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Disoccupato? è solo colpa tua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli house organ della Gedi hanno titolato in questi giorni:  “Imprenditore cerca personale, ma nessuno vuole perdere il reddito di cittadinanza”, in anticipo sull’angustia dei proprietari di stabilimenti e dei gestori di locali che ogni anno esibiscono i cartelli della ricerca di stagionali, e in ritardo sul presidente dell’Emilia Romagna e sull’ex ministra ex bracciante, ambedue in prima fila nel proporre  la precettazione dei giovani parassiti e la loro edificante promozione a lavoratori socialmente utili a titolo gratuito.

In realtà si è appreso che all’azienda occorrevano due tecnici informatici, che l’attività di scouting aveva selezionato alcuni aspiranti, ma che la loro offerta è stata respinta per via della inusitata pretesa degli sfrontati appartenenti alla società signorile di massa: una remunerazione addirittura doppia rispetto al sussidio,  che come è noto ammonta a circa 500 euro.

Con l’avvento del profeta della religione del capitale umano  si riscrive senza vergogna l’impenitente letteratura dei devoti del sacrificio, obbligatorio per tutti quelli che non siano figli  e nipoti dei membri della congregazione e destinati, per legge naturale, dopo Erasmus e master prestigiosi, a seguire le orme dinastiche in qualche Cd’A, in qualche autorevole studio con targhetta già pronta sulla porta, in qualche banca internazionale in modo da non mescolarsi con la vecchia guardia dei babbi etruschi dei quali è meglio rimuovere la memoria disonorevole. 

Gli argomenti fastidiosamente monotoni sono sempre gli stessi: vanno da quelli di carattere etico con il richiamo al dovere della mortificazione di talento, vocazione e dignità cui è imperativo rinunciare per accumulare i punti fedeltà, a quelli propri della cultura del marketing che consigliano l’assoggettamento come requisito per diventare da desiderabili a indispensabili.

Insomma il lavoro c’è, come ci ha informato Business Insider sempre di GeDi qualche tempo fa rendendo noti i dati del rapporto Excelsior secondo il quale  ci sarebbero almeno 90mila posti vacanti,  in attesa che le aziende riescano a trovare personale qualificato  e determinato a piazzarsi e fare carriera nei settori trainanti: Digital, web, e-commerce, logistica, farmaceutica e delivery, in quello alimentare e della grande distribuzione, nell’energetico e nell’elettronica di consumo e connessioni veloci, senza dimenticare il mondo bancario (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/20/la-tratta-dei-bancari/  ), quello del private equity, quello dei fondi e quello degli investimenti.

Si, i posti ci sono ma bisogna saperseli conquistare, come consiglia la pedagogia degli  esperti dell’Outplacement, la scienza della collocazione e ricollocazione dei lavoratori nel mercato: uno deve  capire quali siano le proprie competenze  spendibili in settori diversi, individuare le proprie abilità e inclinazioni, mapparle e  formarle per metterle a frutto.

Si tratterebbe insomma di investire sul proprio giacimento personale, senza attribuire troppa importanza a una retribuzione adeguata alla posizione cui sia aspira,  accettando un salario che via via si è abbassato rispetto all’andamento del costo della vita, dei servizi, e che dà  luogo al fenomeno che i sociologi chiamano dei working poor, lavoratori che percepiscono uno stipendio insufficiente a affrancarsi dall’indigenza e che  colpisce ormai più del 12% degli occupati o sottooccupati maggiorenni.

E siccome tutte le infamie vengono meglio se le si definiscono in inglese, il vero problema  sarebbe quello che si chiama  “skill mismatch” e che consiste nel “disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro, fenomeno confermato  da studi e indagini, uno dei quali,  condotto da JpMorgan e Bocconi,  colloca l’Italia al terzo posto al mondo tra i Paese colpiti da quella che il Sole 24Ore  denuncia come una delle “maledizioni italiane”, o da una rilevazione  di Anpal e Unioncamere  che ha rivelato come il 31% delle aziende riscontri «difficoltà di reperimento» per 1,2 milioni di contratti programmati nei primi tre mesi del 2020.

