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Guai ai vinti

st Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Tatoo artist offers to cover hate for free”.  Un professionista del settore si mette a disposizione dei pentiti del tatuaggio, per coprire con altri disegni e slogan il marchio dell’infamia che nel passato qualcuno ha voluto incidere sulla propria pelle. In realtà   Justin Fleetwood di Springfield si limita a  cancellare gratis svastiche e altri simboli di odio o almeno a camuffarli, mentre in molti vorrebbero che estendesse  la sua azione anche a chi dopo una sbornia si è fatto scrivere sul bicipite “Mary ti amo”, alla sciocchina che ha voluto celebrare con il cuoricino e le iniziali l’imprudente consegna a uno sciupafemmine, costretta in seguito a cercare nuovo candidato il cui nome cominci con la stessa lettera.

Potrebbe venir bene anche un suo aiuto per resettare consensi scriteriati offerti in rete grazie a tatuaggi virtuali, a spericolate adesioni a cause improbabili tramite “je suis…”  e offerte a lestofanti, bricconi, manipolatori e bugiardi che approfittano della ribalta offerta dai social e della dabbenaggine dei follower, dimentichi della memoria da elefante di Google.

Ma in realtà il suo servizio è superfluo e non solo in Italia:  in ogni momento storico si può assistere  alle acrobatiche giravolte di chi riesce senza fatica a far dimenticare un disdicevole entusiasmo, una esecrabile militanza, dalla marcia su Roma all’ammirazione per gli irriducibili ragazzi di Salò, conferendo in discarica i santini elettorali di una improvvida candidatura in qualche lista civica o la lettera di raccomandazione conservata con religiosa cura a firma di indagati e inquisiti, pronto con la stessa feroce leggerezza e improntitudine a rimuovere teste dai busti marmorei facendole rotolare giù insieme alla memoria della propria effimera  fedeltà a termine.

Basta un niente. Infatti nessuno ha sottoscritto il manifesto in difesa della razza, nessuno ha votato Dc, nessuno ha ammirato l’imprenditorialità combinata con la spregiudicatezza creativa del Cavaliere, nessuno si è lasciato andare a ammettere che gli stranieri sono troppi e rubano il lavoro ai connazionali, che quelli del Sud sono pigri e inclini alla trasgressione e quelli del Nord tardi e polentoni, nessuno ha ammirato il piglio volitivo dello stesso statista cui poco dopo ha tirato in faccia le monetine, nessuno ha cercato di evadere le tasse, gonfiato una ricevuta, coperto le malefatte del figlio pecora nera, o, come si usa ultimamente, del padre corrotto o criminale economico, nessuno ha offerto un regalino al funzionario perché passasse sopra all’abuso. E più modestamente, nessuno  ha buttato l’olio della frittura nel water alla faccia di Greta, nessuno  indirizza vigorosi vaffanculo all’interlocutore alla faccia del nuovo movimento dell’Amore e delle reginette di Miss Italia che vogliono la pace nel mondo.

È che gran parte dei tradimenti al senso civico, alla coerenza – anche grazie a una bubbola molto accreditata  troppo presa sul serio secondo al quale cambiare opinione e casacca sarebbe una virtù appannaggio degli intelligenti – e  gran parte delle espressioni di slealtà a se stessi e a convinzioni espresse e fino a poco prima rivendicate sono perlopiù legittimate dallo stato di necessità o dal doveroso assoggettamento al “così fan tutti” che alleggerisce dal peso delle responsabilità personali e collettive.

La pretesa di innocenza o la rimozione delle colpe, vengono autorizzate come forma ultima di autodifesa nel caso di familismo amorale, clientelismo, abuso di posizione che vale in tutti i livelli gerarchici, la ragionevole e doverosa  tutela di interessi personali e privati, fino all’obbedienza come virtù, civile per non disturbare i manovratori, professionale per approfittare della generosità padronale.

E d’altra parte la tessera del partito è stata raccomandabile quando non obbligatoria,  salvo stracciarla al momento opportuno tanto che la damnatio memoriae è diventata un premio e la condanna al cono d’ombra seguono i trend della moda o sono affidati a soggetti estranei alle leggi e agli imperativi morali, se la chiusura delle pagine-facebook ai neofascisti di Casa Pound non è frutto di un’azione della Repubblica Italiana volta a evitare, ai sensi di legge, la ricostituzione del partito fascista, per ottemperare alla Legge Scelba o alla Legge Mancino  ma una decisione dettata da ragioni di opportunismo commerciale di un soggetto privato  sulla base di una propria valutazione riguardo a cosa censurare sulla piattaforma che possiede e gestisce.

