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Sono solo canzonette

1397376_20151205_cantatapastori Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si sa se piangere o ridere: presto, quando sarete in macchina sintonizzati su Radio Subasio,  grazie a nuove  nuove disposizioni, dopo Hendrix, dopo Springsteen, dopo the Duke, per via della par condicio o meglio della difesa dei valori patri, vi toccherà Gigi D’Alessio, e poi, in nome del doveroso avvicendamento, dopo i Pink Floyd, i Led Zeppelin e i Doors, sarà la volta dei Ricchi e Poveri, perché così avrebbe deciso il Minculpop, aggiornato in Minculliscio, che quel pop puzza di esterofilia e pernicioso esotismo.

I guardiani dei nostri valori tradizionali avranno il loro bel da fare. Ormai un idioma straniero diventata gergo universale ha sostituito la nostra lingua, e voglio vederli all’opera per trovare un sinonimo lavato in Po di selfie, di app, di default, di happy award come si fece quando c’era lui (Basta con gli usi e costumi dell’Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d’America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all’Italia del Rinascimento… Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote. Da Il Popolo d’Italia del 10 luglio 1938) quando garçonnière divenne ragazziera,  bar tornò a essere mescita, e il cocktail, bevanda arlecchina. E sarà arduo anche ripetere l’esperienza passata di escludere i giocatori stranieri dalle squadre di calcio, come  quando il Genoa divenne Genova e il Milan Associazione Calcio Milano.

A volte viene da pensare che forse è meglio così, che forse la nostra opposizione ridotta ad una annacquata liturgia  umanitaria ben attenta a non ostacolare il cammino del totalitarismo economico, finanziario e sociale, si gioverebbe del ritorno alle forme del passato, tutti in cantina a sentire Radio Londra malgrado la Brexit, tutti in piazza alla sagra di paese a aspettare che il federale leghista se ne vada a letto per passare dal saltarello alla Kizomba, come d’altra parte è certo che faranno gli esuberanti zerbinotti di regime e come faceva la figlia del duce a Capri dove le arrivavano i dischi jazz, Benny Goodman  e Glenn Miller, mentre agli italiani toccava Ciribiribin che anche Vento Vento era  in odor di eresia,  perché si sa che alla nomenclatura di ogni epoca è permesso quello che a noi è interdetto. E potremmo anche essere tentati di illuderci che la misura si carichi della volontà di infrangere il mito delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, di contrastare la supremazia di un impero che ha colonizzato anche il nostro immaginario, dopo averci imposto iniqui trattati commerciali e partecipazione a missioni belliche.

Infatti qualcuno ha già pensato di tranquillizzare i consumatori mélo,  la misura di rotazione delle nostre melodie con i suoni barbarici, come sempre avviene quando dietro a un dogma si sentono frusciare le banconote, avrebbe anche l’intenzione, sia pure secondaria,  di promuovere la nostra industria discografica e  sostenere il sistema fondato sul diritto d’autore, insidiato, come si è visto in occasione del Festival di Sanremo,  da lobby estere o da quella ideologia “buoniste”, comunque lesive dei principi di sovranità anche dell’intrattenimento, come ha sottolineato  il primo firmatario di una proposta di legge,  tal Alessandro Morelli, presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera e fino allo scorso anno direttore di Radio Padania, per  puntare sulla nostra musica, dare spazio agli esordienti, tutelare la nostra tradizione. E “Solo una canzone italiana su tre è poca cosa. Almeno sette su dieci” rilancia Al Bano.

Che dire? Vien buono Flaiano: la situazione politica in Italia è sempre grave ma non è seria.  La tragedia da noi sconfina nel ridicolo, se per ripristinare la triade Dio, Patria e Famiglia, per restituire potenza al vecchio apparato valoriale, autoritario e patriarcale che aveva avuto la funzione di contrapporsi all’ideologia e all’ateismo comunista demolitore di ogni principio e di ogni moralità – e che oggi dovrebbe assumere il ruolo di difesa della nostra civiltà occidentale minacciata da meticciato e dalla pressione di una comunità religiosa refrattaria alla ragione e incompatibile con una società democratica – non si sa far di meglio che idealizzare i riti commerciali che hanno sostituito le liturgie, dal presepe al venerdì di magro, che chiamare in campo e formare generazioni di esorcisti pubblici per fermare le incursioni del demonio sotto mentite spoglie, che riportare il sovranismo nei più domestici limiti dell’autarchia anche canzonettistica, che ricostituire una rappresentazione della famiglia risanata dal contagio di femminismo, genderismo, eugenetismo.

Si compirebbe  questo miracolo grazie alle regole di chi quel sistema politico – la democrazia, quel sistema morale- libero arbitrio, uguaglianza dei diritti e dei doveri, solidarietà, libertà, li ha disgregati: il capitalismo ormai naturalizzato, promosso non più a forma storica dell’agire economico, ma dimensione ontologica, incontrastabile, superiore cui bisogna adeguare bisogni esistenziali, aspettative, talenti e desideri, retrocessi a capricci inconciliabili con l’interesse generale, che impone alte velocità in cambio di qualità abitativa e ambientale, rinunce della libertà in cambio di decoro, abdicazione di garanzie e conquiste in cambio di una sicurezza incerta e precaria.

Pochi hanno avuto il caviale, ma adesso è obbligatorio accontentarsi nel migliore dei casi delle uova di lompo: c’erano le elezioni oggi surrogate dai sondaggi SI o NO col televoto  per Sanremo, l’Isola dei Famosi e pure per le sentenze appese alle decisione scaturite da un blog di una società privata. L’informazione è stata convertita in propaganda nella quale i fatti sono un optional poco redditizio rispetto all’erogazione di opinioni suggerite e condizionate da un ceto editoriale impure interno o al servizio del padronato. Sono stati cancellati gli stadi intermedi della rappresentanza, i sindacati hanno rinunciato all’azione negoziale per diventare patronati e Caf, elargendo consigli per gli acquisti di fondi integrativi, assistenza privata e  assicurazioni. Tutti hanno avuto un’età nella quale si voleva uccidere il padre e oggi alcuni rimpiangono di non averlo fatto, tra babbi imbroglioni e maneggioni,  dediti ai reati bancari e  alle scorciatoie previdenziali,  nel contesto di una famiglia che copia modalità e aspirazione delle aziende dei padroncini dei camion e dei pullman, dei clan del caporalato, delle cupolette degli estorsori del racket, nella quale lo scontro generazionale di consuma sul terreno dei rinfacci per privilegi perduti, comodità consumate, beni dissipati.

E’ proprio la tragedia di un paese ridicolo. Povera patria canterebbe Battiato, ma dubito che sarebbe questa la quarta canzone italiana trasmessa dalle radio nazionali.

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