Annunci

Archivi tag: Corriere

I buoni consigli del boia di Atene

tsipras-juncker-675-675x275Rieccolo. Non soddisfatto di aver ingannato e tradito il popolo greco piegandosi completamente ai voleri della finanza euro globalista e mettendo persino in scena un referendum truffaldino, non pago di aver vaneggiato, dietro esplicito suggerimento, di una falsa e inesistente salvezza della Grecia che oggi è costretta persino a vendere la quasi totalità del suo immenso patrimonio archeologico solo per non affogare, Tsipras adesso si rifà vivo e consiglia all’Italia di calare le braghe nei confronti di Bruxelles per evitare maggiori conseguenze. Il vizio della resa e dell’inganno è davvero inestirpabile in quest’uomo che ora tenta di coinvolgere altri nel suo drammatico disastro. Perché una cosa è chiara: se la Grecia avesse resistito ai diktat della troika oggi non starebbe comunque peggio di così e anzi con ogni probabilità starebbe assai meglio.

Fare i conti è facilissimo anche se mi rendo conto che si tratta di realtà nascoste nel loro insieme: in questi anni di troika oltre 400 aziende fra le maggiori del piccolo Paese sono finite in mani straniere portando altrove i profitti; 16 intere isole sono state svendute per pochi soldi ( e molte altre sono in via di acquisizione da parte di privati)  assieme ad altrettanti aeroporti, vitali per il turismo finiti in mano ai francofortesi, persino il porto del Pireo è stato alienato per non parlare di parecchi servizi universali, di migliaia di proprietà, di alberghi, di spiagge, di pezzi di demanio, di luoghi di fascino oltre ai già citati siti archeologici trai quali figurano anche quelli patrimonio dell’umanità. E di certo questo non basta a descrivere la situazione perché vi sono stati 13 successivi tagli alle pensioni, 7 riduzioni in serie dei salari minimi che oggi sono sotto i 400 euro (con un costo della vita simile al nostro) , 300 mila posti di lavoro sono stati persi, mezzo milione di bambini soffrono letteralmente la fame mentre tre milioni di famiglie sono sotto il livello di povertà relativa, 800 mila giovani hanno lasciato il Paese (una cifra enorme pensando agli 11 milioni di abitanti), la sanità è stata completamente distrutta dalle imposizioni di risparmio e milioni di persone non sono nemmeno in grado di acquistare le medicine, la scuola pubblica è agonizzante assieme a tutti gli altri servizi di base e quel poco di welfare è letteralmente scomparso nel nulla . Nonostante questo massacro e il disastro umanitario che ne consegue, il debito pubblico è aumentato dal 140 per cento del Pil al 180.

Eppure Tsipras, alias Quisling, da questa sua cattedra grondante di sofferenze, ci consiglia di arrenderci come ha fatto lui ottenendo lo splendido risultato che vediamo. E naturalmente la vasta catena umana di cretini che pensano di poter insegnare a pensare quando hanno passato una vita ad evitare con tenacia di farlo, si compiace di questo così autorevole intervento. Quasi quasi mi verrebbe da augurarmi che il consiglio di Tsipras sia ascoltato perché non c’è maggiore soddisfazione, più perfetta Schadenfreude, che vedere la rovina dei conformisti di ogni  genere per loro stessa mano, trascinati nel baratro dalla forza d’inerzia delle loro stesse parole. E’del tutto evidente che senza questa platea nessuno, nemmeno il Corriere della Sera che ormai è il mister Hyde della buona borghesia italiana  si sognerebbe di pubblicare gli appelli di Tsipras, sapendo bene cosa sono costati ai Greci. E sapendo per giunta che, al contrario di qualche anno fa, in una situazione completamente differente e in cui si profila una nuova recessione europea , fior di economisti fuori dalla mangiatoia di Bruxelles e qualcuno pure dentro, visti i risultati di Atene, fa il tipo per l’Italia e sostiene glissando su Tsipras che “dopo non sarò affatto peggio”. Cosa abbiamo fatto di male per permettere a costui di placare i suoi sensi di colpa spingendo altri ad attuare i propri errori? Forse nulla, il solo male è stare ancora ad ascoltarli. Punto e basta.

Annunci

E Renzi portò sfiga anche alla Ferrari

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se l’avrebbe mai immaginato la Cancellieri quando puntò il dito accusatore contro i cocchi attaccati alle gonnelle di mamma, compreso il suo rampollo beneficato da incarichi remunerativi e prestigiosi, che in pochi mesi i bamboccioni sarebbero andati al governo. Uno in particolare, proprio il presidente, non perde occasione per trastullarsi con i balocchi che forse gli sono mancati nell’infanzia di ragazzino provinciale parcheggiato davanti alla tv a guardarsi Fonzie e di Mike.