Secondo i ricercatori della Bocconi, questa situazione sarebbe legata a un’ informazione inadeguata sugli esiti lavorativi e retributivi delle diverse facoltà, che porta inevitabilmente a unascelta basata sulle sole preferenze individuali.  E che è aggravata dal contrasto tra due offerte, una sotto-qualificata: l’Italia ha  la più bassa percentuale di laureati in Europa,  e  una super-qualificata rappresentata dai  laureati in discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, dotati di uno standard di preparazione che non è richiesto dal nostro sistema produttivo in perenne ritardo strutturale e da un tessuto di imprese di medie e piccole dimensioni che non possono permettersi personale con elevate competenze  e altrettante elevate aspirazioni di carriera e remunerazione.

Ci sono fior di organismi impegnati a esplorare il fenomeno  che hanno denunciato come lo skill mismatch interessi in tutto il mondo 1,3 miliardi di persone, un numero destinato a  aumentare, visto che entro il 2030 arriverà  a 1,4 miliardi, incrementato dalla previsione che in pochi anni serviranno  professioni che oggi neppure esistono, altre diventeranno praticamente inutili e che nessun tipo di formazione sembra in grado di poter colmare questo vuoto. E se  molti lavoratori non possiedono le competenze richieste dalle aziende, ammonisce il Sole 24Ore, ecco perché molto spesso le imprese faticano a trovare personale e finisco per rassegnarsi ad “assumere persone troppo o troppo poco qualificate: entrambe soluzioni inefficienti, che bloccano i dipendenti e le aziende nella cosiddetta ‘qualification trap’”.

C’era da aspettarselo, se siete disoccupati la colpa non è del governo ladro, del sistema, del padronato avido che vuol fare il mestiere di Michelaccio contando i dividendi, macchè, la colpa è solo vostra e delle vostre famiglie che vi hanno pagato un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro, come probabile riscatto per le loro frustrazioni di condannati a una catena sgradita e per aver sacrificato una  vocazione al mito del posto sicuro.

Deve proprio essere uno degli effetti collaterali del ’68 e del ’77 se i padri di famiglia in eskimo e le mamme contagiate dalle streghe in scialle e zoccoli hanno messo nel cassetto la realpolitik domestica, consegnando i discendenti, figli e nipoti, a un destino creativo e talentuoso di precari marginali, invece di costringerli a frequentare la Bocconi e la Luiss e a parcheggiarsi in master de luxe erodendo i fondamenti sani lodati da tutti i Presidenti del Consiglio, in attesa di uno “sbocco” adeguato.

Deve essere una ricaduta fisiologica del trionfo della lotta di classe alla rovescia se queste aziende smaniose di fare irruzione sulla scena della rivoluzione digitale non investono in innovazione, fanno pagare ai dipendenti in smartworking il costo del modem, non ritengono produttivo aumentare   i salari in quei settori in cui  pesa di più la scarsità di offerta.

Deve essere una conseguenza della volontà di demolire dalle fondamenta l’edificio democratico se  il processo di svalutazione delle università pubbliche nelle quali non si è scommesso un soldo nemmeno ai fini di convertirle in diplomifici per una classe di specialisti del nulla, andava di pari passo con la valorizzazione delle “accademie” private destinate a formare alla sopraffazione avida e stupida il nuovo ceto oligarchico.

Sono quelle le “fabbrica di Capitale Umano” attrezzate per investire su poche nullità feroci che appena usciti dalle università e entrati nelle filiere del comando,  riproducano modernamente i soprusi del dominio medievale.


I Competenti: la corte del Re Taumaturgo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Muoiono solo i vecchi. Macchè, colpisce in maniera più virulenta i giovani. Non chiudiamo le scuole. Le scuole vanno chiuse. I mezzi di trasporto pubblici sono i peggiori focolai. Si può viaggiare tranquillamente, basta osservare il distanziamento. Prevenire i contagi è possibile, con la mascherina. Le mascherine non solo non servono, fanno male. Il virus ha origine animale. No, è evaso da un laboratorio dove i cinesi si attrezzano per diventare padroni del mondo. Non crederete mica che i cinesi abbiano battuto il Covid, è gente che mangia i topi vivi.  Col vaccino siete salvi. Il vaccino non immunizza. Il vaccino non è un vaccino. Gente che ha fatto il vaccino è risultata positiva. Già appena fatto il vaccino mi sentivo più forte.

Non poteva non accadere che in questa età della paura  e dell’incertezza dal cilindro dei grandi prestigiatori non saltasse fuori la granitica e incrollabile determinazione di un Competente cui dare fiducia cieca.

Ma non bastava più un semplice tecnico, un rigoroso amministratore di condominio,  uno scrupoloso ragioniere e curatore fallimentare, ormai serviva un Re Taumaturgo.

