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Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una parola piccola piccola ciononostante impronunciabile per il nostro ceto politico, come fosse sconcia e indecente. E dire che pensavamo di averla riscattata tre mesi fa e imposta anche a loro. Invece no, invece il No continua a suonare come una bestemmia contro le loro divinità e il loro credo, offensiva e screanzata per quel loro bon ton ispirato a servilismo ossequiente e ad ubbidienza cortigiana  per i poteri padronali.

Così ci tocca un altro si, quello della giunta di Roma ad un’opera giudicata essenziale imprescindibile insostituibile e indispensabile, (ne abbiamo scritto molte volte anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/02/13/speculazione-allultimo-stadio/)  proprio come Lotti al governo o Marroni in Consip, proprio come aveva voluto il sindaco galantuomo “osteggiato dai poteri forti” che ne aveva decretato il carattere di intervento di interesse collettivo, sorprendente se attribuito a uno stadio e non a servizi per le periferie, case per senzatetto, trasporti di superficie, infrastrutture per la gestione dei rifiuti e chi più ne ha più ne metta.

E dire che bastava dire di no, come si era detto per la candidatura olimpionica, e non per l’impotenza a contrastare la corruzione, ma per non prestarsi a assecondare un affarismo inequivocabilmente speculativo, insostenibile dal punto di vista ambientale, costoso senza ritorno come dimostra l’esperienza  di anni di grandi eventi sportivi fallimentari, in Italia e altrove.

Giova rammentare come è nata la falsificazione del bisogno primario di agonismo a Roma, quando si scopre facilmente che il calcio occupato militarmente da società miliardarie, operatori del marketing delle licenze televisive, bagarini in svariate gerarchie e tipologie illegali, formazioni neofasciste, non ha il successo di un tempo celebrato nelle sue forme spontanee dal cinema e dalla letteratura mondiale. E quando il vuoto degli spalti, attribuito alle barriere anti-violenza, denuncia invece disaffezione e scontento, confermati da ricerche e indagini che li spiegano con motivazioni di tipo economico, legate ai costi dello spettacolo calcistico in questi anni di crisi; di tipo estetico, che coinvolgono la qualità dello spettacolo allo stadio e in Tv; di tipo organizzativo, che mettono sotto osservazione la professionalità del management delle società; e perfino di tipo etico, dovute alla crisi di fiducia nei confronti del sistema causata degli scandali che, in modo ricorrente, colpiscono questo sport.

Come è ormai costume consolidato si è invece approfittato di una di quelle leggi onnicomprensive pensate per accontentare svariate esigenze padronali, quella Legge sugli stadi, che doveva favorire restauro e adeguamento degli impianti, per accelerare e semplificare procedure e normative “eccezionali” per la costruzione di qualche nuovo Colosseo. E per rendere ancora più infame questa particolare acrobazia governativa sono state previste “compensazioni  in favore dell’interesse generale” sotto forma di cubature extra concesse ai costruttori in cambio di infrastrutture di servizio per la collettività, si è stabilito che potesse trattarsi non certo di edilizia residenziale, per carità, suscettibile di essere oggetto di manovre speculative, ma di attività di altro genere, trasparenti e irrinunciabili, necessari per non dire vitali: commerciali, terziarie, sotto forma di outlet, mall, falansteri di uffici finanziari e banche.

Così ci tocca sperare in qualche tribunale, in qualche ufficio tecnico, in qualche organismo di controllo per spezzare la nuova alleanza del si stretta dalla sindaca Raggi, dalla cordata dei costruttori e immobiliaristi e dalla Sa Roma, che ha concordato ridicoli aggiustamenti al progetto iniziale accreditando “un taglio del 50% complessivo della cubature (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) e un potenziamento dell’ecosostenibilità” e una “revisione”, ma al ribasso, delle opere pubbliche, con la decadenza del prolungamento della metro B e di alcuni interventi nel quartiere della Magliana giudicati non pertinenti allo stadio.

In realtà basta fare i conti della spesa perché si riveli la patacca: la metà di 1.100mila metri cubi del progetto fa sempre 550mila metri cubi un bel po’ più dei 330 mila concessi dal Piano Regolatore e dei quali lo stadio rappresenta meno della metà. Un bel successo per i promotori, che ha fatto proclamare con compiacimento a Luigi Di Maio che adesso “è tutta un’altra cosa, siamo di fronte ad un progetto sostenibile e rispettoso dei valori del Movimento 5 Stelle».

