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Nato per uccidere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un tempo l’opportunità della guerra era sostenuta anche dalla tacita intesa tra tiranni, generali e soldataglia che il dopo sarebbe stato radioso, che le città dell’impero sarebbero risorte più belle e più forti che pria, erette grazie al lavoro dei tanti che si sarebbero così sottratti alla servitù della gleba, alla fame insoddisfatta con due rape nascoste all’avidità degli esattori.

Oggi non è più così. da noi in particolare la ricostruzione non si addice al regime che ha interesse a spopolare interi territori per farne parchi e riserve dove mettere in scena lo spettacolo in memoria di una nazione bella, viva e creativa e per riunire greggi di individui e annetterli sotto forma di popolazione cittadina agli eserciti mobili e precari che devono tenersi a disposizione di un mercato del lavoro che così li controlla meglio e li assolda, li sottopaga e li sposta a suo piacimento.

Oggi non perdono tempo nemmeno a più a persuaderci dell’opportunità della guerra, promossa a improrogabile necessità. E che si deve muovere e sopportare per forza, senza discutere e senza opporsi con ridicoli e arcaici pacifismi per i soliti motivi, smania espansionistica, estensione spaziale offerta agli  istinti e alle istanze predatorie di risorse e nuove geografie. Aggiungiamo anche alle antiche e imperiture motivazioni, la volontà di accelerare il processo di estinzione del futuro: gente senza speranza è più manovrabile, controllabile, ricattabile in nome della sicurezza miserabile di un immanente riparato e risparmiato ancorché sottomesso. E perché no?  la creazione di posti di lavoro con la militarizzazione della  manodopera, con la conversione della estesa “manovalanza” contemporanea  in esercito da adibire a nuove “ammuine” indispensabili a fronte di modi di fare la guerra inediti e tragicamente astratti, con piloti che bombardano stando seduti al desk e soldati che premono bottoni a chilometri di distanza dall’obiettivo da conquistare.

O l’intento non recondito di smetterla con le ubbie del diritto internazionale preliminare al rispetto dei diritti interni e fondamentali, di cancellare con stati di emergenza le sovranità degli Stati e le tentennanti superstiti democrazie, reclamando unità fittizie e artificiali quanto indifferibili in nome del contrasto a un nemico comune, il terrorismo. Che legittima azioni e belligeranze che dai tempi delle campagne in Irak qualcuno ha avuto la faccia tosta di definire “etiche”.

O, non ultima, la necessità di “valorizzare” l’industria degli armamenti, perché se ne aumentino i profitti ma anche la condizionate influenza, stornando risorse dai bilanci di welfare, tutela del territorio, istruzione e imponendo investimenti formidabili in strumenti inutili ma indispensabili a stringere il cappio economico intorno al colle di nazioni gregarie.

Si, gregarie come l’Italia che, secondo i dati riportati dal primo rapporto annuale sulle spese militari  presentato dall’Osservatorio MIL€X e presentato alla Camera dei Deputati lo scorso  febbraio,  spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti. Con “investimenti” in costante aumento (+21% nelle ultime tre legislature), che rappresenta l’1,4% del PIL nazionale, nella aberrante media Nato, Usa esclusi, ma che pare ancora poco per l’Alleanza Atlantica, che esige di arrivare al 2% in base a una decisione (mai sottoposta al vaglio del Parlamento) per corrispondere alle aspettative dei guardiani del mondo.

Non si sa per quale pudore, per quale reticenza i tanti che reclamano l’uscita dall’Europa, non fanno il salto di qualità politica e morale di chiedere l’uscita dalla Nato, per sottrarci dal pericolo e dalla correità con l’impero e con il suo totalitarismo, che giustamente il Simplicissimus oggi chiama col suo nome, una Jihad statunitense, quella che  ha diretto l’attacco contro la Siria anche grazie all’appoggio fornito dalla  base aeronavale  di Sigonella e dalla stazione di Niscemi del sistema statunitense Muos di trasmissioni navali.