Ed eccolo servito, con un certo anticipo sulle previsioni, segno che i tempi per piegare definitivamente il popolo alle esigenze della post democrazia erano stretti, anche se i gestori della baracca si erano assoggettati, in cambio di una mancia condizionata da restituire maggiorata  degli interessi del racket, ai voleri dell’entità sovranazionale, alle imposizioni del padronato, agli appetiti delle multinazionali impegnate a distruggere definitivamente la concorrenza leale di imprese locali che potrebbero sottrarsi alle desiderabili concentrazioni.

Adesso urgeva ricorre ai servizi di qualcuno che esercita un forte ascendente e manifesta esplicitamente una volontà di dominio, costruita sapientemente a tavolino dai  suoi mandanti in modo da attribuirgli una inviolabile autorità e potenza di fuoco.

Tanto è vero che la sua azione negoziale nel corso delle trattative lo colloca in uno  di quei quadri che ritraggono l’imperatore enigmatico e sfingeo, assiso sul trono che accoglie nemmeno troppo benevolmente principi, feudatari e vassalli con i loro doni a dimostrazione di obbedienza, senza aver bisogno di metterli a parte dei suoi  propositi dei guerre e crociate che ha in animo di dichiarare.

E infatti a che servirebbe esibire lo scacchiere della sua strategia,  srotolare la cartina della sua tattica, quando ha già parlato e agito per anni in preparazione delle sue campagne e quando piegarsi a rivelare i suoi propositi alla plebe costituirebbe una prova di debolezza.

L’esigenza dell’alto profilo esige quindi non un praticone, meno che mai un intenditore o un esperto o un tecnico, abile, preparato, provetto, come consiglierebbe il dizionario dei sinonimi, ma un Competente che tiri i fili e i cordoni della borsa di una cerchia di specializzati, che ne so un bancario alle Finanze, un insegnante alla Scuola, un medico alla Salute, un costruttore allo Sviluppo, un tranviere ai trasporti e un ortolano all’Ambiente, dichiaratamente estranei alle modalità e alle istanze della politica che ha mostrato i suoi limiti e la sua inadeguatezza.

Si è esasperata la tendenza già presente in un modo popolato da rischi, la tentazione cioè di concedere una delega in bianco a una minoranza che si è già riservata la detenzione esclusiva dei mezzi di possesso e produzione cognitiva e informativa: manager, economisti, scienziati, magistrati.

E poco importa che abbiano contribuito a determinare certi rischi, da quelli climatici a quelli sociali, a quelli finanziari, che siamo tutti  obbligati a contribuire per ripararli, che sia stato dimostrato che c’è una grande differenza tra quello che sono chiamati a fare e quello che vogliono e sanno fare, adesso vengono incaricati di prodigarsi con la capacità e la competenza delle quali hanno creato ad arte il Bisogno, riproducendosi e autolegittimandosi come indispensabili e insostituibili alla soluzione dei problemi che hanno collaborato a produrre, siano effetti di una epidemia resa incontrastabile dalla demolizione del sistema sanitario, di una ricerca impotente a curare per essersi venduta a interessi speculativi, di una perdita di competenze e poteri di uno Stato retrocesso a ente assistenziale die ricchi e esattore die poveracci, di una democrazia ridotta a quinta teatrale per la commedia della sopraffazione e dello sfruttamento.

Non è un fenomeno nuovo, tanto per fare un esempio calzante, Illich e Maccacaro e Chomsky hanno da anni e anni denunciato la possibilità che si producano patologie e contagi per rispondere a “bisogni” medici/speculativi  artificiali e che vengano nutrite malattie causate da medicinali e cure, in modo da moltiplicare i profitti dei farmaci prodotti per contrastarle.

Così mentre si richiama di continuo l’obbligo di dare fiducia agli esperti della scienza, siamo invitati con una ferma persuasione “morale” a affidarci ai responsabili di scelte economiche e sociali rovinose, così da consegnarci a chi le ha decise in nome della sua impareggiabile “conoscenza” dei problemi, della ormai proverbiale mancanza di valide alternative e della accertata indole naturale a dare il colpo di grazia a soggetti fragili e improduttivi.

Pare che così si sia superata anche quella fase storica contrassegnata dalla crisi di legittimazione, quel fenomeno che si manifestava quando una società diventa così complessa e quindi così vulnerabile che il potere politico sociale e economico non è più in gradi di assicurare a se stesso la sopravvivenza, il consenso e l’obbedienza dei cittadini.

