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Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


Tav-ola imbandita

siAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi ero mai fatta illusioni sulla possibilità, remota, che i 5stelle resistessero agli imperativi della banda del buco transanazionale.

Come sarebbe andata a finire si capiva già quando Di Maio cominciò a renderci partecipi del Grande Ricatto dei sostenitori della Grande Opera, che si declinava nella forma di  macchia indelebile sulla nostra reputazione, condannandoci a europei di serie b incapaci di raccogliere le dinamiche sfide della modernità, in quella ancora più implacabile del volume spropositato di sanzioni e risarcimenti, così spropositato che nessuno è mai riuscito a quantificarlo: milioni di milioni come le stelle del salame.

E d’altra parte in questo contesto di soldi si parla sempre in questa forma epica e  irreale, senza mai mostrare i conti della spesa, i conti dei costi, i conti dei benefici, i conti di chi guadagna dalla tav-ola imbandita, i conti delle previsione e delle ricadute sull’intero sistema dei trasporti e dell’import-export,  i conti di quanto ci mettono e di quanto ci guadagnano i cugini e di quanto ci mettiamo e ci perdiamo noi, di tasca nostra.

Meno che mai è stato fatto un conto, nemmeno dall’avveduto presidente Conte – nomen omen – dell’entità dei danni e delle spese  di un nostro No rispetto ai benefici nel tempo di esserci risparmiati la pressione di un intervento inutile, del suo peso esercitato sull’ambiente, sui bilanci dello Stato e nostri, sulla legalità ancora una volta in ostaggio del malaffare, forse perchè tutto questo fa parte di quei tabù che riguardano il futuro, rimosso almeno quanto il passato, di questo progetto simbolico e della sua trama di bugie, minacce, corruzione, attori che entrano e escono dalle porte girevoli dei tribunali, infiltrazioni malavitose, repressioni brutali.

Non mi ero illusa e non sono una elettrice 5stelle e dunque non parlo di infedeltà – largamente prevedibile- come invece fanno con grande sussiego risentito tutti quelli, a loro dire  contrari all’alta velocità, che si sono distinti per non aver votato  per quelli che incarnavano l’opposizione a questa formidabile allegoria del neoliberismo, dando entusiastico sostegno invece a chi l’alta velocità l’ha brandita come la spada fiammeggiante del progresso, rafforzando gli interpreti del sogno futurista di una rapidità al servizio del trasporto di merci e prodotti, oggetto di un trattamento privilegiato rispetto a quello della merce umana che viaggia su sferraglianti carri come un bestiame indegno di restare umano.

E che adesso sono stizziti che quel peggio rispetto al meno peggio Pd, impersonato da incapaci, inetti, ignoranti, incompetenti cui avevano affidato il delicato incarico di eseguire quello che loro competenti, avveduti, consapevoli, non avevano il coraggio civile di proclamare e fare, che abbia tradito le loro aspettative con una miserabile abiura, nè più nè meno come hanno fatto con  i padroni intoccabili  di Autostrade recuperati come ai vecchi tempi gloriosi prima del ponte, come con l’Ilva ceduta dall’enfant gaté sempre riproposto come interprete dei nuovi corsi riformisti  insieme ai gadget di impunità e immunità e ai trascorsi assassini di un’altra proprietà esentata dalle colpe come quella in essere, e come hanno fatto con altre eredità che non hanno la forza e nemmeno i numeri per rifiutare: Mose, Trivelle, Teap, grandi navi,   tutte cambiali in bianco che i progressisti umanitari hanno dato  loro al posto della scheda elettorale, perchè andassero avanti mentre a loro veniva da ridere.

Eppure quelli che hanno votato per il supposto Mm (male minore in forma di Pd) e che adesso sono infuriati e ingannati dalla diserzione del Mm (inteso come male maggiore, in considerazione della contiguità  con lo zotico all’Interno)  lo dovevano immaginare che ci volevano non quelli che considerano omminicchi, bibitari, steward  – vuoi mettere rispetto alle competenze e esperienze professionali e politiche del pantheon del cosiddetto centro sinistra che anche in fatto di apostasie vanta i record- ma dei superdotati di poteri e potenza per contrastare un simbolo, un simulacro inviolabile, una metafora e pure un format, che concentra gli elementi costitutivi e anche gli obiettivi di un impianto ideologico e di una visione del mondo.