E dire che proprio la nostra posizione geografica, quella che ci espone all’arrivo dei disperati che fuggono da miserie e guerre delle quali siamo corresponsabili, costituisce la qualità e la cifra di una neutralità tanto coraggiosa e forte da generare ragione, da far coltivare indipendenza per noi e per gli altri, da alimentare amicizia e pace.

 

 


Il Placido Don .. Matteo

L'angelo della Storia, Paul Klee

L’angelo della Storia, Paul Klee

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Dal 28 ottobre, quando incominciarono le giornate di gelo, la fuga dei francesi prese un carattere ancora più tragico: divenne la fuga di uomini che agghiacciavano e si abbruciacchiavano a morte intorno ai fuochi e che continuavano in pelliccia e in carrozza a fuggire col bottino dell’imperatore, dei re e dei duchi ….l’esercito francese si dissolse e si disgregò  indipendentemente dal maggiore o minore rigore del freddo, dall’inseguimento, dagli ostacoli del cammino e da tutte le altre condizioni prese separatamente”.

Nessuno pretende che  Renzi, la Pinotti, Gentiloni, Renzi abbiano letto Guerra e Pace. Nemmeno che abbiano visto Il nemico alle porte, preferendogli Checco Zalone. Tutto congiura nel far sospettare che abbiano studiato con poco profitto la storia passata e anche quella più recente. E d’altro canto pare sia stato così anche per Bonaparte, per Hitler, che forse avevano concentrato le loro letture sui fasti dell’Orda d’Oro mongola, quando la stirpe di Gengis Khan invase e conquistò la Russia.

Né  ha tratto insegnamento dalle lezioni del passato, l’alleanza che fa da cagnaccio ringhioso all’impero del “bene”, economia di mercato, democrazie liberali e diritto a consumare, contro il “male”, totalitarismo e direzione centralizzata dell’economia, nuovamente al servizio di una guerra fredda a un quarto di secolo dalla  dissoluzione dell’Unione Sovietica,  per preservare il suo status di potenza dominante fino al Mar della Cina, grazie all’accerchiamento militare della Russia, dimentico di tante guerre perse con disonore compresa quella alla verità mossa perfino con il sostegno di eufemismi e stravolgimenti semantici  che hanno convertito cruenti conflitti in campagne “morali” esportatrici di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale, aiuto a casa loro.

Il fatto è che oggi più che mai bisogna dar ragione a Hegel, secondo il quale “ciò che esperienza e storia insegnano è proprio che i popoli e i governi non hanno mai appreso nulla dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da essa”. Pare che dobbiamo rinunciare a illuderci che il suo studio “applicato” sia un antidoto a stupidità e irrazionalità, che sia ragionevole ritenere che si possa conseguire dalla sua interpretazione la conoscenza di una verità assoluta e definitiva, l’acquisizione di una oggettività irraggiungibile che permetta scelte che contrastino con smanie di onnipotenza, avidità insaziabili di profitto. Così tocca sia pure malinconicamente concordare con chi associa a attitudini totalitarie la pretesa di darne una lettura complessiva e infine benevola, come della narrazione dell’emancipazione progressiva dell’umanità, della “civilizzazione”, come riscatto da ferocie belluine.

E sembra infatti ancora più facile chiamarsi fuori dal complotto dell’oblio che faciliterebbe l’esonero da responsabilità e colpe del passato in  modo da poterle allegramente replicare nel presente, adesso che ci è permessa una benefica astrazione dalla realtà e dagli atti che vengono commessi anche in nostro nome, se le guerre di conquista e sopraffazione vengono compiute  con bombardamenti ad alta precisione tramite un clic su un pc di un ingegnere che la sera torna a casa da moglie e bambini, o  se si usano droni, o se il pilota dell’F16 che sgancia la bomba non giarda di sotto da lassù, che tanto l’obiettivo è un puntino rosso sullo schermo, se, cioè, si crea una distanza remota, una tremenda e asettica lontananza dalle cause e dagli effetti. Proprio come quando remoti decisori prendono decisioni che condizionano le nostre vite, sotto forma di patti, trattati, apparentemente astratti, ma che condizionano le realtà di milioni di persone, come sempre, ma oggi di più, è successo nella storia, grazie alla banalità maligna di burocrazie e poteri inafferrabili.