Si vede che l’ingresso in Campidoglio ha piegato i principi del movimento a quella egemonia del compromesso ostile al no e amica di quella involuzione dell’urbanistica come scienza regolativa e programmatrice degli interventi sul territorio per convertirla in pratica della contrattazione al servizio di appetiti proprietarie e speculative. Si vede che è cominciato un nuovo corso che dovrebbe dimostrare la credibilità dei 5Stelle come forza politica con cui i gruppi finanziari e le imprese possono dialogare e interagire alla pari o addirittura con più potenza dei partiti tradizionali, non più magma populista inafferrabile e inaffidabile dunque ma  soggetto istituzionale  “di governo”.

E cosa importa che gli stadi, tanto auspicati dal patron del Milan, siano il cavallo di Troia delle più bieche operazioni speculative, con tanto di torri, grattacieli, fortezze, rotonde intorno alle quali far girare denaro poco limpido: adesso in corsa per il loro Colosseo ci sono altre società e altre città: Bologna, Milano, Napoli, Palermo. E Firenze  dove è stato riavviato con gran pompa l’iter del progetto dei Della Valle, un grande impianto in una delle zone più popolose e congestionate della città, con lo spostamento del Mercato Ortofrutticolo nell’area già interessata dall’infausto aeroporto.

Suggeriamo ai militanti 5stelle, se sopravvivono alle pressioni concordi di speculatori, palazzinari, immobiliaristi, stirpe Casaleggio, ultrà giallorossi,  un bel giro in aereo per fotografare Roma dall’alto con un quarto del suolo divorato dall’asfalto e dal cemento: 31.000 ettari su 129.000, secondo l’Ispra,  la somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. O di andare a visitare  gli 185.000 alloggi vuoti, invenduti, e le migliaia di uffici cui si aggiungerebbero quelli di contorno allo stadio, a fronte  di periferie degradate e emarginate, alloggi occupati, sedi di servizi pubblici ospiti a fitti elevatissimi da benevoli privati.

Si ravvedano, altrimenti c’è da dire che sono davvero tutti uguali sotto il segno del Si.


Il Palazzo contro la Casa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regge e palazzi contro capanne, caverne e grotte. Si sa che questo è uno dei fronti strategici dell’aristocrazia del Grillo: loro sono loro e noi non siamo un cazzo, così ci tocca rimpiangere Sullo perché le operazioni chirurgiche sulla casa rappresentano l’unico tentativo riuscito di una politica organica e coerente dei governi che si sono succeduti: in nessun altro settore si è realizzata una tale concordia di obiettivi e di realizzazioni, anticipatrice della totale sintonia tra destra e diversamente destra, in previsione del coronamento del sogno del partito unico.

È già da un po’ che ci siamo persuasi che Renzi si è assunto gioiosamente il compito di concretizzare le visioni del Cavaliere e di rendere effettivo il principio cui si ispirava la sua “weltanschauung”, la sostituzione dello stato con poteri privati, l’egemonia di una visione individualistica di tutto, risorse, servizi, spazi, attraverso l’abbandono delle regole e delle leggi, la distruzione del primato dell’autorità pubblica nel governo del territorio, il sostegno alle rendite e la legittimazione della speculazione. I suoi pilastri ideali, tradotti in slogan prima e in azioni poi, erano:  ognuno è proprietario a casa sua, e fa della sua terra ciò che vuole; e i  problemi delle città si risolvono costruendo attorno a ciascuna di quelle esistenti delle appendici, delle Citta Due, Tre, Quattro, libere da vincoli in un festoso Far West di deroghe, condoni, e grazie alla sistematica demolizione della pianificazione urbanistica,  all’ esautorazione degli enti locali e all’allentamento dei controlli.