Bisognerebbe poter smentire lo sbalorditivo sistema di bugie e falsificazioni su cui si fonda a cominciare dal castello di panzane contenute in quella “oggettiva” analisi dei costi-benefici elaborata, ma che sorpresa, dalle società interessate e poi fatta propria dal governo Monti che ipotizzava volumi di traffico mostruosi che solo quell’opera avrebbe potuto smaltire e gestire, poi sbugiardati dalla realtà del 2017 di una riduzione del flusso delle merci: 11 milioni sotto il livello del 1994,  5  milioni di tonnellate in meno rispetto al 2004, 35 in meno all’obiettivo del 2035.

Fu allora quando perfino una nuova indagine promossa dal governo Gentiloni dovette fare i conti con i dati, che da necessaria, l’alta velocità divenne inevitabile.

Inevitabile, certo, per evitare appunto che venisse meno un’altra componente irrinunciabile di quel modello: drenare, impegnare e investire i soldi pubblici  per trasferirli in forma di profitti nelle tasche di pochi, secondo quale percorso parallelo alla lotta di classe alla rovescia, ricchi contro sfruttati e ridistribuzione dalla collettività a una scrematura di privati (imprese, ditte appaltatrici, istituti finanziari e banche, cooperative e eserciti di consulenti, progettisti, controllori).

Pensate a che miniera giace in fondo a quel buco a beneficio dell’alleanza affaristica che sta già lucrando della quale fanno parte i soliti noti già visti e vanamente sospettati da Impregilo a Cmc, da Ligresti a Benetton, al Gruppo Gavio, entrati, usciti e rientrati con altre etichette nel circuito delle grandi opere dal Mose, al Terzo Valico, pronti a nuove fiabesche opzioni che se vinceranno anche stavolta, non potranno essere scongiurate, a cominciare dal Ponte sullo Stretto.

Eppure grazie anche all’atteggiamento di una opinione pubblica mantenuta dalla stampa in una beata ignoranza, di un ceto che oggi si straccia le vesti per il tradimento ma ha vezzeggiato gli autori della letteratura sul grande bacino di occupazione dei cantieri e le madamine che ballano intorno alla voragine in attesa che i plichi delle ordinazioni online arrivino prima, c’è ancora chi si fa  incantare dal mito sviluppista nella forma del totem i cui piedi sono già sprofondati rovinosamente, già sconfessato dallo scorrere del tempo  come quello dell’austerità, i due pilastri condannati dalla storia e dalla stessa crisi che hanno generato,  dai loro fallimenti e dalla bancarotta della loro narrazione distopica di una modernità che sta rivelando il suo istinto suicida e omicida.

Il fiasco già previsto di quella rappresentazione dimostra che si tratta di una visione irrazionale e fideistica, che vuole credere in una crescita incontrollata e illimitata, nel paradosso di buchi che vanno a edificare grattacieli,  in quello di corridoi europei cui fanno da contromisura i muri, i blocchi, i confini, le frontiere e i fili spinati  in quello dal fare, del costruire come se potessero compensare la smania distruttiva della avidità e dello sfruttamento.

Per questo la proposta di un pronunciamento popolare, malgrado qualche successo di altri No, suona come una minaccia e una intimidazione, perchè delega a disinformati e interessati, innocenti e correi, indistintamente, la responsabilità del delitto premeditato e compiuto dall’oligarchia, del furto commesso con destrezza e “velocità” dalla cleptocrazia.

 


Ma che gran figli di …

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia.

E siccome siamo moderni,  teniamo famiglie allargate a amici, affini e complici,  e pure “combinatorie” come diceva il Censis nella sua fase più immaginifica, quelle “impegnate  nella moltiplicazione delle attività lavorative e  nell’aggregazione di una pluralità di redditi di lavoro. Tutti cercano di contribuire all’obiettivo di accrescere la capacità complessiva di spesa e di risparmio: si ricorre al doppio lavoro….  ai lavoretti stagionali, a quelli informali e tipici dell’economia del sommerso”.