Così anche se solo li votiamo, ma non è poco, anche se non approviamo le loro scelte, e diventa poco, anche se semplicemente giriamo lo sguardo ne diventiamo correi, perché non possiamo non sapere che c’è un dito indice che preme su un tasto, più o meno persuaso di farlo nel nostro interesse, o perché ubbidisce a un ordine, o per insana smania di potenza, perché non possiamo più  dichiararci estranei alla guerra che viene condotta a livello globale, in difesa di un nostro stile di vita,  quando è evidente che ne siamo e ne saremo vittime anche noi, che dichiariamo così la nostra impotenza a cercarne un altro di modello, proprio come fanno altri fondamentalismi che si oppongono al fondamentalismo occidentale, senza assumere posizioni anticapitalistiche, confermando l’implacabile irriducibilità dello sfruttamento.

Ormai le uniche letture della storia  e le sole narrazioni di eventi del passato ci giungono come il resto, attraverso la rappresentazione, possibilmente quella dello spettacolo, che fa sì grazie alle tecnologie che siano più vere del vero, che ci paia di entrarci dentro, di emozionarci, di farne parte, col sollievo però di uscirne, con la consolazione del distacco, con il conforto del ritorno a una realtà immediata, fissata come in un selfie. E forse  proprio per questo fittizia, perché mentre accade è già pronta ad esaurirsi.

Perché una delle modalità in uso delle contemporanee  tirannie è quella dell’istante, un presente cui ne segue un altro e poi un altro ancora, che vuol dimenticare il passato e che non crede nel futuro, forse in una riposante pretesa di immortalità. Ci vogliono così, affetti da amnesia e senza speranza, malati di adesso e subito. E’ proprio ora di guarire.

 

 

 


Delitto e, speriamo, castigo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Giorni fa ho avuto la fortuna di “incontrare” e di riconoscermi, ancora una volta, nel pensiero di Agnes Heller, filosofa  ungherese, allieva di Lukács» sfuggita  alla Shoah e a purghe successive (era stata espulsa nel 1959 dall’Università di Budapest), emigrata in Australia nel 1977, dove  insegna  sociologia a Melbourne, arriva poi  a New York e occupa la prestigiosa cattedra di Hannah Arendt, ora tornata a vivere in Ungheria dove è determinata con giovanile esuberanza a ricoprire la funzione di molesta e importuna presenza critica del regime.

Mi ha confortato leggerla, perché solleva il problema dell’eclisse dell’utopia, immaginando però che in questa assenza risieda qualche vantaggio, che potrebbe consolarci delle feroci disillusioni, assolverci per la colpa di aver dismesso sogni e radiose visioni, lenire le ferite inferte  dalla caduta delle speranze riposte nell’arcobaleno che doveva segnare la fine delle tempeste del secolo breve, delle  ideologie che avevano prodotto l’orrore nazista e fascista.

Oggi che nuovi fascismi, nuovi autoritarismi, nuove persecuzioni, nuove disuguaglianze non “ci permettono  la soddisfazione dei nostri desideri, però da qualche parte e in qualche modo possiamo immaginare la società giusta”, dice Heller   ricordandoci che siamo ancora in possesso del diritto inalienabile di contribuire a “coltivare il giardino in cui viviamo con responsabilità, attenzione e cura”, scegliendoci, noi, un futuro migliore, grazie alla nuova conoscenza che possediamo di quello che ci circonda, dei suoi rischi: quello nucleare, ma anche gli attentati alla sovranità dei popoli in nome di un nuovo imperialismo, quello finanziario non meno cruento di quello antico, quello autoritario, ma anche quello della invasione mediatica e comunicativa al servizio di modelli di consumo che orientano desideri e decisioni esistenziali e pubbliche, totalitarismi, ma anche la tentazione di isolarsi in un privato egoico, solipsistico, accidioso e amaro.

