto sociale,  occupati in azioni insensate, scavando fossati e poi riempiendoli possibilmente senza nessuna utilità, come robot o moti perpetui,  da addestrare all’ubbidienza  senza che protestino o si interroghino sulla natura dei comandi che ricevono, anche i più disumani. Ma anche da esibire.

E non solo il 2 giugno nella incongrua mascherata a fini dimostrativi che si ripete con una certo fasto mentre pare consigliato un pudico riserbo per quanto riguarda altre celebrazioni di pochi giorni antecedenti e in aperta contraddizione con quella Carta che proprio in quel giorno si dovrebbe festeggiare e che parla di ripudio della guerra. Perché da anni di utilizzi non solo muscolari ce ne sono stati, quando la guerra mossa al territorio e ai suoi abitanti registrava pesanti sconfitte con alluvioni, incendi, frane straripamenti e terremoti catastrofici, perché, come per le buche, abbandono criminale, trascuratezza colpevole, primato del malaffare, hanno alimentato le crisi  in modo da farle diventare emergenze da gestire appunto con poteri e corpi speciali, leggi e autorità “straordinarie”.

Vale anche per la sicurezza, che si fa diventare emergenza per autorizzare la presenza “dissuasiva” delle tute mimetiche e dei mitra nelle piazze, nei porti, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle geografie che si vogliono percorse da tubi venefici, treni sferraglianti che bucano montagne e contaminano dolci e fertili pianure, a presidiare il cratere del sisma di tre anni fa, controllando molesti visitatori che potrebbero poi far circolare la cattiva novella di senzatetto sotto la neve. Dobbiamo a sindaci di tutto l’arco costituzionale di aver preparato quella deriva della sicurezza della quale si fa interprete finale il trucido all’Interno, ispirata all’ideale di militarizzazione delle città, coi Daspo urbani, i muri difensivi e offensivi, le panchine dedicate nel segno dell’emarginazione dei poveracci di ogni colore, la tutela del decoro in modo da spingere chi turba la vista dei bravi cittadini verso estreme periferie già così brutte da meritare ulteriori sconci,  con le continue richieste di “mandare l’esercito!” a sedare conflitti, mantenere l’ordine, intimorire gli antagonisti, respingere e impaurire anche chi è scappato da paure ben peggiori, condannato a provarle ancora.

Ecco, se invece di andare a esercitarsi nei poligono che il padrone ci fa allestire nelle nostre isole per testare le sue armi proibite, obbligandoci a fare da cavie e da primi bersagli alla mala parata, ecco, se invece di andar per mare a fare i vigilantes a nostre spese, se invece di fare i controllori delle patenti in nome di un incarico che doveva essere a termine, quello stabilito dall’operazione “Strade sicure”  che invece si perpetua per fare ostensione di potenza,  un po’ di soldati si prestassero per usi civili come in fondo dovrebbe essere chiamato a fare il Genio,  non ci sarebbe niente di male. Non si sarebbe niente di male a rendere, appunto le strade sicure a Roma, a Genova, a Milano, (dal 22 ottobre al 13 novembre scorsi sono stati 1.550 gli interventi di emergenza), la  vera capitale dove anche le buche sono “morali”  e si autodenunciano alle apposite centraline.

Ecco, non c’è niente di male. Che tanto l’ipotesi di un new deal di salvaguardia e risanamento del territorio che diventi anche una formidabile strategia di mobilitazione per l’occupazione è ormai ancora più utopistico e irrealistico del disarmo.

 

 

 

 

 

 


Sardegna in guerra

742ac60ad7a51e2347974594ebd1a887 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quello che è già accaduto ma si pensava non  potesse più verificarsi, quello che succede altrove e che si pensa non possa avvenire qui: tutto questo può ripetersi e capitare, come sedici anni fa da noi, come a Chicago, come l’altro ieri in Francia, come in tanti posti, quando la protesta divampa e i poteri non sanno fare altro che far menare, mettere bavagli, confinare fuori dalla vista, non dei benpensanti che tanto non si affacciano dalle loro finestre blindate, ma di chi, che sembrava assuefatto, potrebbe svegliarsi.