In questi giorni assistiamo all’ostracismo indirizzato contro l’ex presidente del consiglio e ex segretario del Pd, oggetto fino a poco tempo fa di una strana quanto unanime idolatria cui non corrispondeva il successo elettorale, ammirato e vezzeggiato anche per certi suoi tratti patologici: il carattere distruttivo diagnosticabile già dagli esordi con la pratica della rottamazione poi con la cancellazione di welfare, diritti e conquiste del lavoro, scuola pubblica, la megalomania interpretabile fin dalla ricerca affannosa e sterile dell’affresco leonardesco che avrebbe dovuto trovarsi profeticamente dietro alla sua poltrona, la mitomania che lo possiede fino a continuare a considerarsi ago della bilancia grazie a proiezioni affidate a prestigiatori di famiglia, mania di persecuzione e paranoie che lo portano a considerarsi vittima di complotti orditi contro lui e la sua famiglia allargata, squinzie oggi nel mirino più per la cellulite che per inverecondi conflitti di interesse, aspiranti spioni sorpresi di essere stati spiati, sindacaliste embedded vendute al padronato transnazionale che pretendono ammirazione e seguito anche per abiti inguardabili.

E infatti se lui non fosse così inguaribilmente guappo, proprio come il suo omonimo, potrebbe riscuotere compassione la sua parabola discendente, che gli ritorce contro quei caratteri che ne avevano decretato il successo: il bullismo inteso come tenacia, la sfrontatezza interpretata come audacia, l’ignoranza esibita come generosa vicinanza alla massa, la spregiudicatezza mostrata come necessaria consegna alla realpolitik.

Non a caso l’altra parabola discendente  che fa registrare la fuga di fan e sostenitori, anche quelli impegnati a dimostrare di non averli i 5stelle, di aver sempre sospettato della loro integrità, di aver sempre criticato la loro inadeguatezza e incompetenza, di non avere mai scommesso sulla loro tenuta e sulla impermeabilità alla corruzione del potere, segue un percorso uguale e contrario, con la condanna senza appello di quelle che erano considerate le loro virtù, estraneità al sistema, ingenuità, inesperienza, disorganizzazione che ne faceva un corpaccione, quello sì liquido, inafferrabile, si pensava, per le zampe ferine dell’establishment.  Tanto che opinionisti arrivati al Manifesto dopo esser transitati per Liberazione di Sansonetti lanciano il definitivo anatema in rete: per essere opposizione, per essere antifascisti, meglio stare con la Meloni, meglio schierarsi con Veltroni, perfino meglio sostenere Berlusconi! pur di limitare il pericolo costituito dal populismo 5Stelle, “i peggiori di tutti”.

È normale che sia così. Perché l’ideologia egemonica vuole dimostrare che la politica va avanti senza tener conto di passioni, emozioni, caratteri antropologici, ma soprattutto la volontà popolare ormai regredita a squallido sovranismo, seguendo le leggi considerate naturali del sistema economico e del mercato, che come dicono quelli dell’unico fermento considerato ormai accettabile e gradito per via della sua “innocente” fidelizzazione ai poteri forti, va lasciato nelle mani di gente pratica, opportunamente delegata e abilitata a decidere per noi, che dovremmo essere appagati di nuotare in  branco, di galleggiare senza pensiero e desiderio seguendo la corrente, mentre invece dovremmo provare a cavare i denti ai pescecani.


Prepariamo i Nobel per la guerra

3a wwMolto spesso le apparenze ingannano, specie se sono così vistose e pervasive da imporsi alla mente e scacciare caratteristiche meno visibili o successivi cambiamenti di prospettiva. Così, ad esempio, Obama viene considerato il primo presidente nero degli Usa, mentre la sua caratteristica peculiare è quella di essere l’ultimo presidente, almeno nel senso in cui siamo abituati a considerare l’inquilino della Casa Bianca. Non c’è dubbio che il suo “colore”, unito all’insorgenza della crisi economica, abbia favorito per qualche anno il permanere di un concetto di presidenza già gravemente in crisi e sulla via di venire totalmente assorbito dentro logiche dinastiche e lobbistiche: non bisogna essere indovini per preconizzare che egli sia stato l’ultimo ad avere coagulato su di sé entrambe le caratteristiche della democrazia: un voto popolare relativamente spontaneo e massicci contributi della base per la campagna elettorale.