Invece del Cnel in via di cancellazione come la democrazia, invece del Censis e dell’Istat sempre meno ascoltati e celebrati a meno che non si prestino con rinnovato fervore a soffietti di regime, invece di sociologi del familismo amorale, ormai annoverati tra molesti e arcaici sapientoni, a occuparsene è la cronaca giudiziaria, che ogni tanto rivela a noi, possessori di vincoli di serie B, ben poco riconosciuti e ancora meno tutelati, l’esistenza e la sussistenza di stirpi illustri che, nei vari gradi di parentela e contiguità godono di sostegni, assistenza, sussidiarietà, rendite e privilegi dinastici sempre più ingenti e pingui, ben oltre i modesti e innocenti Rolex d’oro, ormai equiparati alle ingenue medagliette della Cresima elargiti dalle madrine e dai padrini.

Anche se di padrini ce ne sono e sono poi un po’ sempre gli stessi, cordate di imprese multitasking, progettisti visionari di ponti e piramidi, faccendieri dinamici quanto avidi, finanzieri dotati di quella ubiquità necessaria a prodigarsi qui nel supporto a politici rampanti come in ben protetti paradisi, ministri e boiardi di Stato. E a spartirsi il pane poco eucaristico non ci sono solo virgulti della nomenclatura, ma anche patriarchi beneficati dalle carriere di figli che hanno ben appreso la lezione e seguito l’esempio genitoriale e premiati perfino tramite leggi ad personam, salvataggi bancari ad familiam, timide sentenze assolutorie quando proprio era impossibile affidarsi alla compassionevole prescrizione.

Abbiamo saputo di fratelli che in mancanza di un gabinetto di rango ministeriale, vengono omaggiati con opportuni succedanei sotto forma di toilette ad personam, forse inutile vista la scarsa frequentazione della sinecura della quale possono beneficare. Mogli e mariti di sprecano, nelle vesti di guardie del corpo e portaborse, di addetti stampa e sbrigafaccende, di consiglieri e consulenti giudiziosamente previsti nei regimi di fuori busta e indennità irrinunciabili a tutti i livelli territoriali, non dissimili in fondo da igieniste dentali e olgettine avide, della quali almeno si conosce la natura dei servizi prestati.

Ma i figli, beh i figli so’ piezzi ‘e core, cosa non farebbero per i figli i nostri “eletti” e non, in esercizio o in pensione, che hanno provveduto a sistemarli perché non debbano patire in caso di oscuramento di cariche e popolarità. Se avevamo dei dubbi sulla loro competenza, sulla loro onorabilità, non ne abbiamo sul loro attaccamento alla prole, sulla cura dei cuccioli, alla notizia del cursus honorum del giovane Lunardi o di Monorchio jr, come avevamo appreso anche prima a proposito dei successi e dei premi produzione del ragazzo Cancellieri, della piccola Fornero, e tanti altri saliti all’onore delle cronache, ma per poco, per via di prudenti eclissi informative.

Della loro Fertility, benedetta e officiata in vari Family Day, come hanno rivendicato in forma bipartisan da Lupi a Galletti, sappiamo che è l’unica riconosciuta e approvata, che sia istituzionale, legale o criminale o tutte e tre insieme, eventualità non remota ricordando le frasi celebri di Lunardi Senior a proposito nella doverosa convivenza con la mafia. Sono ammesse e tutelate solo le loro dinastie, discendenze, eredi e delfini, parenti di tutti i gradi, patriarchi anche sotto forma di zii esigenti e tirannici: abbiamo notizie oggi dell’ira di un ascendente della stirpe Salini Impregilo molto temuto, anche dal premier che ha dovuto promettere un Ponte alla sua impresa. Dimostrano ogni giorno che le nostre di famiglie sono meno di zero, figuriamoci le progenie di chi arriva della quali è sacrosante non gliene freghi un cazzo, secondo una ideologia discesa per li rami anche a livelli popolari. Al Ministro dell’Ambiente infatti “non frega un cazzo” dei figli degli operai dell’Ilva e manco dei padri, alla first lady poco deve interessare della scuole che crollano sulle teste degli scolari, salvo di quella dove ha ottenuto un sorprendente incarico, visto che il suo prverbiale riserbo la induce al silenzio anche su questo tema così domestico, a Monorchio poco gli cale di cemento colloso messo alla prova da un susseguirsi di terremoti non certo inaspettati.