In tutti i paesi, i governi si attrezzano per contrastare la minaccia di guerre perenni a bassa intensità, nelle città dove periferie rabbiose premono intorno a ghetti di lusso protetti da vigilanti e sofisticati dispositivi di dissuasione, in aree definitive  “sensibili” dove da tempo ci sono micce pronte per essere accese. In attesa della desiderata privatizzazione totale della sicurezza, si sta compiendo il disegno della militarizzazione urbana e del territorio, perfino in Paesi, come il nostro, dove i reati sono in calo, ma dove si accredita uno stato di emergenza che fa dell’ordine pubblico non una condizione augurabile per tutelare coesione sociale e armonia, bensì un diritto che può e deve cancellarne altri, limitando le insidiose libertà.

Periodicamente partono operazioni che affiancano l’esercito alla polizia: un esempio ne è Strade sicure, nata nel 2008 “Per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio” e che avrebbe dovuto estinguersi passato lo stato di crisi, ma che invece dura, costituendo  l’impegno più oneroso della Forza Armata in termini di uomini, mezzi e materiali. Va in questo senso anche il rafforzamento dei poteri delle polizie municipali, grazie al susseguirsi di misure che hanno rafforzato le competenze  del sindaco, una figura che viene di fatto istituzionalizzata allargandone poteri e discrezionalità nel solco tracciato oltreoceano a fine degli anni ’90 con la  “Tolleranza Zero” del sindaco di New York Rudolph Giuliani e subito scrupolosamente adottata qui da primi cittadini leghisti ed ex-comunisti, grazie a fantasiose ordinanze incaricate di accontentare le pulsioni più varie degli elettorati, in modo da rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi. O peggio ancora con il Daspo urbano, ereditato dal Babau all’Interno,  che può essere applicato a chi viene denunciato o fermato per reati minori, ma anche per chi sostiene la lotta per il diritto all’abitare, dei lavoratori in sciopero o promuove le lotte collettive per il riuso e il riutilizzo degli spazi abbandonati, con l’intento di punire, preventivamente, il dissenso di chi si schiera per i diritti, a cominciare da quelli che pensavamo conseguiti e inalienabili, e sono invece impoveriti e minacciati.

E poi c’è quella vera e propria, l’occupazione marziale del territorio effettuata dall’impero traballante che si regge sull’intimidazione e il ricatto, attraverso armi, dispositivi atomici, basi, trampolini, hangar, poligoni,  pronti e sottoposti a continua manutenzione alla quale contribuiamo generosamente, ben oliati in vista  di necessarie iniziative belliche e imprese epiche da compiere per esportare l’invidiabile  stile di vita, depredare risorse, spodestare governi democratici sostituendoli con qualche ubbidiente  fantoccio. Ma che servono anche a scopo dimostrativo, per esibire i muscoli e la prepotenza, mostrare i denti  del  guardiano del mondo al fine di contrastare potenziali terrorismi che magari sono sfuggiti alla sua gestione, come certe cavie scappate dal laboratorio che impazzano seminando il contagio, o per sottomettere insane ribellioni che compromettano la tenuta della civiltà superiore.

Agli invasi corre l’obbligo di partecipare delle spese e anche di controllare e impedire le reazioni di disfattisti e sovvertitori, che preoccupano gli apparati di intelligence: lo denuncia il loro rapporto periodico presentato al Parlamento che quest’anno ha  Che pure anche quest’anno nell’apposito capitolo dal titolo  “Minaccia eversiva e attivismo estremista”, ha esploso  accuratamente i rischi derivanti dall’azione degli anarchici insurrezionalisti e degli eversori che si muovono sul fronte delle  lotte sull’emergenza abitativa, dei movimenti contro l’Unione Europea e di quelli territoriali contro la Tav, il Tap, riservando particolare interesse ai fermenti di chi si oppone alle basi Nato in Sardegna e Sicilia, o al Muos in Sicilia,  In tale cornice, secondo i servizi, fra le realtà più attive c’è la componente sarda, impegnata contro l’occupazione militare collegata alla presenza sull’isola di basi e servitù”.