Poco importa che la sua azione sia stata timida, contraddittoria, inefficace, talvolta disastrosa e quasi sempre condizionata dai poteri economici: dopo di lui il diluvio. E lo si vede bene dai personaggi scesi in campo per succedergli: la dinastia Clinton, con l’alleanza ribadita alcuni giorni fa con il complesso militar industriale, contro quella Bush o la comparsa di corsari della finanza e degli affari che come generali  dell’impero romano o cinese muovono le loro truppe di carta moneta con buone speranze di successo come Trump senza bisogno di esprimere qualcosa di razionale e di pensato, di fare discorsi al posto di slogan giocando sulla delusione e la rabbia delle persone. Del resto già negli ultimi anni è apparso chiaro che l’amministrazione di Washington sia segnata dalla lotta fra più centrali di interessi e come il mondo dei ricchi (Soros valga per tutti) stia man mano imponendo non solo la propria idea medioevale di società, ma anche le proprie strategie geopolitiche.

Il Paese è profondamente spaccato tra vari sogni e incubi incastonati in una crisi endemica che solo la manipolazione dei dati riesce a far sembrare ripresa tanto che nelle file dei repubblicani vi sono ben due candidati di peso di origine latina destinati a rassicurare con il loro solo nome minoranze che ormai si avviano a diventare maggioranza, mentre Trump si appoggia al risentimento dei ceti medi bianchi di fatto derubati dai Trump. L’offerta democratica, Sanders a parte, rimane invece poco definita e in qualche modo prigioniera degli errori di Obama più che della sua capacità di raccogliere consenso. Chiunque  alla fine risulti vincitore non solo si ritroverà subalterno al potere economico mediatico che ne determinerà l’ascesa, dentro un amministrazione slegata e divisa in vari potentati che rendono ardua qualsiasi mossa e prigioniero se non adepto del pensiero unico, ma confinato strettamente dentro un segmento di opinione molto più esiguo rispetto al passato.  Perciò qualsiasi possa essere il futuro inquilino  della Casa Bianca  non potrà che rivolgersi agli dei della guerra, vestirsi dei panni di comandante supremo per compattare attorno a sé l’opinione pubblica. La cosa è talmente scontata che il Pentagono sta preparando i piani per il dopo Obama  e nemmeno tanto in segreto, visto che le notizie più corpose vengono diffuse pubblicamente ben sapendo che nessun presidente  avrà la forza di respingere l’offerta di avventure in medio oriente, nel Baltico, in Europa e magari nel mar cinese, tanto più nell’impossibilità ideologica e pratica di attenuare in qualche modo la crisi sociale in atto anche se nascosta sotto il tappeto. E nella consapevolezza di un un inevitabile declino rispetto al trono di unica superpotenza egemone. Tanto vale cominciare da subito a conferire i nobel per la guerra.

 


Dallas a Venezia

Il "buco" del Lido

Il “buco” del Lido

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si lo so sono una snob. Ma che a Venezia due incarichi autorevoli e prestigiosi del Municipio siano ricoperti non da un Nane, da un Alvise, da un Marco, da uno Jacopo, bensì da un Morris e da un Derek mi pare un segnale inquietante, da imputare forse alla spettacolarizzazione delle nostre esistenze, che sconfina ormai dalla soap all’horror, dopo tante Samantha, Deborah, Sue Ellen.

Eh si, perché si chiamano  Morris Ceron il nuovo capo di gabinetto del sindaco e  Derek Donadini il suo vice, individuati e assunti in base a vincolo fiduciario a ricoprire i delicati incarichi. E infatti di chi dovrebbe mai fidarsi il sindaco imprenditore se non di persone conosciute e di professionalità collaudate? Chi meglio potrebbe essere depositario di  quella relazione speciale basata sull’affidabilità, sulla fedeltà, sulla confidenza frutto di una lunga frequentazione – meglio ancora della fidanzata di Emiliano, meglio dei compagni di merende alle Cascine dei Renzi alla Provincia –  di due ex dipendenti della sua azienda?