Come il fondatore del suo partito, orfanello frustrato e alunno svogliato, aveva recuperato da grande  e da sindaco desideri inappagati di adolescente, realizzando la mission impossible di  passeggiare ai Fori chiusi al pubblico con Tom Cruise, convocando Elton John o Simon anche senza Garfunkel a strimpellare per lui all’ombra del Campidoglio, così il giamburrasca di Palazzo Chigi che ci nega anche al pappa col pomodoro, adesso si prende la soddisfazione di giocare con i trenini, magari privatizzandoli, con il Lego per tirar su ponti, aggiungere qualche blocchetto a passanti e autostrade. Ma la sua passione sono le macchinine. Così oggi incurante dei rischi del ridicolo in agguato si è presentato puntualmente a fare da testimonial dei fasti e dei trionfi della Ferrari, alla cerimonia della campanella che ha segnato l’avvio della negoziazione dei titoli  della creatura del suo manager di riferimento, celebrata malauguratamente  in una giornata funestata dal tonfo delle borse asiatiche che a valanga hanno mandato a picco anche tutte le piazze europee. Con il risultato che i titoli del Cavallino rampante subito dopo l’avvio delle contrattazioni hanno iniziato a perdere terreno rispetto ai 43 euro ad azione dell’apertura e sono stati sospesi a causa delle pressioni al ribasso.

Ma che importa, il discorso era già scritto  e il presidente più faccia di tolla degli ultimi 150 anni lo ha pronunciato con la solita ineffabile, tracotante  sfacciataggine: “questa straordinaria occasione per gli investitori …. è’ un bellissimo messaggio per l’intero Paese”. E chi se ne importa se quella che era considerata   l’azienda simbolo del made in Italy ha sede legale in Olanda e se  Piazza Affari è    solo la piazza secondaria di negoziazione delle azioni Ferrari, già “trattate” in ottobre a New York. Non si poteva certo perdere l’occasione di ringraziare sentitamente quello che dopo averci fatto rimpiangere la dinastia Agnelli, ci fa ricordare con una certa nostalgia perfino Montezemolo, per aver portato la Rossa in Borsa a Milano e per l’auspicio dichiarato di voler riportare “il titolo a Maranello”. Il titolo della Ferrari, magari anche i titoli Fca in Italia, non il lavoro, la fabbriche, le garanzie, le conquiste, le tecnologie, l’innovazione, la qualità, perché tanto quello che conta sono i titoli, le contrattazioni virtuali, il gioco d’azzardo che fa contenti gli azionariati, insieme ai fondi, compresi quelli integrativi e pensionistici imposti ai dipendenti proprio come le banche care al governo imponevano pacchetti truffaldini ai risparmiatori che chiedevano un mutuo, secondo quella logica del ricatto diventata sistema di governo e di contrattazione tra le parti sociali.

E lui, Marchionne, giù a ringraziare Renzi per quello che sta facendo per l’Italia e per aver voluto presenziare alla festa malgrado gli alti compiti che sta svolgendo,  in una commedia della parti grottesca quanto oltraggiosa. Che naturalmente è molto piaciuta a televisioni e stampa, , estasiate dal tentativo seppure goffo e infantile di restituire smalto alla Milano da bere, al Made in Italy e alla narrazione  dei suoi miti che proprio queste cerchie di manigoldi e gaglioffi hanno seppellito, la Rossa che vince, il design italiano, gli stilisti, l’innovazione, la creatività, il buon gusto, quest’ultimo particolarmente dileggiato da stirpi di maleducati ignoranti e incolti.

Ma cosa volevamo aspettarci, se secondo le buone regole del governo anche i giornali potranno giovarsi di una mancetta, una elemosina provvidenziale come molte categorie di italiani, soprattutto quelli ormai più influenti degli elettori retrocessi a svolgere l’atto notarile di timbrare scelte decise dall’alto. È passato pudicamente sotto silenzio un piccolo passaggio del tradizionale decreto Milleproroghe che ha recato come strenna la proroga della pubblicazione sulla stampa dei cosiddetti “annunci legali”, quelli cioè che obbligatoriamente devono informare cittadini, enti, imprese, organizzazioni di gare, appalti, valutazioni di impatto ambientale.