Si vede che mette paura la civilissima protesta, tanto per fare un esempio, degli abitanti di Iglesias, che hanno rivolto un appello a Mattarella: “Noi sardi ci rifiutiamo di rimanere indifferenti davanti ai crimini e al massacro di gente inerme, donne e bambini yemeniti, causato anche dalla fornitura all’Arabia saudita delle micidiali bombe prodotte nella nostra isola. La Costituzione e i trattati internazionali non sono rispettati. Così come non viene rispettata la legge 185/1990 che vieta le esportazioni di armamenti verso paesi in guerra…” , per denunciare l’approvazione in questi giorni da parte del comune dell’ampliamento della fabbrica di armi tedesca Rwm, che vende ordigni a Riyadh.

La Sardegna ospita  circa il 67 % delle servitù militari nazionali, con 35 mila ettari di terreni e aree marine della regione interdette all’attività civile. E non c’è da star tranquilli, perché quando qualcuna viene restituita alle popolazioni locali è per essere soggetta ad un altro tipo di occupazione, quella della speculazione. Come è accaduto quando “scoppiò la pace tra Difesa e Regione Sardegna, così scrissero esultanti i giornali, con la firma di un protocollo d’intesa tra il ministro Pinotti e il Governatore Pigliaru, per far tornare a disposizione del turismo alcune spiagge incontaminate che davvero non hanno nulla da invidiare ai Caraibi”, quelle di porto Tramtzu (Teulada), S’enna e S’Arca e Punta S’Achivioni (Arbus) e il porticciolo  di Capo Frasca.   Altro che turismo, in realtà l’intesa firmata in tutta fretta dalla generalessa a nome del governo Gentiloni, era propiziatrice della costruzione a Teulada, quindi  in un’area Sic, Sito di interesse Comunitario, di due “villaggi di guerra”, due insediamenti per la guerra simulata  in campi di addestramento che riproducono due terreni di battaglia, uno mediorientale e uno balcanico. Come hanno segnalato comitati locali si è trattato di un bel regalo (almeno 20 milioni di euro) per la Vitrociset, azienda che opera nel campo delle tecnologie dell’informazione,   della comunicazione e della logistica, nota per aver trasferito un bottino ingente in altri paradisi, quelli fiscali, in barba all’opposizione  espressa dal Co.mi.pa, il Comitato misto paritetico istituito nel 1988 in Regione, con il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale.

Non credo che la “componente sarda” che tanto preoccupa i servizi di intelligence si accontenterà dell’interesse della ministra in carica che ha manifestato l’intenzione di avviare “un tavolo tecnico” che si occuperà  dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito, quando le stesse autorità militari hanno definito alcune zone dell’isola “imbonificabili” per via dell’inquinamento di acque e suoli  contaminati da metalli pesanti, radioattivi, cancerogeni, se divenne  tristemente famosa l’indagine delle ASL di Cagliari e Lanusei sul Poligono di Quirra del 2011, dalla quale emersero dati allarmanti su malformazioni e malattie in quel territorio, rimasta in un cassetto e che aggiungeva ai dati sull’uranio impoverito, quelli sul torio radioattivo, ritrovato nel miele, nel formaggio, ma soprattutto negli scheletri di soggetti che avevano frequentato il poligono.

E mi auguro che come si batte contro l’occupazione militare sappia battersi anche contro quella speculativa:  un anno fa il governo Gentiloni decideva di fare una strenna alla Regione Sardegna rinunciandosi a rivolgersi alla Corte Costituzionale per impugnare la legge che “sdemanializzava” un sesto del territorio – immobili e aree di proprietà collettiva, 4 mila chilometri quadrati sui 24 mila dell’isola, dei quali i Comuni possono avere la gestione, ma non la proprietà e che possono essere utilizzati dai  cittadini come pascolo, per la semina e raccolta della legna o semplicemente per goderseli.  Vi rientrano aree ancora selvagge, ma anche zone di grandissimo pregio – e di enorme valore immobiliare – lungo la costa: Capo Altano, di fronte all’isola di Carloforte, la Costa di Baunei a Orosei, quelle di Montiferru che salgono il monte Urtigu, l’entroterra, il Mont’e Prama,  buona parte del Gennargentu e del Sulcis, che così non sono più sottoposti ai vincoli della legge paesaggistica Galasso e   potranno anche essere ceduti ai privati.