Si tratta di una raccomandazione a continuare a pensare “grande” e a agire anche “piccolo”, non a ridurre la speranza, la decisione, la ragione, ma a applicarle nella nostra vita. Non a dare le dimissioni dall’utopia ma disegnarla e farne una meta da raggiungere con una volontà e un percorso impervi ma indomabili. Credo abbia ragione: restare aggrappati ai nostri sogni, quelli di cambiare il mondo rovesciando i modelli di sviluppo, liberandoci magicamente da oppressione e sfruttamento, abbattendo i totem del mercato, dell’accumulazione, è servito da alibi per l’inazione e la militanza nella scontentezza, nella delusione, nell’estraneità.

Abbiamo scelto in troppi di contemplare i nostri cieli e le nostre nuvole sotto il susino, mentre restavano saldi al potere gli stessi monarchi, davano ordini ai soliti generali, vincevano la lotta di classe, alla rovescia, capaci come sono di unirsi in tutto il mondo e forse anche su Marte da dove non arriva nessuno a salvarci.

Non basta riferirsi alle altrettanto salde stelle polari, quelle dei nostri diritti e dei nostri doveri parimenti esercitati per conseguire libertà, uguaglianza e solidarietà. Ma di questi tempi e da noi è già qualcosa, per contrastare i quotidiani attentati al benessere, all’armonia sociale, alla felicità. Quelli miserabili nei quali sono maestri i giovinastri che impongono a chi vuole godere dei contributi versati per garantirsi una età matura appagante e serena di indebitarsi con gli istituti finanziari, quelli feroci di chi ha talmente manomesso l’assistenza da farci morire in gran numero e prima dello statisticamente prevedibile. Quelli infami che dispiegano  riforme per restringere sempre di più la più elevata espressione della cittadinanza,  e quelli cialtroni che salvano per legge marioli dei vertici bancari. Quelli grandiosamente ignobili che predicano e attuano rifiuto, speculazione sulla disperazione, e quelli vergognosi che mobilitano le nostre risorse per lasciare impronte faraoniche, megalomani, capaci di generare malaffare, corruzione e dissipazione di risorse e territorio.

I responsabili di quei delitti ogni giorno ci mettono davanti all’impossibilità di sapere e di scegliere, se non loro. È il primo diritto che dobbiamo riprenderci quello di dirgli di no, ogni giorno, in ogni voto, in ogni decisione ed occasione.

 

 


La scrittrice di papà

Massimiliano+Fuksas+Elisa+Fuksas+tGro7cICYs0mAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non passa giorno che insieme a qualche sciabolata non ci venga inflitta qualche puntura, come quelle provocate dalle spine delle rose, che quando ci passi un dito ti rammentano il piccolo dolore o il malumore. Viviamo tempi di feroce riscatto di premier fighetti, ministre squinzie, ancorché, ambedue le categorie, pericolosissime, esponenti quanto mai rappresentativi di batterie allevate nel privilegio e destinate a coronare ambizioni, collezionare successi facili, percorrere carriere puntellate da fidelizzazione, appartenenza, assimilazione spregiudicata.

Di sicuro sono più gradevoli a vedersi di no tav incazzati, operai di Pomigliano umiliati, inservienti di Autogrill stremati, che vengono di tanto in tanto mostrati in ostensioni dolorose quali esponenti di un’altra Italia,  resi casualmente visibili come monito e raccomandazione a subire, a ubbidire, per non finire nella loro stessa voragine di esclusione.

E così si può far finta che, a meno che non si provenga appunto da sacri lombi, da famiglie e dinastie, da allevamenti ben curati di legioni sia pure esigue di vincenti, esistano ancora pari opportunità sia pure a costo della rinuncia a dignità e rispetto di sé, a costo di conformismo o di illegalità, a costo di compromessi e abiure.