Se intimidito dalle reazioni – allora ancora ce n’erano – Berlusconi sospese il suo famigerato piano casa, quello che ben lungi dal realizzare alloggi per quelle fasce di cittadini che non riescono a trovare soddisfazione rivolgendosi al mercato privato, prevedeva semplicemente l’incentivo a chi possedeva già un’abitazione, o comunque un volume edificato, di ampliare la sua proprietà immobiliare e trasformarla  derogando esplicitamente da tutti i regolamenti e i piani nonché (almeno in una prima fase) dalle stesse norme di prevenzione dai rischi o di tutela dei beni culturali e del paesaggio, premiando le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare, Renzi ha raccolto il suo testimone affidando in prima battuta la materia a Lupi, quello che credeva che Ruby fosse nipote di Mubarak e che suo figlio fosse assunto in ruoli prestigiosi per le sue qualità professionali. Si devono a lui alcune delle operazioni più squallide, dal provvedimento chiamato con prosopopea “piano Lupi”, una montagna che doveva avere prioritariamente l’effetto di partorire un sorcio infame: la previsione  di tagliare luce e gas a chi occupa abusivamente un immobile, almeno 10 mila poveri, indigeni e stranieri, escludendoli   dalle gare di assegnazione per 5 anni.   Ma anche di ristabilire il primato assoluto del diritto proprietario e della rendita, attraverso un atto che pareva dettato dalla muscolare asso­cia­zione della pro­prietà immo­bi­liare e dai costrut­tori ita­liani, attraverso la riaffermazione del diritto edi­fi­ca­to­rio rico­no­sciuto per legge in eterno, sancito dal principio  che «ai pro­prie­tari di immo­bili è rico­no­sciuto il diritto di ini­zia­tiva (…) anche al fine di garan­tire il valore degli immo­bili».

In modo da  favo­rire l’ulteriore costru­zione di nuove case, quando anche i più sprovveduti conoscono   i motivi che a par­tire dal 2007 hanno por­tato a una dimi­nu­zione dei valori immo­bi­liari che nelle aree mar­gi­nali del paese ha rag­giunto il valore del 40% e si atte­sta sul 20% nelle peri­fe­rie delle grandi città: la crisi certamente,  ma soprattutto la smania “costruttivista”, che per vent’anni ha permesso di costruire senza programmazione e regole, per gonfiare le bolle e le roulette finanziari, per offrire l’accesso ai colossi immobiliare a finanziamenti pubblici, per nutrire il brand della corruzione. Con il risultato  che tutti gli isti­tuti di ricerca di set­tore par­lano di almeno un milione di alloggi nuovi inven­duti, facendo crollare  i valori delle abi­ta­zioni.

Il fatto è che non c’è solo la volontà esplicita di appagare l’avidità insaziabile dei signori del cemento.  Non c’è solo la proterva determinazione a mettersi al servizio del sistema rapace delle banche, attraverso le acrobatiche disposizioni in materia di mutui ( ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/03/07/il-rottamatore-della-casa/ ) o il trattamento “speciale” nella partecipazione alle aste.

Sono entrati in vigore a fine febbraio infatti i nuovi privilegi fiscali per chi compra le case all’asta, in continuità con dieci anni di forzature, consentendo a chi compra e vende case per “mestiere”  – imprese o istituti di credito e finanziari – alle aste immobiliari, di fare più soldi, grazie a una norma che permette la speculazione professionale,  pagando solo 200 euro di tassa fissa (anziché il 9% sul prezzo di aggiudicazione).  E non dimentichiamo come nella legge di Stabilità sia stata confermata l’oscena esenzione IMU in vigore dal 2013 (art. 2 del D.L. n. 102/2013) per gli immobili invenduti dalle imprese di costruzione. Non solo,  questo privilegio fiscale, inizialmente previsto per soli tre anni, è stato garantito per sempre dal Governo, favorendo le grandi imprese di costruzione senza riconoscere gli stessi diritti ai comuni cittadini.
No, non c’è solo l’obbligo di prodigarsi per accontentare la famelica divinità del profitto. Espropri o “ruspe” virtuali,  tutto  fa credere  che ci sia proprio un istinto ferino a colpire i cittadini in quanto ha sempre rappresentato un elemento di stabilità, una garanzia, una certezza che pensavano fosse inviolabile. Per ridurli in stato di ricattabile soggezione, di inguaribile e dannata insicurezza, in modo da esporli a intimidazione e minacce bestiali e naturali, come succedeva agli antenati nei sassi, nei gorfas, nelle grotte di Altamira. Solo che loro almeno prendevano la clava.

 

 

 


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