Con l’avvicinarsi delle elezioni la giunta in carica che ha saputo far peggio di quella guidata del valvassore di Berlusconi, ha fretta di portare a casa la sua legge di riordino, stoppata a settembre ma sulla quale sta attivamente lavorando, e che darebbe il via libera a una nuova colata di cemento sulle coste grazie a un sistema di deroghe che si richiamano alla doverosa necessità di liberare da lacci e laccioli la realizzazione di “programmi e progetti di grande interesse sociale ed economico”.

E così se la Rwm nell’ambito della sua strategia di sviluppo si propone anche di allestire un nuovo campo prove R140 per perfezionare gli esplosivi da provare sul campo prima della messa in commercio, il governo regionale al servizio di investitori eteri, Qatar in testa, effettua i test della speculazione perfetta.

 

 

 

 

 

 

 


Testate nucleari e Teste di c…

roma-attacco-nucleareAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con ondate ricorrenti si ripresenta di tanto in tanto il tema del disarmo ideologico, proprio come nelle aspre e sanguinose contrapposizioni tra le Internazionali con le accuse reciproche di aver fatto deporre le armi al proletariato, come nelle polemiche  con Sartre, come nella rivoluzione culturale cinese, come perfino,  nella fase del compromesso storico di Berlinguer, come nella regressione sindacale da organismi di rappresentanza a corporazioni acquisite dagli interessi padronali in nome dell’opportunismo più che dell’opportunità.

Oggi ormai abituati a accontentarci di poco ne riparliamo rispetto all’eclissi della sinistra, o almeno dell’impalcatura di ideali e valori con la quale la ricordiamo come una cara estinta, cui guardiamo con impotente e irresponsabile rimpianto flebilmente illuminata dalle materie della sua  stella polare:  uguaglianza, fraternità, libertà,  abbattuta per far posto a più modesti obiettivi di addomesticamento di iniquità, sfruttamento, sopraffazione, quel po’ di Mozart a addolcire il capitalismo vorace durante un campeggio a Bad Godesberg, sotto le tende di progressismo e riformismo.

In realtà a essere schematici si potrebbe dire che  il disarmo di chi sta sotto è cominciato quando la borghesia si afferma come ceto in alto. E come classe dirigente, compattando un fronte che va dalla piccola proprietà diffusa, alla Chiesa, da quel che resta della proprietà feudale e degli ultimi zombie influenti dell’aristocrazia, tutti a vari livelli e  a vario titolo titolari  di privilegio, eppure interpreti e, infine,  detentori  di un’ideologia che doveva combatterli i privilegi, rivelando quindi la potenza del suo dominio quando tutte quelle idealità morali, culturali, teoriche, scientifiche, liberatorie intrecciate delle quali si è nutrita per crescere  vengono smentite e tradite dalla realtà.

Figuriamoci come è più vero oggi, che la “borghesia”, o ,meglio il ceto medio si è via via impoverito, così come è stato dissanguato  il suo bagaglio di aspettative morali,  prosciugato quello culturale, oggi che la necessità impone la dismissione di desideri, talento, vocazione, oggi che è richiesta subordinazione in cambio di sicurezza, oggi che decodifichiamo i misteri della filosofia con Fusaro, quelli della politica con Bonolis, quelli della scienza con Angela, quelli della storia con Pansa. Figuriamoci se non abbiamo deposto tutte le armi, perfino quelle del desiderio di migliorare, censurato dal bisogno, e di ribellarsi, sottoposto a invincibile ricatto.