Adesso il susseguirsi di emergenze non richiede il voto, l’espressione della partecipazione, l’appoggio delle rappresentanze, preferendo la scorciatoia incarnata da autorità eccezionali e da figure commissariali. E la perentorietà di questo bisogno di dominio e della sua fatalità fa strage della ricerca delle cause, dell’analisi della realtà confinate negli spazi del complottismo di pochi fanatici avanzi della teoria della cospirazione, come se si potessero chiamare in altro modo i crimini scientemente commessi ai danni della Grecia,   la coazione all’acquisto di titoli e fondi tossici da parte di enti e comuni italiani, la svendita di industrie e dei beni comuni di nazioni condannate alla rovina per aver sperperato.

Dopo anni nei quali ci hanno convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, garantito dai fasti del progresso, adesso che ci viene rivelato che le conquiste della medicina sono annullate dalla condizione degli ospedali, qui come nei paesi depredati dal colonialismo, che i nostri investimenti in finanza creativa che doveva assicurarci la realizzazione di ogni consumo e desiderio ci ha ridotti a marionette spezzate come il Giocatore di Dostoevskij, che alla potenza virtuale dell’accesso alle informazioni e alla tecnologia fa riscontro l’impotenza concreta dell’emarginazione dal processo decisionale, ricorriamo agli autori della grande menzogna per essere riportati alla cruda verità. (continua)


Profeti e sacerdoti del Male

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I meno giovani se le ricordano di certo quelle domeniche degli anni ’70: la riscoperta dell’Arcadia felix ben prima della decrescita di Latouche e del lockdown, con i residenti di Monte Mario che scendevano a valle  griffati Cenci come  country gentlemen  del Devonshire  o i cumenda di San Babila a  pedalare sudando per Corso Vittorio Emanuele atticciati nelle giacche di fustagno  prese da Beretta in Galleria.

Già allora per dare dignità cosmopolita a certe bricconate  si ricorreva all’inglese e infatti anche a Testaccio o al Giambellino l’edificante contributo di tutti al sacrificio nazionale venne denominato “austerity”.

Il padre delle restrizioni penitenziali con blocco della circolazione privata, caloriferi spenti, illuminazione stradale su misura per scippi e furti, passato alla storia appunto come il “profeta dell’austerità”,   fu Ugo la Malfa, leader repubblicano presente in Parlamento ininterrottamente dal 1945 fino alla morte nel 1979, più volte autorevole esponente di governo, incaricatosi già dalla Costituente di farsi arcigno portavoce delle più scomode verità. E in questa veste testimonial della doverosa quanto necessaria pubblica deplorazione delle altrui dissennate dissipatezze, quelle dei sindacati che pretendevano troppo, quelle dei partiti che concedevano troppo, quelle delle istituzioni che, diceva,  “spendono troppo, proprio come i cittadini, molto più di quanto possano permettersi”.

Mentre in casa invitava i Ministri del Tesoro a imporre drastici tagli alle spese dello Stato e regioni comuni province e enti pubblici a fare altrettanto “imprimendo un severissimo calo delle uscite per servizi”, in Europa si prodigava per demolire  l’immagine del Paese, anticipando e consolidando la narrazione di una nazione stracciona, velleitaria, provinciale, intemperante e infiltrata da illegalità e corruzione, affetta da incompetenza e pressapochismo, e che doveva in ragione di ciò essere criminalizzata, penalizzata e punita perché apprendesse a viva forza le regole necessarie all’ammissione tra i Grandi.

E pensare che in tutti quegli anni il suo partito rappresentava non più del  2% dell’elettorato, ciononostante fu un formidabile influencer negativo:  la presa del suo messaggio catastrofista e la risonanza internazionale della sua visione che peroravano l’obbligatorietà di un’autorità di alto profilo con funzione  correzionale e rieducativa collaborò a accreditare l’inaffidabilità di uno stato assistenziale, ingiustificatamente prodigo con i suoi bilanci veri o gonfiati, e a legittimare interventi esterni tesi a limitare la sovranità nazionale, spacciando per pura ingerenza anche quei vincoli imposti dall’Ue ma che  sono stati sollecitati e poi  accettati di buon grado dalla classe dirigente che se ne serve per circoscrivere gli spazi della lotta per i diritti e la piena cittadinanza.