La qualità speciale delle loro investitura è stata anche confermata  da un trattamento economico altrettanto speciale: a fronte del carattere provvisorio dell’incarico legato alla durata in carica del sindaco,   ai due nuovi assunti è stato riconosciuto oltre al trattamento economico di base anche quello  accessorio, azzerato dal mese di luglio per tutti gli altri dipendenti del comune.

Il favoritismo, una delle variabili del clientelismo e del familismo amorale, non è cosa nuova. Da tempo è diventato fenomeno bipartisan e condiviso entusiasticamente dagli eredi ingrati e irriconoscenti del partito che in nome di valori di onestà e trasparenza, oggi dileggiati come arcaici cascami del passato in cambio di ambizione, arrivismo, autoritarismo,  voleva segnare la sua diversità. E non potevamo aspettarci nulla di diverso da un esercizio della politica che ha cancellato la partecipazione e il riconoscimento di principi e ideali comuni per promuovere fidelizzazione e appartenenza, che aspira a coagulare il consenso unicamente intorno a una leadership personale, indifferente a progetti, programmi, idee, che crea e ricrea cerchie e cricche il cui collante è rappresentato da avidità di potere, da bramosia di affermazione individuale, da cupidigia di privilegi e rendite di posizione inalienabili.

Per anni tanti come me hanno voluto smentire lo stereotipo tacciato di qualunquismo, secondo il quale “sono tutti uguali”. Invece è proprio vero: “sono tutti uguali”,  a macabra conferma che pare non esista via virtuosa al potere. In gerarchie di scala che si replicano giù giù per li rami ogni imperatore, ogni reuccio, ogni generale e ogni caporale vuole avere accanto i suoi fidi, i suoi attendenti, i suoi capi di gabinetto, i suoi addetti stampa, scelti per familiarità, per condivisione di antiche marachelle, per provata affiliazione, per consolidato assoggettamento. Da usare per coprire vizietti, per scaricare responsabilità grazie alla comprovata indole a espiare al posto del padrone,  per farne i depositari di segreti e ambizioni, per  mandarli a fare i lavori sporchi o a pronunciare dichiarazioni spericolate, salvo poi smentirli, tradirli, svergognarli. Che tanto di sa che poi la fedeltà prima o poi viene premiata: un consiglio di amministrazione, una presidenza, una direzione sono sempre pronti per accontentare, tacitare, blandire, rimborsare per i servigi resi.

Forse la novità, è costituita dalla sfrontatezza, dalla consapevolezza ostentata e sfrenata che chi sta in alto gode di impunità e immunità che caratterizzano questo ceto dirigente, ormai largamente dispensato dal timore che scadenze elettorali si trasformino in purghe, che la cattiva reputazione condanni all’emarginazione. Ha scoperto che si può mentire, ingannare, rubare, compiere misfatti e crimini senza paura della punizione: basta un camouflage a coprire la corruzione, le inadempienze, l’inettitudine, come all’Expo, come al Lido di Venezia, dove il sindaco ha promosso quello che è stato definito un necessario maquillage prima dell’inizio della Mostra del Cinema,  coprendo l’osceno buco davanti al Palacinema,   in modo da “restituire decoro” all’area prima dell’arrivo di stampa e di ospiti internazionali. Come se  a preoccupare potesse essere il disdoro sulla voragine, sulla bruttezza dei sacchi impilati e fradici di pioggia, sul’insalubrità delle zanzare e delle pantegane, e non l’operazione speculativa di un nuovo Palazzo del Cinema da 28 milioni di euro, promossa da un Comune intorno al cui collo è stretto di nodo scorsoio del fallimento, opaca e futile come tutte le ambizioni visionarie che hanno dato origine a faraoniche quanto dannose grandi opere per grandi eventi, finalizzate unicamente a grandi scempi e altrettanto grandi malaffari.

 

 


Il Presidente del Borgorosso Fotticlub

Anna Lombroso per il Simplicissimus

« Chi si astiene dalla lotta
è un gran figlio di mignotta ».