Ma le spade rimesse nel fodero   e la pistola nella fondina pare siano solo quelle ideali,  nel migliore dei casi trattate come residui arcaici e visionari. Quelle vere hanno invece tutto il rispetto dovuto a un brand concreto da valorizzare e sviluppare a costo di lacrime e sangue, con la considerazione da attribuire a una difesa personale sempre più proposta come requisito essenziale di ordine e sicurezza, con la deferenza che si assegnare all’investimento imprescindibile speso per garantire l’ammissione al contesto dei Grandi.

Perché la lotta di classe c’è e ad unirsi non sono stati i proletari di tutto il mondo insieme a quelli che aspirano a diventarlo, ridotti come sono a vite nude,  senza nome e che nessuno vuole, ma quelli che li sfruttano, quelli che fanno piovere su di loro, effetti collaterali ineluttabili, bombe intelligenti che infatti non colpiscono regge e manieri, quelli che fabbricano pochi prodotti che abbiamo sempre meno quattrini per comprare, anche se pare che consumare sia l’unico diritto concesso,  ma molti veleni, non solo bolle, derivati, fondi tossici, ma proprio gas, polveri, sostanze inquinanti che spargono lontano dalle loro case protette, dai loro grattacieli protesi verso il cielo a proclamare il magnifico dominio della modernità.

E siccome noi siamo un posto di serie B, è da noi, cui vengono affibbiate patacche a caro prezzo (ne ho parlato qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/17/la-vincibile-armata/) che quei veleni li collocano, non paradossalmente e forse per farci una bella risata su, in un paese, il nostro, che  ha pensato bene di non ha partecipato ai  negoziati in sede ONU che hanno portato  all’adozione del TPAN, Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari,né ha compiuto passi in direzione della sua firma e ratifica, a conferma che vogliamo dimostrare nei fatti e con le parole e  in tutte le sedi ufficiali la indole alla servitù volontaria. Tanto che i nostri occhiuti organi di stampa tacciono che nell’ambito del  piano di ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12, sia prevista, anzi avviata, la costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12, il triplo delle attuali.

Nel Risiko atomico possiamo dunque essere annoverati tra gli li Stati nucleari “in subappalto”, quelli che  in virtù della dottrina atlantica della “condivisione nucleare” (Nuclear Sharing) detengono bombe atomiche Usa che, in caso di conflitto nucleare, saranno impiegate dalle forze aeree nucleari nazionali (oggi i Tornado, domani gli F-35), in tutto almeno 150 bombe, di cui un terzo in Italia (nelle basi di Aviano e Ghedi), altrettante in Turchia e il resto spartito tra Germania, Belgio e Olanda.  Sempre gli Usa hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso), grazie  alla strategia di accoglienza e collaborazione “ PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della Ue nel settore militare, prioritaria per l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, che si compiace dell’opera fattiva di militarizzazione del continente: “rafforzare l’Europa della Difesa – ha detto- rafforza anche la Nato”.

Senza dire che così diventiamo a un tempo deterrente e bersaglio, come ospitiamo le loro schifezze che preferiscono non tenere nel loro orto nel contesto del Nimby bellico, così saremo, se è vero che come dice perfino il Papa guardiamo il futuro dall’orlo del baratro, l’obiettivo più esposto e vicino, disonorati, vittime e morti per conto terzi.

Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi Nato d’Europa , che un anno fa  è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la leggendaria caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra,  pronuba la ex ministra Pinotti, mentre ad Amendola (Foggia) si aspetta l’arrivo degli altri F-35 armabili (ce n’è già uno) con le nuove bombe atomiche B 61-12, già citate.  In Sicilia, invece, la base militare di Sigonella (Catania) promette di diventare la capitale mondiale dei droni, l’isola nella quale a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il Muos.

Disarmate le idee, disarmata la speranza, disarmata la resistenza, disarmati i diritti e le conquiste, si direbbe che il futuro dei giovani nel Sud  come al Nord (è in Toscana la più grande polveriera Usa, tra Pisa e Livorno) non sia in fabbrica, negli uffici, nelle università, nelle scuole, nei campi,  ma in trincea, in cabina di pilotaggio, sulla plancia di navi che affondano negli abissi del disonore, soldati mandati a macellare e al macello.

 

 

 


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