Dell’ultimo “scandalo” sappiamo che un loro ideologo chiama Amalgama il collante protofamiliare e mafioso che lega interessi opachi  e che “ consente di stare «tutti a coltivare l’orticello»”, come rivela al telefono in una intercettazione, che presto potrebbe diventare fuorilegge, grazie a «un’organizzazione stabile composta da tecnici, imprenditori e professionisti che si sono accordarti per un reciproco scambio di utilità ai danni dei contribuenti», come sostiene l’accusa, e che «apparteneva a una logica illecita che, come abbiamo già visto, non era nuova all’ interno di questi appalti per le Grandi Opere».  Di modo che i loro figli traevano profitto e i nostri che protestavano contro Tav, Mose, Ponte, Muos, trivelle, andavano dentro, perché pare siano i nostri  i soli “figli di…”.

A sentirli non sai se a parlare sia tal Domenico Gallo al servizio del boss De Michelis o Don Vito  “gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, oppure “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo” o “ci vuole spirito unitario, perché se ognuno tira e un altro storce non si va mai avanti».   E c’è da scommettere che come ormai succede di continuo, pietosi istituti vigenti e inclini a perpetuare nel rispetto delle leggi disuguaglianze anche nell’impunità, i rampolli celebri torneranno presto in libertà, onorati in famiglia allargata dopo la cattiva esperienza in collegio e premiati da nuovi incarichi in nuove cordate di nuove e vecchie irrinunciabili grandi opere.

A conferma che a governarci c’è sempre la stessa cupola che combina ormai esplicitamente crimine solo apparentemente legale e  crimine mafioso, boss malavitosi e boss di grandi impresa, Cosa Nostra e Cosa Loro.


Scippo al Passante

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi 40 milioni a chilometro è costato il Passante di Mestre, Grande Opera necessaria, si disse, per alleggerire il traffico sull’autostrada A4, quella che collega Torino a Trieste.

Talmente necessaria che malgrado i costi iniziali di costruzione siano lievitati di più del 60%, malgrado sia fortemente passiva – i pedaggi, anche a fronte dei provvidenziali rincari imposti dalla Cav, Concessioni Autostradali Venete, l’azienda di gestione al 100 per cento pubblica, che non bastano a ripagare l’unica socia, insieme alla Regione Veneto della Cav, l’Anas, delle spese di realizzazione, malgrado le società costruttrici siano coinvolte nel  “Mafia Serenissima”: nel corso delle indagini  sarebbe emerso un collegamento tra il MOSE e le altre infrastrutture che le società del Consorzio Venezia Nuova, tra cui la Mantovani spa, stavano realizzando in Veneto, la principale delle quali  era proprio il Passante di Mestre, malgrado tutto questo, dunque, che conferma come quel territorio sia diventato il laboratorio sperimentale del programma globale di concedere al privato il controllo totale sul pubblico per indirizzare le risorse  verso i propri interessi, grazie alla corruzione economica e a quella delle leggi,  la Bei e la Commissione hanno disposto un magnanimo “sostegno pubblico” all’ intervento, annoverato tra quelli strategici.  Un aiuto generoso che consiste nell’emissione di bond, obbligazioni per rifinanziare il debito, per un valore compreso tra i 700 e i 900 milioni, con una durata di 15 anni e garantite dalla banca di investimento europea, che si fa carico della restituzione di almeno il 20 per cento del prestito offerto dai sottoscrittori.