La sindrome del nemico in casa che esalta i vizi italici per conquistarsi la fama di virtuosa estraneità dalla politica non è nuova e da sempre aiuta il crearsi di una falsa coscienza illuminata che raccomanda l’esercizio di un ipocrita distanziamento virtuoso dai vizi popolari.  Precede gli inevitabili effetti, dalla reclamata discesa in campo di tecnici (non consisteva in quello il Governo Ciampi?), alla delega in bianco a organismi commissariali extra e sovraparlamentari e poteri separati con funzione di spauracchi,  grazie all’affermarsi di due potenti “valori” che nella loro applicazione contemporanea si sono dimostrati incompatibili con la pratica democratica: competenza e merito.

Due è meglio di uno e infatti le due retoriche si combinano. A forza di credere che le magnifiche sorti del progresso: istruzione, informazione, tecnologia  permettano a chiunque, senza distinzioni di etnia, genere, e  condizioni socio-economiche di partenza, di avere successo, di arrivare fin dove il proprio talento e l’impegno personale permettono, ci hanno fatto dimenticare che l’ascesa nella scala del successo è inversamente proporzionale alle differenze, che la mobilità   verso l’alto è più bassa proprio dove ci sono maggiori disuguaglianze, come nel Paese che ha creato la saga del self made man e del signor Smith a Washington.

E difatti l’impegno, premiato dall’affermazione, è determinato  da fattori che riguardano la nascita e poi l’appartenenza a cerchie che ne permettono lo sviluppo, dinastia, studi, perfezionamento, buone conoscenze, affiliazione remunerata. E lo slogan dell’immeritato Premio Nobel per la Pace “you can if you try” (se ci provi ce la puoi fare), subito mutuato da altro prestigioso orfano nostrano di altissimo dirigente Rai promosso da praticante a direttore dell’Unità,  rivela un retropensiero infame, che cioè  se non ce la fai è perché non c’hai provato abbastanza, sei uno sfigato condannato alla marginalità.

Altrettanto vale per il concetto di competenza che negli anni ha sempre più significato un cursus studiorum, un curriculum e una carriera finalizzati a esperienze e specializzazioni  funzionali alla conservazione e trasmissione dei principi e delle regole dell’establishment, tali da consentire l’accesso a posizioni inviolabili e sempre più vietate agli “estranei” di una selezione di oligarchi al servizio di oligarchi di più alto grado, la cui reputazione è consolidata grazie alla conformità di censo, istruzione, esperienza professionale e valori rispetto all’ideologia imperiale.  

Ovviamente il loro prestigio, la loro autorità si valorizzano e crescono man mano che si afferma l’inferiorità antropologica, sociale, culturale e morale di quelli sui quali eccellono, oggetto del loro supercilioso disprezzo e della loro arrogante riprovazione.  E l’effetto più avvilente di questa pratica di demolizione di identità, dignità, spirito di comunità è che quelli in basso vogliono conquistare l’opportunità di mangiare dalle loro mani, il privilegio di ammirarli e riverirli, l’onore di inchinarsi e uniformarsi alla loro mentalità, accondiscendendo e assoggettandosi per conquistarsi il titolo di sudditi responsabili e eticamente  accettabili.

Chi si ribella viene automaticamente arruolato nelle file populiste e sovraniste grazie ai criteri del politicamente corretto  stabiliti da Landini che confida in Draghi, dai reduci delle liste Tsipras che dopo aver creduto di riformare l’Europa dall’interno adesso pensano di riformare il bancario, dalle patetiche pezze a colori di Leu e simili che invocano vibratamente  il Recovery  Fund per avviare le riforme, come se in questi ultimi venticinque anni non ne avessimo avute fin troppe, dal “Pacchetto Treu” alla 30/2003, dalle leggi e leggine di Sacconi, al “Jobs Act”, dalla Buona Scuola alle semplificazioni, a quelli che pur avendo letto la famosa lettera a 4 mani, l’omelia a Comunione e Liberazione, le interviste esplicite e le ricette del G30, aspettano che il grande timoniere ci porti fuori dalla tempesta, anche  se ci disprezza, ci schifa, ci oltraggia e schernisce.  

In fondo ha già vinto il Covid, ammansito la Bestia, conquistato il Riottoso, blandito il Padrone, mica vorrete anche che vi ami, per giunta.