Così se si vuole pubblicare un libro o si paga un editore Juke box, o ci si prostituisce con qualche illustre protettore e sponsor, o su cucina in Tv, o si partecipa al più feroce dei reality. Oppure, meglio ancora, si è figli di …  E ieri sera la Sette – che non manca mai di proporci vecchi e nuovi boiardi, trasgressori redenti da rughe e muscoli frolli, venerati maestri che ammirano nei giovani coglioni la memoria di come sono stati, tutti in odor di renzismo, che se qualche volta dà voce alla luce dell’intelligenza e dell’anticonformismo, lo fa fuori dalle fasce protette, vedi mai che mietano qualche vittima – ha esibito il “divertentissimo” ma al tempo stesso profondo parto letterario di una figlia di.. che il un barlume di autocoscienza ha intitolato proprio così il suo libro edito da Rizzoli. Il tutto davanti a un Remo Bodei sconcertato di essere stato chiamato a dialogare e discettare con quei due monumenti di fatuità, arroganza, iattanza giovanile e non, futilità vanesia: Gruber e appunto la figlia di, in questo caso, Fuksas, l’archistar più costosa di Calatrava, più burbanzoso di Piano, più snob di Mendini. Il tema, prendendo spunto dal libro della graziosa e schizzinosa ragazza che ne parla così: “Non è la mia storia, ma quella di coloro che come me cercano di realizzare se stessi”, era l’originale confronto tra padri e figli, i patti generazionali, i vincoli che gli uomini hanno stretto tra loro anche nelle grotte di Altamira e che oggi sembrano farsi più labili, più fragili, più minacciati.

Di architetti ne conosco, spesso invece di progettare nuvole vorrebbero trovarne una dove collocarsi invece di insegnare applicazioni tecniche, di figli di architetti ne conosco e di solito i genitori li dissuadono da seguire le loro orme, a meno che non siano titolari di studi ben avviati e tenacemente posizionati nel sistema di piccoli e grandi appalti. Così a pensarci bene anche se la giovane Fuksas ha studiato architettura, le dobbiamo gratitudine, meglio un probabile brutto libro, che un ponte sbilenco, una nuvola inutile, un altare di cemento dedicato allo sperimentalismo e inabitabile.

Guardandola, pensosa, meditativa, con quel distacco dalle terrene miserie come a volte succede di vedere negli imbecilli riflessivi, sollecitava l’immancabile urlo: va in miniera, va a lavura’, servono braccia all’agricoltura e più ancora alla raccolta dei rifiuti. Soprattutto sentendo quella sua delicata rivendicazione di “servizio”, quella sua ammissione di appartenenza al ceto privilegiato che la leggiadra creatura offre come un dono agli altri, perché conquistino ragione di esistenza, coscienza di sé e si “risolvano” anche nelle complicate relazioni con padri ingombranti, in quanto ricchi, potenti, affermati, prevaricatori, influenti.

Mai vorrei tornare indietro, in famiglia si raccontava che le due intelligenti e creative figlie di Cesare Lombroso, che spesso il padre italiano dell’antropologia criminale condannava a ruoli di ghost writers da vero padre padrone, per affrancarsi scrivessero favole, una con il nome di Zia Mariù (e qualcuna di quelle storielle morali è arrivata anche agli ultimi sussidiari). Mai vorrei che giovani donne di genio fossero costrette ad esprimersi tramite diari segreti, destinati a veder la luce alla loro morte. Mai vorrei che una mente creativa fosse condannata alla rinuncia ragionevole, al sacrificio ineluttabile della propria vocazione. Ed è per questo che quella spina punge, tramite quella signorina di buona famiglia, affetta dall’ineluttabile complesso di Edipo,  che invece di andare in terapia, trova accoglienza nella prestigiosa casa editrice e poi  su tutti i media, come esemplare rappresentativo e molto carino dello scontro generazionale, risolto per i tipi della Rizzoli.

Verrebbe da dire come Woody Allen che non dobbiamo niente alle generazioni future, visto che loro non hanno fatto niente per noi. Invece , proprio come Bodei ha cercato di dire tra una ciarla e una risatina, un sospiro e un pigolio, ci sono doni da consegnare e dovremmo sentirci in dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi, almeno qualcosa in più di quello che abbiamo ricevuto in sapere, bellezza, conoscenza, civiltà. E invece sono questi, ben al di là dei tormenti privati, delle battaglie emotive dei singoli, la nostra condanna, la nostra inadeguatezza, il nostro fallimento, non lasciare un’impronta salvo quella del tallone di ferro di nuove miserie, di autoritarismi che annientano conquiste e diritti, della rinuncia obbligatoria all’utopia e a un futuro che ha perso la luminosa bellezza del desiderio e della speranza.

 


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