Non sono mica bruscolini:gli editori, che  nel 2014 avevano incassato 120 milioni, temevano che il governo contrariamente alle sue abitudini non si smentisse dando  seguito a un annuncio dato con gran pompa tramite slide  proprio da Renzi  che in sede di “presentazione”  del decreto sugli 80 euro di bonus Irpef e sui relativi tagli di spesa per finanziarlo, propagandò tra l’altro i cespiti provenienti dalla pubblicazione solo online dei bandi di gara a partire dal 2015 “in modo da far risparmiare allo Stato  120 milioni di euro l’anno”.

Ma figuriamoci se si volevano scontentare Stampa e Corriere, o Repubblica e Espresso che tra l’altro governano un bel pacchetto di testate locali avide di assicurarsi la pubblicazione di bandi di gare e appalti di comuni e regioni.

Certi regali, si sa, costringono a qualche rinuncia. Ma temo non ci accorgeremo delle limitazioni imposte dalla rinnovata mancia alla libertà di critica e di espressione, che ormai il bavaglio se lo sono messo da soli e anche la benda e la cera nelle orecchie, proprio come  scimmiette.

 


Avvoltoi e bugie sull’Argentina

AvvoltoiScegli una carta dal mazzo che ti sventaglio davanti, guardala, poi rimettila dentro le altre senza che il prestigiatore la possa vedere. Ma inesorabilmente il mago, per quanto possiate mischiare tagliare e confondere le acque, la pescherà dal mucchio: il trucco è semplice e raffinato, egli vi ha guidato in qualche modo nella scelta della carta, quindi la conosce già, l’ha scelta, determinata prima ancora che vi facciate avanti per partecipare al gioco. Una volta finito lo spettacolo voi pensate di tornare al mondo della solida realtà, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, ma non vi accorgete che le stesse regole di illusionismo valgono nell’era della comunicazione. Così accade che anche chi è consapevole dei trucchi  si ritrovi in mano la carta scelta dai prestigiatori dell’informazione.

Quindi nessuno stupore se anche a sinistra si parli in modo indignato del default dell’Argentina e dell’agguato delle oligarchie finanziarie che sono riuscite nell’intento, nascondendosi nelle mutande dello Zio Sam. Tutto più che giusto, per carità, con un piccolo particolare: che l’Argentina non è in default né mai lo ha dichiarato perché non è affatto insolvente. Dunque Standard e Poor’s che tiene in mano le scritture come in un mosaico bizantino e i quattro evangelisti italiani del nulla, ovvero Corriere , Repubblica, Stampa e Sole 24ore narrano la parabola del ritorno del padrone attraverso una bugia non solo formale, ma anche sostanziale. L’Argentina è assolutamente in grado di pagare gli interessi dei i suoi titoli, anzi lo vuole fare, ma ne è impedita da un giudice americano, tale Griesa, 85enne collocato a suo tempo alla Corte federale da Nixon, il quale in complicità con alcuni fondi speculativi, ha bloccato i 539 milioni di dollari già trasferiti da Buenos Aires a New York per pagare le cedole di tutti i creditori (il 93%) che negli anni scorsi hanno accettato la ristrutturazione del debito dopo il vero default del 2001, provocato dalla scellerata adesione alle formule e consigli dell’Fmi. Solo i fondi sciacallo pretendono il pieno rimborso del valore nominali di titoli acquistati  a  prezzo stracciato. E il buon giudice ha sequestrato  i fondi in attesa che l’Argentina paghi agli avvoltoi, il cui caprobranco si chiama  Paul Singer, proprietario della Elliot Capital Management, un miliardo e trecento milioni  di dollari.

I mercati per una volta ci dicono la verità, anche senza volere, visto che non hanno affatto punito i bond del debito argentino, alcuni dei quali, direttamente interessati dall’azione giudiziaria con scadenza 2038 hanno quotazioni più alte oggi di quanto non ne avessero in febbraio. E del resto il Paese sudamericano ha un debito pubblico che è appena il 50% del Pil, cioè meno di qualsiasi Paese europeo, e dunque non preoccupa affatto gli investitoriassolutamente in sicurezza. E infatti  Buenos Aires potrebbe tranquillamente pagare anche i soldi richiesti dagli avvoltoi, ma non può farlo perché questo potrebbe spingere tutti quelli che hanno aderito alla ristrutturazione a fare marcia indietro e a richiedere l’intero valore nominale, ovvero 150 miliardi di dollari. Questo sì che porterebbe al default.