No, non è il presidente del Consiglio a parlare contro i gufi e i disfattisti. È invece Benito Fornaciari,  presidente del Borgorosso Football Club che chiama al dovere giocatori e tifosi  per la grandezza della squadra ereditata dal su’ babbo.

Per mesi commentatori e opinionisti hanno decantato la vocazione a comunicare dell’attempato zerbinotto che ha “ereditato” anche lui proprietà e incarico, con all’attivo la vittoria della partita europea che peraltro non legittima l’indirizzo poli­tico di governo e non ha nulla a che fare con la mag­gio­ranza par­la­men­tare e con la legi­sla­zione ita­liana, ma che ha accreditato un’indole  da statista e una capacità indiscussa di attrarre e coagulare consenso intorno a slogan e annunci pubblicitari.

Ieri invece la svolta: il consumato banditore all’asta dei nostri beni, il venditore dei tesori di famiglia, il collaudato spacciatore di bugie e di smentite nel tempo di un tweet si è convertito al ruolo  a un tempo di coach, di presidente, di allenatore, di guardalinee per galvanizzare uno stadio stanco e debilitato al grido di “ritmo,ritmo”, che visti i tempi, andrebbe meglio un ridimensionato  “panda, panda”. Non è una novità: ha sempre parlato ai cittadini e non con i cittadini, mediante proclami e promesse, minacce e ricatti, condannandoli ad essere “massa” al posto di popolo,  plebe da piegare alla necessità con una pedagogia adatta a ragazzini mal cresciuti come lui, viziati e ora straniti dalla perdita di benessere, quindi soggetti ad ubbidire, a rinunciare, a conformarsi a regole severe e punitive, senza nemmeno il diritto ad indignarsi – solo a lui è concesso lo schifo,  a criticare – lo fanno solo i gufi , a opporsi – si comincia così e si finisce terroristi, secondo il grande nonno che a ogni occasione ne riconferma l’indispensabilità.

Dopo essersi messo nei nostri panni, secondo il metodo Stanislavskij, fossimo pensionati, insegnanti, operai, mamme, rappresentanti dell’Onu, comandanti di traghetti, se ne disfa per mutarsi in allenatore, tecnico della nazionale per ricordarci appunto che lui è il partito della Nazione, che in suo nome è giusto, anzi doveroso “tifare”, abiurare a diritti, principi costituzionali, garanzie, libere elezioni, rappresentanza. Che in suo nome ha regolato i conti con il partito, con il Parlamento, liquidandone una componente, con l’opposizione, facendola bacchettare da presidi dentro e fuori dall’Italia, con il sindacato, sbeffeggiato come avanzo arcaico e passatista, con i lavoratori, espropriati di ogni certezza salvo quella della fatica. Che è in attesa di questo che il grande novatore riconferma la sua funzione di continuatore della “vecchia Italia”,  fondata   su una immoralità costituitiva e irrimediabile, che avvelena lo spirito pubblico, annienta l’interesse generale, applicando la strategia ispirata dai poteri finanziari internazionali, distrugge il nostro tessuto industriale, riduce competenze e autonomia delle amministrazioni comunali, fa dilagare disoccupazione e povertà, immiserisce Università e ricerca, interessato unicamente alla conservazione del suo personale potere, secondo il sistema delle falsificazioni crescenti.

Tanto a Renzi non interessa aver ragione, ma che gli sia dia ragione e quindi consenso, che gli sia dovuto il tifo sportivo, a dispetto del “maturo” astensionismo, grazie a leggi elettorali che officiano una stanca liturgia notarile. Al presidente del Borgorosso, come a lui,  non piace la democrazia, proprio perché necessariamente include il dissenso come sua condizione, perché il suo fondamento è il rispetto della volontà, dell’opinione, dei diritti, delle inclinazioni e delle garanzie  del cittadino singolo, non della massa, gufi compresi.

Ma è ingiusto dare addosso solo al “mister”. Si può definire democratica una repubblica nella quale la suprema istituzione é eletta da un’assemblea scelta con una legge dichiarata incostituzionale e costituita da persone “comandate” da personalità non elette o addirittura condannate per reati comuni? E non sarà ora di prendersela con i tifosi che preferiscono credere alla promessa di uno scudetto che non arriverà mai?

 

 


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