Uomini senza mondo

Tutta la fine del secolo scorso e l’inizio di questo sono stati segnati da una sorta di ingenua utopia chiamata “società della conoscenza” nella quale si immaginava che il sapere, sia individuale che collettivo  sarebbe diventato centrale rispetto al capitale finanziario  e alle risorse naturali, sviluppando libertà, creatività, consapevolezza . E’ probabile che queste teorizzazioni sociologiche siano nate sulla scia della rivoluzione informatica che costringeva le persone ad entrare in una nuova dimensione del rapporto uomo – macchina, ma non hanno colto il nucleo del problema: ossia intanto che non si trattava di conoscenza, ma di competenza cioè qualcosa che rende possibile svolgere un determinato compito operativo senza necessità di comprenderne il quadro generale, il senso e il sapere sottostante. Pensiamo soltanto a quanti di noi usano in maniera competente un computer o un telefonino senza avere la minima idea di come funzionino, del perché funzionino in un  determinato modo e in che modo influenzino le modalità cognitive, una cosa che nella società pre industriale era inconcepibile, ma che in quella post industriale sembra la norma.  La conoscenza ridotta a “merce” subisce gli effetti delle regole del mercato che hanno obiettivi diversi da quelli dell’istruzione, della formazione e dell’inclusione, in quanto mirano a soddisfare consumatori e a rispondere a esigenze sempre nuove. In tal senso troviamo una sorta di corrispondenza tra la mutevolezza dei contesti sociali, culturali, produttivi e il dissolversi della realtà:  qualcuno ha chiamato tutto questo “diffusione capitalistica dell’astratto” che  favorisce una certa relativizzazione dell’idea di utilità e  crea un generale senso di incertezza. Lo spettro dell’inutilità sembra colonizzare e logorare dall’interno le nuove realtà sociali, culturali ed economiche, favorendo per un verso una forma di acquisizione acritica delle conoscenze e, per l’altro, l’affermazione di una pervasiva cultura della frammentarietà che impedisce di mettere assieme i pezzi e di percepire  e concepire i problemi globali. Questo per parlare  dell’ossessiva “proprietarizzazione” delle conoscenze.

Bene a questo punto possiamo tirare le conseguenze del fallimento di un ‘idea: non siamo mai stati così lontani da una società della conoscenza e così palpabilmente alienati. siamo in realtà in una società della manipolazione dove chi possiede gli strumenti dell’egemonia culturale e della comunicazione  può far credere qualsiasi cosa, anche quella più lontana dalla realtà, certe volte in maniera così palese che ci si può davvero chiedere come si possa cascare in racconti che solo trent’anni fa sarebbero stati improponibili e immediatamente smascherate: da pandemie puramente narrative, agli “avvelenamenti” di Putin una commedia talmente assurda e bislacca che suona come un’offesa all’intelligenza , alle bugie dette per scatenare guerre, o per ciò che ci riguarda molto da vicino l’esistenza di una solidarietà europea sbandierata in ogni sede pur in presenza di cifre e di accordi che dicono tutto il contrario.  E’ una società della contraffazione dove si discute animatamente della bellezza o bruttezza di fidanzate illustri come se questo ne andasse del futuro, o del cartellino di un abito addosso a qualche granciporra del jet set o  di produzioni desolanti presentate come il settimo cielo del gusto; siamo anche nei giorni dove i presenzialisti televisivi, spesso le persone più cretine reperibili su un mercato già inflazionato, compaiono con mascherine enormi, veri e proprio chador destinati a nascondere l’innegabile fascino  dell’imbecillità che poi vengono allegramente tolte per parlare a distanza di fiato: nessuno pare accorgersi della presa in giro o dell’incongruenza. Ma collegare le cose pare difficilissimo anche quando il legame è invece evidentissimo, quasi elementare : ciò che realmente manca è un mondo perché il potere ha fatto di tutto per evitare che le persone ne avessero uno o almeno possedessero  uno schema coerente invece di accontentarsi accontentassero di situazioni, di eventi, di frammenti che convergono solo in un inconsapevole nichilismo che non nulla a cui attaccarsi se non la più banale corporeità. È del tutto ovvio che rientra negli interessi del capitale dividere uomini, Stati, aree geopolitiche e saperi. Assistiamo così al sempre più incalzante processo di atomizzazione individualistica a cui fa seguito una costruzione accuratamente progettata  di conflitti fittizi messi in scena ad uso e consumo delle classi dominanti, donne contro uomini, bianchi contro neri, guerre fra poveri, sovranità assoluta di visioni del mondo antisociali e grette come il neo-liberismo e infine tirannie sanitarie destinate a rafforzare il processo attraverso la paura. Si dice di voiler eliminare il pregiudizio, ma in realtà si vuole uccidere il giudizio.


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