È bene che lo ricordino quelli che si illudono che la riesumazione del Ponte sia solo una boutade pre-referendaria (a dicembre arriverà alla Camera il Ddl sblocca-ponte, esulta Alfano), quelli incantati dallo “sviluppismo” dinamico tramite cemento e dissipazione del suolo, quelli che pensano che l’occhiuta matrigna tirerebbe le orecchie al burbanzoso scolaretto se volesse girare il suo film tra un colossal e il Padrino. E siccome si tratta di quelle mega produzione che farebbero invidia a Hollywood, con tanto di sequel, i protagonisti ritornano e non muoiono mai. Infatti nell’ormai lontano 2005 indovinate chi si aggiudicò l’appalto per il Passante: proprio Impregilo, fino a tre anni prima principale azionista del Consorzio Venezia Nuova, che aveva partecipato con un solo competitor, la Pizzarotti di Parma. Che misteriosamente in prima battuta si macchia di un errore procedurale: la  busta non è sigillata con la ceralacca, tanto che  la gara viene rinviata e non sorprendentemente se l’aggiudica il solito sospetto. Pizzarotti protesta, ricorre, dimostra, ma inutilmente, che tutti i parametri erano in suo favore, salvo uno a dir poco discrezionale, quello sul “valore” attribuito dalla commissione giudicante alle imprese partecipanti. Niente da fare, Impregilo, la società davanti alla quale il premier si è pubblicamente inchinato, firma il contratto con la Regione entusiasticamente rappresentata dall’allora presidente Galan che dichiara che la sua soddisfazione “è indescrivibile, è a un livello sublime”.

Ora c’è da chiedersi perché mai dovremmo avere fiducia in questi soggetti, che ogni volta ritornano in una danza macabra, dandosi il cambio e avvicendandosi, rinnovando alleanze e ricostituendo cordate: loro sì che hanno saputo unirsi in tutto il mondo,  cui “si dice” partecipino imprese “riconosciute” ufficialmente  come criminali, con marchio dop della mafia, in modo da non perdere mai le occasioni munificamente offerte da governi assoggettati alle cupole dell’impero.

Perché mai dovremmo permettere che i loro profitti si moltiplichino a spese nostre, inseguendo illusorie promesse di “partecipare” dei miserabili resti dispensati dalla manina della loro ingiusta Provvidenza. Ormai nessuno dei contigui a questa marmaglia, a queste cricche miste: privato, pubblico, politico, nazionale, estero finge più di credere al mantra tante volte ripetuto ma solo a fini propagandistici. Ambiente, niente, diceva un comico di qualche anno fa, e niente manutenzione, niente risanamento, niente opere di salvaguardia, niente ricerca e applicazioni tecniche per la sicurezza delle città, dei suoli, delle acque, meno che mai del lavoro, perché la loro crescita, il loro sviluppo, il loro avanzare impone di soggiogare paesi, popoli, risorse alla loro furia spoliatrice, che deve fare presto, macinare investimenti, moltiplicare dividendi.

E allora bisogna dire di No. Alle loro riforme come alle loro piramidi. Perché le due cose sono intrecciate strettamente, indistinguibili dentro alla menzogna della stabilità, alla convenzione della governabilità. Se, come è vero, la realizzazione delle grandi opere permette di accrescere considerevolmente gli effetti  del processo di appropriazione criminale di rendite parassitarie, concentrando le opportunità di profitto illecito entro sedi istituzionali e processi decisionali circoscritti e più facilmente controllabili,  quelli di un “sistema” che non si preoccupa di violare il codice penale, perché le leggi sono state piegate alle sue esigenze, a quelle di emergenze fittizie che prevedono regimi eccezionali, deroghe e commissariamenti, procedure semplificate, il sopravvento di soggetti monopolistici.

Se non siete faraoni e se non volete essere schiavi, se non credete al mito futurista della velocità che accorcia i tempi di percorrenza dall’umiliata Calabria alla mortificata Sicilia, se non avete fatto giuramento di fedeltà a clan criminali o “diversamente” criminali, se vi sta a cuore il bene comune, se volete riprendervi spazio, respiro, decisioni e libertà, vi conviene cominciare a dire No .

 

 

 


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