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Eni in fiamme? Niente paura, al massimo morite

paviaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri pomeriggio una colonna di fumo nero si è alzata dall’impianto dell’Eni di Sannazaro de’ Burgundi (Pavia), una delle raffinerie più grandi l’Italia, visibile a decine di chilometri di distanza. Pareva uno di quei film del filone catastrofico, hanno detto gli abitanti cui il Comune aveva raccomandato di restare in casa.. ma Eni, poi la prefettura e infine la Regione hanno tranquillizzato tutti. L’incendio è stato domato, non ci sono né intossicati né feriti in azienda, l’allarme è rientrato e prime analisi, con sonde da campo di Arpa, non hanno rilevato concentrazioni particolari di inquinanti.

Tutto bene? Vi sentite confortati e fiduciosi? Beh, datemi retta, fate male. Meglio non credere alle loro rassicurazioni come alle loro bugie.

Meglio stare in campana, perché tutto fa sospettare che i 40 anni trascorsi dall’incidente di Seveso siano passati invano, se la passano liscia gli assassini dell’Eternit e quelli dell’Ilva, se un presidente del Consiglio che si è rimesso nel portafogli i quattrini destinati a rafforzare la sanità in un posto dove ci si ammala e si muore di più e prima, vantandosi poi di sborsarne di più, mentre si tratta del solito gioco delle tre carte e quei soldi sono il frutto dell’accordo vigliacco sottoscritto con i Riva per evitar loro l’infamante galera, il tesoretto della dinastia conservato gelosamente in Svizzera e che passerà a una cordata di aziende private che l’utilizzerà per la cosiddetta tardiva ambientalizzazione.

Meglio stare in campana deve valere per tutti – tutti i lavoratori e i poveracci – il credo secondo il quale il lavoro deve essere solo fatica, mobile, precaria, soggetta a ricatti e intimidazione, perché solo così si promuove crescita, si attraggono investimenti esteri, si premia il sacrificio di imprenditori tanto generosi da rimanere in patria invece di delocalizzare, accontentandosi di aiuti si tato, leggi che appagano appetiti avidi e profitti insaziabili, che permettono evasione e truffa, che tollerano, anzi promuovono  corruzione e malaffare.

Meglio stare in campana, perché se sbagliano, se avvelenano, se intossicano,  se sono inquisiti e vanno sotto processo, possono sempre contare su indulgenti prescrizione e favorevoli lungaggini, così da risorgere sempre pronti a rientrare nel monopoli delle grandi opere, con altre sigle, altri consorzi ugualmente opachi, grazie a un clima generale propizio a impunità negli affari come in politica.

Meglio stare in campana se i rottamatori hanno deciso di mantenere inalterata l’eredità di scempio tossico del secolo breve e della Prima Repubblica, quella maturata per via dell’oscena indifferenza alla salute dei cittadini e  dell’ambiente di gruppi pubblici e privati e che resta là come un tremendo monumento  di archeologia industriale a Marghera, Trieste, Ravenna, La Spezia, Livorno, Piombino, Orbetello, Bagnoli, Falconara, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, Milazzo, Augusta-Priolo, Gela. Dove si è celebrato più che lavoro, parassitismo, dove produzioni sempre più circoscritte vengono sovvenzionate con aiuti e licenze  deroghe che soffocano diritti, garanzie e conquiste.

Meglio stare in campana se perfino la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia promossa dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012, recita «Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare […]. All’interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola …. All’esito dell’inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell’inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico …..i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall’essere completati». E se, sempre secondo la stessa fonte, i Siti di interesse regionale potenzialmente contaminati   sarebbero 15.122; 6.132 i Sir potenzialmente contaminati accertati; 4.314 i Sir contaminati; 4.879 i Sir con interventi avviati; solo 3.011 quelli bonificati.

Meglio stare in campana se continua inesorabile il consumo di suolo, se la sua tutela è oggetto di proposte che si sperdono negli interminabili corridoi intoccati dall’ideologia imperante della semplificazione, se i Piani Regolatori prevedono ulteriori dissipazioni di territorio a scopo edificatorio (la virtuosa e laboriosa Lombardia batte il record con  l’87% dei Pgt recentemente approvati che promuove ancora un ulteriore consumo di suolo), se leggi urbanistiche  nazionali esaltano il primato dei privati e delle rendite, come il ricorso ossessivo a deroghe e licenze, anche in nome di emergenze artificiali, grazie alla retorica proterva di Olimpiadi, Giochi, Ponti, Esposizioni.

Meglio stare in campana se la manomissione della Costituzione significa, non ultima, la manomissione dell’ambiente, secondo un processo avviato coi vari Piani casa e  decreti,  il «Fare», lo «Sblocca Italia» la riforma Madia, intesa allo svuotamento del potere delle sovrintendenze, ridotte a passacarte e all’approvazione notarile e che nella loro attuale forma completamente depotenziata ben poco potrebbero fare per arginare soprusi e abusi voluti dall’esecutivo rafforzato.

Meglio stare in campana se così le regioni  saranno private del potere di legislazione concorrente in materie quali il governo del territorio e l’energia, che consentono agli stessi enti territoriali di esplicare il diritto-dovere di salvaguardia ambientale – garantito dall’articolo 9 della Costituzione  e soprattutto se, grazie alla «clausola di supremazia» prevista dall’art. 117, quarto comma, del testo riformato della Costituzione, nessuno avrà il diritto di opporsi alle scelte dell’esecutivo. Non delle Stato, ricordiamolo, ma del governo centrale.

Meglio stare in campana, se con la nuova formulazione dell’art. 117 si riduce l’ambito di  tutela e  valorizzazione, riservandoli ai soli beni culturali e paesaggistici,  annullando l’attuale disposizione che attribuisce allo stato «la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», venendo meno al principio costituzionale fondamentale garantito dall’articolo 9 e  cancellando il primato della protezione dell’ambiente sugli altri interessi che potrebbero interferire  con essa.

Stiano in campana gli abitanti di Firenze e dell’hinterland, minacciati da una Tav, da una metropolitana, da un aeroporto, da un inceneritore voluto da un ex presidente della provincia assurto a ben più elevati destini, stiano in campana i veneziani che stanno per essere penalizzati da una canale a beneficio dei corsari delle crociere, siano in campana i cittadini che si trovano insieme a lottare contro la Tav, il Terzo Valico, il Ponte, le trivelle, contro il decisionismo autoritario e incompetente. Quelli che da anni dicono No, che lo scriveranno dopodomani e noi con loro.

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Operazione cloaca nostra

1214407836106_004Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è di tutto come in quelle marmellate confezionate con la frutta ammaccata, quindi è inevitabile che ci si trovi dentro anche qualche verme. E siccome è una marmellata, è pronto per essere spalmato magari sulle fette di pane, quelle che cadono sempre dalla parte sbagliata. È il decreto 91, quello che reca “disposizioni urgenti per il settore agricolo, la tutela ambientale e l’efficientamento energetico dell’edilizia scolastica e universitaria, il rilancio e lo sviluppo delle imprese, il contenimento dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, nonché per la definizione immediata di adempimenti derivanti dalla normativa europea”, definito appunto anche “spalma incentivi” e oltraggiosamente, secondo il ministro competente, “ambiente protetto”.

Devono essere state sepolte sotto il cemento del realismo e dell’implacabile “necessità” certe battaglie, salvo qualche focolaio di disadattati, disfattisti, anarco-indurrezionalisti, misoneisti, marginali e gufi. Gufi, nell’accezione di chi rema contro, di chi porta sfiga, degli invidiosi. E non degli uccelli notturni dei quali invece Legambiente si è occupata attivamente per promuoverne la tutela, se sul decreto in oggetto ha fatto sì la voce grossa in Senato, ma per ribadire la necessità di contrastare il fenomeno del bracconaggio, lasciando al suo ex presidente Realacci l’incarico di “trattare” cautamente sugli obbrobri più nefasti e senza gran successo.

Mentre il silenzio vige sui contenuti “forti” del provvedimento, che si preoccupa del settore agricolo, ma solo dopo aver chiuso nel dimenticatoio una legge di tutela sul suolo, diventata un superfluo optional rispetto ad altre priorità, che, vedi caso, trattano la materia della salvaguardia, del territorio, del paesaggio come contesti di retroguardia, abbellimenti e retoriche che non possiamo permetterci, a meno che non si convertano in “giacimenti” sì, ma a beneficio di interessi privati e di pochi.

“Ambiente protetto” è il titolo paradossale che il ministro dell’Ambiente Galletti ha voluto dare all’ennesima incursione vandalica, a cominciare dalle misure che riguardano il mare, diventato ormai forza ostile, spazio libero per scorrerie di corsari e predatori, cimitero e cloaca, utile come panorama nei cartelli di “vendesi” delle coste e delle isole, come passaggio per maxi-navi, come passivo laboratorio per sperimentare grandi opere che portano grande corruzione e ancor più grande pressione sull’ambiente, a riconferma che non è mare nostrum, come ormai non lo è più nulla, ma loro, monopolio per profitti, discarica, pozzo in cui far contenere liquami e veleni.

A dettare le norme all’articolo 31, sarebbe ancora una volta quella aspirazione alla semplificazione che ispira questo governo. Boccaccio diceva di preferire i furbi ai grulli e forse aveva ragione se in nome di procedure snellite, autorizzazioni bonarie, ravvedimenti tardivi, sospetti e opachi, insomma della semplificazione, finiamo per essere noi i balordi, i creduloni, i sempliciotti.

Nella veste di “Norme urgenti per gli scarichi in mare “, si agisce come è ormai d’uso in regime di crisi che impone di “agevolare” e in fretta, perché tutto diventa emergenza, magari dopo vent’anni e più di indifferenza, cecità, complicità tolleranza, correità, e di intervenire a beneficio unicamente del bene limitato a chi tratta i soldi, anche quelli immateriali, o i nostri che diventano suoi, quelli frutto di speculazioni, corruzione, crimini. Eh si perché quelle norme urgenti, urgentissime per gli scarichi a mare altro non sono che una licenza di uccidere dietro modesto esborso, di avvelenare senza conseguenze, di distruggere quell’ambiente che a detta di chi lo sfrutta, manomette, sporca, offende, dovrebbe invece essere il nostro “petrolio”.

Ed è talmente vero che il mare, petrolio, lo diventerà davvero, anche grazie a misure che – ieri finalmente i Verdi usciti dal letargo, ne denunciano l’infamia – permettono ai grandi stabilimenti di sversare oltre i limiti consentiti fino a oggi dalla legge, andando oltre i valori massimi di emissioni in proporzione alla loro capacità produttiva. E infatti, in contemporanea all’annuncio di altre misure anche quelle urgenti di rilancio del turismo, “le Autorizzazioni integrate ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni potranno prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione, comunque in conformità ai medesimi documenti europei” e riguardano rifiuti di tipo industriale che vanno dall’alluminio, all’arsenico, al cromo, al ferro, al mercurio, al piombo, al nichel fino ai solventi organici. La deroga e l’entità dello sforamento verranno poi “definiti” ogni volta in “sede ambientale”, così recita il decreto, facendo intuire una pratica innovativa e moderna di “negoziazione”, una forma accettabile di quella “concertazione” caduta in disuso in altri contesti.

Ma non basta rottamare la qualità del mare: l’introduzione di quel sistema di patteggiamento, permetterà a qual­siasi azienda respon­sa­bile di aver inqui­nato un deter­mi­nato ter­ri­to­rio, di stipulare un benevolo accordo con lo Stato e addirittura di rice­vere finan­zia­menti pub­blici (la quan­tità non è speci­fi­cata) per la “ricon­ver­sione indu­striale” dei siti. E siccome sono incontentabili – i padroni e chi gli tiene mano – il decreto introduce a loro beneficio il principio del “silenzio assenso” per i piani di bonifica avviati entro il 31 dicembre 2017. Così che le autorità ambientali regionali avranno solo 45 giorni tempo per verificare i risultati delle procedure di risanamento e certificare l’ avvenuta bonifica. E se la risposta non arriva entro il termine, il piano si considererà automaticamente approvato.

In un colpo solo quindi si scardina il principio che chi inquina paga, salvando l’Ilva e tutta la grande industria del crimine ambientale, quella del petrolchimico di Porto Marghera, della centrale di Porto Torres, del polo petrolchimico di Gela, dell’Enel di Porto Tolle. 

Trattative “private”, contrattazioni opache, confermano la sfrontata sottovalutazione per non dire il disinteresse per il ripristino della legalità, per il contrasto alla corruzione, oggetto di sfrontati slogan, di spudorati annunci, a fronte di un edificio di licenze, deroghe, normalizzazione della eccezionalità, innalzato in contrasto a norme, regole, diritti, nel quale abiteranno sempre più impuniti, custoditi e favoriti i trasgressori di ieri, di oggi e di domani.


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