Naturalmente con il fallimento dell’Argentina è chiaro che nessuno prenderebbe un fico secco se non in natura e per via traversa ossia appropriandosi del Paese e di tutte le sue attività. Ed è dunque ovvio che l’operazione Argentina è di fatto un avvertimento mafioso e trasversale della finanza globale contro le sovranità nazionali,  contro quei Paesi con un debito alto perché non siano indotti in tentazione e danneggino per sopravvivere gli interessi degli oligarchi e anche una sorta di monito contro i Brics e i loro piani di liberasi dall’abbraccio mortale della finanza occidentale. Perché dentro questa vicenda non c’è solo un giudice mezzo ottenebrato, ma soprattutto l’impatto ormai decisivo del lobbismo sia sul congresso che sulle battaglie elettorali le quali decidono anche della giurisdizione: i modi per evitare questi esiti sarebbero stati molti, se solo ci fosse stata la volontà politica di farlo.  Tutto questo avrà nel medio termine  un effetto contrario a quello sperato, ma intanto bisogna che l’avvertimento faccia un po’ di rumore in modo che la minaccia sia credibile. Così nel meraviglioso mondo dell’oligarchia del denaro e dei suoi megafoni abbiamo una dichiarazione di default che in realtà non esiste ed è solo una sorta di nauseante trappola e la negazione invece di un default che c’è come quello della Grecia: entrambe le carte che abbiamo in mano ci vengono suggerite dall’illusionista senza che noi ce ne accorgiamo. La mano del borseggiatore globale è più veloce dell’occhio.

 


Le rivelazioni di Pulcinella contro Re Giorgio: chi c’è dietro?

images (5)Quante volte si dice che viviamo in un Paese senza memoria? Ma qui si rasenta l’alzheimer perché sta facendo chiasso una “rivelazione” contenuta in un nuovo libro di Alan Fridman, ripresa oggi con grande spolvero dal Corriere, sul fatto che Monti sia stato contattato già nel giugno del 2011 e non nel novembre dello stesso anno, quando con un rocambolesco piano di palazzo, cioè del Quirinale, fu trasformato in premier, saltando completamente il rito elettorale.

E allora? A parte che una simile dinamica era già stata ampiamente ipotizzata, sussurrata da Krugman e da decine di osservatori di peso, in qualche modo anche suffragata dalle incaute parole di Monti e oggi testimoniata da Prodi e Carlo De Benedetti, scopriamo adesso che la salita a Palazzo Chigi del professore faceva parte dei war games della finanza e di una Berlino timorosa che proprio l’Italia sfuggisse alla “normalizzazione” della periferia europea? Che fosse giugno o l’agosto di fuoco quando cominciò la guerra dello spread, messa in piedi proprio per indurre al governo dei tecnici, cambia poco rispetto alla tesi, tante volte espressa anche in questo blog, che Monti fosse solo un governatore e che la politica italiana fosse ormai completamente subalterna a centri di potere che con la democrazia hanno poco a che vedere.

La smemoratezza ha un limite e dunque bisogna domandarsi a chi e a cosa serva oggi fare mente locale sugli eventi del 2011 per colpire Napolitano e assieme a lui Letta.Chiaramente c’è un forte interesse di Berlusconi che così si vuole vendicare del “patto”  sulla sua immunità non onorato e  vuole arrivare alle elezioni il prima possibile, ma c’è anche una convenienza di Renzi nell’indebolire il potere di manovra del Quirinale e non rischiare di bruciarsi in una esperienza di governo. tuttavia la provenienza extra italiana della “notitia criminis” e l’insolita rapidità con la quale è stata confermata da illustri personaggi di solito cauti più della carpa montaliana nell’abboccare alle domande, fanno pensare a una rete di potere e di poteri non molto diversa da quella che ideò il progetto Monti per mettere l’Itala in uno stato di emergenza nel quale è stato facile smontare obiezioni e resistenze ai diktat della troika.

Si possono fare solo delle ipotesi ma il fatto che negli ultimi tempi  Frau Merkel ( vedi questo post di settembre dello scorso anno) si sia dichiarata a favore di elezioni anticipate oltre che di Renzi, la paura che almeno sulla stampa tedesca sembra serpeggiare per un risultato molto negativo dei pariti dell’austerità alle europee, le analisi allarmate dei principali centri finanziari, mi spingono a credere che certe rivelazioni tendano a favorire proprio questo sbocco. La ragione è ovvia: elezioni politiche accoppiate a quelle europee  che sono puramente di opinione, potrebbero significativamente diminuire l’incidenza del voto di protesta. Oltre a far dimenticare l’ultimo terribile anno lettiano. Per carità è solo un’idea, niente di più, ma certo sarebbe paradossale andare alle urne  sotto l’impulso esterno delle stesse forze che ce le hanno negate due anni e mezzo fa. Una ulteriore prova della colonizzazione in atto.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: