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La Saigon di Deir Ezzor

7842964538867182115Non avevo ancora finito di scrivere il post  Siria: “il massacro della Cia”  focalizzato sul fatto che ormai la stampa americana ammette apertamente il ruolo determinante dei servizi Usa  e della Cia in particolare nella creazione, direzione, finaziamento e armamento della falange terrorista destinata ad abbattere Assad e distruggere il Paese che è arrivata la straordinaria e sfacciata conferma: gli elicotteri Usa e quelli dei loro compagni di tragiche merende si affrettano ad evacuare comandanti e personalità di spicco dell’Isis che ormai sta perdendo anche la provincia strategica di Deir Ezzor sotto l’incalzare dell’aviazione russa e dei reparti siriani:  sono decine gli interventi di salvataggio e secondo il sito al-Ahd due elicotteri hanno evacuato  nei pressi del villaggio di Bu Leil, a sudest di Deir Ezzor, anche uno dei personaggi più in vista, il comandante dell’Isis responsabile del campo petrolifero di al-Tayem, di fatto il ras che governava da tre anni la più ricca regione del Paese.

Questo conferma ancora una volta come la guerra all’Isis, proclamata dall’occidente, fosse una farsa e una orrenda presa in giro delle opinioni publiche chiamate a maledire il Califfato per le sue imprese terroristiche in Europa. E svela anche come Daesh non sia frutto di una insanabile frattura in seno ai mercenari  delle formazioni di “ribelli moderati “esercito di liberazione” messo in piedi contro la Siria, ma ne fosse una  faccia parallela con un’osmosi continua di uomini e mezzi, in realtà perfettamente funzionale alla creazione di un nuovo Medio Oriente secondo Washington.  Dunque adesso si portano in salvo quelli che conoscono troppe cose per lasciarli in mano alle truppe di Assad: una cosa è “confessare” in maniera generica il ruolo della Cia e degli altri servizi occidentali nell’organizzazionee della campagna siriana, un’altra cosa è lasciare che vengano fuori particolari inquietanti, su personaggi di spicco d’oltre atlantico o su più oscuri e segreti mediatori che magari stanno in Turchia o in Israele,  sull’organizzazione della guerra, sulla gestione economica della stessa, ma anche di quella vera e propria hollywood nel deserto con tutte le sue strane figure e fiction dagli elemetti bianchi agli ospedali distrutti dieci volte, con il suo cuore nerissimo di inconfessate responsabilità come l’uso dei gas per addossarne la colpa al governo Assad o magari anche piani e contatti che potrebbero riguardare imprese di morte al di fuori dell’area medio orientale. No, davvero fare nomi e cognomi non si può. e per giunta i personaggi recuperati possono per il momento servire altrove, magari nelle Filippine o nel Caucaso o in Afganistan o anche nell’area stessa dove potrebbero instaurare un regime di guerriglia.

Per cui si va via con gli elicotteri con scene che se non fosse per un paesaggio radicalmente diverso ricorderebbero da vicino quelle di Saigon e dell’evacuazione dei collaborazionisti più eminenti della dittatura sud vietnamita di Diem e successori. Qui non ci saranno i boat people che purtroppo già esistono a milioni come vittime dirette o indirette delle rapine occidentali e della stessa guerra siriana, perché in questa vicenda non entra nulla che possa rassomigliare a un popolo, ma solo mercenari e gente illusa di poter combattere l’occidente prendendo parte a undisegno di caos occidentale e in primo luogo americana. No, in questo caso la fuga con gli elicottere del falso nemico è già un’ammissione di colpa.

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Ladrao meravigliao

matteorenzi_e_giomalago_656_ori_crop_MASTER__0x0Ci sono cose intollerabili, gocce che colmano la misura. E ci sono comportamenti marginali, episodici, secondari che però illuminano la natura di un uomo più di mille pose e discorsi. Furono le cene eleganti a definire realmente Berlusconi dopo quasi due decenni di chiacchiere e di depistaggi, di incensi e di compravendite, così come è la vacanza olimpica a rendere conto di chi sia davvero Renzi. Come un padroncino arrogante, una di quelle tante vesciche piene di retorica e di egoismi indomiti che hanno trovato una placenta e poi una palestra nell’Italia post democristiana, non sa rinunciare a una vacanza già messa in conto da tempo, a un bagno di selfie  nella piscina olimpica tuttavia disertata dai grandi che hanno a cui pensare, a cui tramare e di cui vergognarsi. E tutto sul conto corrente degli italiani.

Naturalmente finge che non sia una vacanza, che va lì con il suo aereo nuovo di zecca per stabilire contatti di affari in un Paese in preda al caos, ma in realtà ha preso baracca e burattini, cioè se stesso , la famiglia ufficiale orbata ahimè di Maria Elena d’ Etruria,  i tirapiedi e le scorte per una settimana brasileira che tra viaggio, vitto, alloggio, lavatura e stiratura come diceva Totò, costerà un mezzo milioncino, ben che vada. Ma gli è sembrato fico partecipare alla cerimonia inaugurale e sfruttare così i vantaggi dell’essere premier, farsi il suo dorato viaggetto, con cerimonia d’inaugurazione compresa del prezzo, all inclusive come dicono i mestieranti del turismo da mandria. E chi non vorrebbe dire: io c’ero. Solo che lui non c’è proprio, non c’è dove dovrebbe essere, dove ha un senso essere: va a sperperare inutilmente qualche soldino nel momento in cui persino alla polizia vengono tolti i fondi promessi per risparmiare ciò che lui dilapida in selfie, quando il forte calo di consumi elettrici e di gas denuncia un nuovo e ormai drammatico raffreddamento dell’economia lasciando che sia l’Istat di Alice a salvargli il culo in vista del referendum, quando c’è la questione delle banche in ballo, anzi in bail in, quando la seconda campagna di distruzione della Libia e di estromissione dell’Italia dallo scatolone di sabbia, ma anche di petrolio e di acqua fossile, è in pieno corso proprio approfittando della distrazione olimpica, per non parlare dei venti di guerra e di morte che spirano ovunque. Ma no, lui se ne fugge per quasi una settimana a fare il buffone tra Casa Italia e gli atleti e mettendo in programma, per stemperare l’effetto vacanza, una visita a una Onlus di Salvador de Bahia (tre ore di volo andata e ritorno, tanto per gradire) casualmente animata da  una comunità di missionari fiorentini, che lo hanno accompagnato in visita di stato in una favela. Forse ci dovrebbe rimanere per sempre a distribuire caramelle come frate Matteo.

Non è certo un caso che sia l’unico premier non sudamericano e non esotico ad essere domani sulla tribuna d’onore: il suo non è un viaggio, né una vacanza, è una diserzione. Per questo ciò che ci costerà il viaggio, per quanto poco possa essere (ma lui sa che vale e a Firenze le cene da mille euro erano la regola) è solo un furto. Nemmeno con destrezza, ma con la tracotanza e l’ottusità del guappo: ladrao meravigliao. Alla fine lui non è a Roma, semplicemente perché non è: acquista una consistenza ectoplasmatica solo nelle fesserie, negli inganni, nel sottofondo di un potere di cui è  burattino, nelle bugie infantili e buona grazia che se non se va in giro a caccia di pokemon, almeno che si sappia. Per quello gira fra gli atleti con una tuta da pirla con villa nella periferia bene e si bea della nuova zaffata di foto che sparge sugli italiani: meno si è, più si ama il ritratto.


A volte non vincono

Saigon-hubert-van-esA volte non vincono. Questa foto storica scattata 40 anni fa, esattamente  il 29 aprile del 1975, mostra l’evacuazione via elicottero della sede Cia a Saigon posta proprio e forse non casualmente, di fronte al palazzo dell’ United Press per cui al fotografo  Hubert van Es, detto Hugh Vanes fu sufficiente afferrare l’obiettivo da 300 millimetri per scattare la foto di gran lunga più famosa della sua carriera.

Dieci fotogrammi in sequenza mentre le truppe del Nord Vietnam dilagano verso il centro della città e la radio americana diffonde la voce di Bing Crosby nella famossima White Christmas, segnale stabilito per l’evacuazione. Certo scelta singolare tra il caldo afoso e il monsone in arrivo, ma quanto mai significativa dell’autismo dell’immaginario americano anche messo a confronto della sconfitta e dell’immensa strage diretta e indiretta che la guerra del Vietnam aveva provocato.

La foto è storica è anche per altri motivi. Per molti anni è stata considerata come la precipitosa evacuazione dell’ambasciata Usa, rivestendo così un ruolo ancora più simbolico visto che quel giorno stesso l’ambasciatore Usa Graham Martin aveva detto alla televisione del Sud vietnam che mai e poi mai gli Stati Uniti avrebbero lasciato il Paese: “Io, l’ambasciatore americano, non ho intenzione di fuggire durante la notte. Chiunque di voi può venire a casa mia e constatare da solo che non sto facendo le valigie. Vi do la mia parola”.

E l’equivoco è andato avanti per anni nonostante le proteste di Van Es al quale seccava moltissimo di essere conosciuto praticamente per quella sola immagine così negativa per gli Usa e l’universo occidentale. Egli infatti può essere considerato il primo caso conosciuto di giornalismo internazionale “embedded”, ossia intrinsecamente legato a una parte e privo di quell’aspirazione forse ingenua, ma anche essenziale alla neutralità. Quindi possiamo immaginare il turbamento del fotografo, del resto reso più volte esplicito, per essere diventato famoso grazie all’icona della sconfitta.

Van Es si troverà successivamente a documentare altre due situazioni che in qualche modo si intrecciano con la storia attuale: la rivolta dei mussulmani di Mindanao che rivendicavano principalmente l’indipendenza dagli stranieri contenuta e soffocata grazie ai massicci aiuti forniti da Washington a Marcos e l’invasione sovietica dell’Afganistan, dove al contrario si fece leva sui sentimenti mussulmani per contrastare i governi sostenuti da Mosca.

Così tutto si tiene da quella foto di 40 anni fa.

 

 


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